disegnata e poi — nello stato in cui ero, attaccato a essa com’ero — era piu facile tenerla che abbandonarla. Me ne stavo andando. Non avreste mai saputo che ero stato li; la sorte, il puro destino ha decretato la mia caduta.
Non qui. Non qui. Sei stata davvero tu a dirlo? E quello che ho sentito davvero? Le parole mi echeggiano nella testa. Non qui. Non qui…
Cosi fredde, mia cara. Le parole, il loro significato cosi pratico, cosi oggettivo. Anche tu hai pensato che fossi venuto come un innamorato ardente e furioso a uccidervi entrambe? La nostra vita comune non ti ha insegnato chi e cosa sono io? Tutte le nostre giudiziose imprudenze, i nostri piaceri largamente diffusi, le reciproche liberta non ti hanno ancora convinto della mia mancanza di gelosia?
Oh, che dovessi ferire proprio te, che anche adesso tu debba cullare vicino al tuo petto quella ferita, pur leggera, pensando che l’abbia fatto apposta, e che volessi fare di peggio: questo e cio che fa male, che mi ferisce. Vorrei poter soffrire io per quella ferita che con tanta imprudenza ti ho procurato. Le mie mani si stringono, sotto la tela cerata. Sembrerebbe che le mani siano diventati i miei occhi, e il mio cuore: perche entrambe piangono, e soffrono.
Il piano d’acciaio sotto di me ronza e vibra, la cerata s’increspa e sbatte, e un angolo mi picchietta in continuazione su una spalla come un villano fanatico che cerca di attrarre la mia attenzione. Il rumore dell’aria mi riempie le orecchie, vorticando e riverberandosi, lacerante, ossessivo, feroce nella sua insensata intensita, eppure capace di creare una calma piu decisa di quella a cui avrebbe potuto aspirare il semplice silenzio. Mi ronza la testa, malata di questo vuoto risonante.
La mano destra e accanto alla fronte; trovo il comando che la porta piu vicino, e la tela cerata copre il movimento. Sfioro la tempia: tocco qualcosa di bagnato, e sento il dolore della carne esposta; una lunga ferita che sanguina ancora, non piu copiosamente, una scanalatura lungo un lato della testa, che parte dalle vicinanze dell’occhio e finisce oltre l’orecchio. Il sangue mi gocciola dalla fronte. Prendo qualche goccia e la strofino tra le dita, pensando a nostro padre.
Che triste razza e la nostra, che triste fine continuiamo a escogitare per tutti noi. Senza volerlo, mia cara, eppure quanti danni abbiamo provocato. A te, a noi, e a me, gia ferito ma ormai vicino al momento in cui non potro subire altro male. Dovrei andare cosi rassegnato alla mia fine? Non sono sicuro di avere molta scelta.
Siamo tutti partigiani di noi stessi, ognuno di noi, quando e costretto, e un combattente, e i vestiti sono la nostra armatura, racchiudono morbidi le nostre incerte corporature, mentre la nostra carne e il tessuto mortale cosi adatto alla mischia. Dal primo all’ultimo degli uomini, siamo tutti soldati, eppure ci sono quelli che anche di fronte alla morte non scoprono mai l’eccitante ferocia che questa marziale rivelazione richiede, dato che il loro particolare carattere ha bisogno di una combinazione di circostanze e motivazioni che non si e prodotta. I tiranni semplicemente astuti depredano la tollerante intelligenza di coloro che sono migliori di loro. Con la brutalita, gli eserciti forgiano nelle truppe quella fratellanza che dovrebbero estendere a tutti gli altri, e poi mettono l’uno contro l’altro. La nostra luogotenente fa qualcosa di simile su di me? Tiene anche me nel suo incantesimo? Avrei agito diversamente se fosse stata un uomo? E devo scoprire al momento della morte una capacita di sofferenza volontaria e un fatalismo che non avevo mai sospettato durante la vita?
Forse la caduta dalla ricchezza e da un ordinamento sociale a questa brutale assenza di regole imposta dalle armi ha talmente corroso il mio senso della dignita che posso considerare con relativa equanimita la mia resa al processo di eliminazione: sono una foglia sospesa che sente il respiro della tempesta e si lascia andare, lieta. Adesso credo di essermi dimostrato miope, nel non rendermi conto che, anche quando viviamo in epoche di pace, quei periodi sono solo la riserva che prepara il loro opposto, proprio come la ricchezza accumulata, bifronte, implica nel suo dono la poverta. Siamo l’unico animale perverso per natura; non dovrebbe essere una sorpresa, per me, che questa valutazione si adatti alle questioni piu generali esattamente come a circostanze piu intime. Compiliamo regole per le relazioni fra sistemi, stati e fedi, e per quelle fra noi stessi, ma sono scritte sull’onda del momento, e per quanto le eludiamo, le glossiamo, le selezioniamo, per quanto cambiamo opinione e siamo abilmente maldestri nelle nostre modifiche, giustificazioni e pretesti epiciclici, finiamo sempre presi nelle nostre pastoie, e impigliati nei nostri fili ricadiamo sugli altri, non meglio preparati di noi.
Con una parte di me, colma di risentimento e frustrata da tanta sopportazione, me ne starei disteso qui sotto per un’accorta simulazione, radunando le forze, raccogliendo tutte le risorse, per poi balzare all’improvviso, prendendoli di sorpresa, afferrare un fucile, rovesciare la situazione e piegarli al mio volere, costringendoli ad accettare la mia autorita e a prendere la direzione che desidero.
Ma questo non sono io. Io sono ancora perduto nel mio corpo: le comunicazioni fra le varie parti sono ancora frammentarie, le gambe formicolano, le mani sono involontariamente serrate, la testa e le costole mi dolgono, la bocca riesce solo a gocciolare saliva; se cercassi di saltare non otterrei piu di uno strattone, e se davvero riuscissi a mettermi in piedi un bambino potrebbe abbattermi con una spinta, e se anche afferrassi una pistola probabilmente sbaglierei mira o sarei vinto dal bottone di una fondina.
E anche se stessi bene di corpo e di spirito, dubito che potrei indossare la veste del comandante. Questi soldati sanno cosa vogliono fare, hanno una missione e seguono il loro corso, sono all’interno del loro ambiente naturale, per quanto possano soffrirne, per quanto possano bramare di riassumere abiti civili. Ma per me quello stato e l’unico in cui potrei essere me stesso, l’unico che riesco a comprendere e che non solo ha senso per me, ma e l’unico in cui io abbia un senso.
Vorrei tornare da te, mia cara, e al nostro castello, e poi essere libero di stare o andarmene a seconda dei nostri desideri, ecco tutto. Ma se mi levassi e prendessi una pistola — ammesso che ci riuscissi — se arrivassi a comandare, otterrei mai quel risultato? Potrei ucciderli tutti e tornare a salvarti? Uccidere la luogotenente, la tua nuova amante, e uccidere gli altri? Credo che su questa jeep viaggino anche Mister Taglio e Karma, anche se non sono sicuro che ci siano ne — se ci sono — di come faccia io a saperlo.
Troppe cose sono imponderabili. Ci sono troppe cose da pensare.
Potrei saltare su e scappare, forse, evitando in qualche modo i loro spari; potrebbero lasciarmi andare, potrei non valere la fatica di un inseguimento. Ma per andare dove? Posso abbandonare te, abbandonare il castello? Voi due siete il mio contesto e la mia societa, solo in voi e grazie a voi trovo e definisco me stesso. Benche entrambi siate stati catturati, l’uno rovinato per sempre, l’altra, per il momento, trattenuta con le lusinghe, io continuo a non avere un’esistenza reale senza di voi.
Sono senza risorse. Le scelte che hanno portato a questa conclusione si perdono troppo indietro nel tempo, lungo la strada o all’inizio della corrente — anche il modo di considerarlo e una nostra scelta — per poter fare qualche differenza adesso. Se fossi sempre stato un uomo d’azione, o se non ti avessi amata in questo modo, o fossi stato meno indiscreto, o avessi amato di meno il castello e l’avessi lasciato quando lasciarlo era piu facile — o se l’avessi amato un po’ di piu, cosi da essere disposto a morire li invece di sperare di fuggire lontano per poi ritornare — allora forse non mi troverei steso qui sotto. Forse se mi fossi concentrato meno su di te e sul castello, e tu su di me, e se fossimo stati creature piu convenzionalmente sociali, meno orgogliose del nostro rifiuto di nascondere cio che provavamo l’uno per l’altra, forse anche cosi le cose sarebbero state diverse.
Perche siamo stati orgogliosi e sprezzanti, non e vero, mia cara? Fossimo stati piu prudenti, meno sdegnosi, avessimo nascosto le nostre azioni e il nostro disprezzo per la trita morale del branco, avremmo forse conservato la piu ampia rete di amici, conoscenti e contatti che poco alla volta si e sfilacciata attorno a noi, al diffondersi della verita sui nostri rapporti. Non e stata nemmeno solo quella consapevolezza che gradualmente ci ha isolati, era piuttosto l’impossibilita di negare quella percezione, perche la gente sa tollerare moltissimo negli altri, soprattutto in coloro la cui stima viene ritenuta degna di essere conquistata, ma solo se chi possiede quella conoscenza puo fingere con verosimiglianza, con se stesso e con gli altri, di non sapere cio che in realta sa.
Tuttavia, quell’autoinganno a noi non bastava; sembrava una parte di quella moralita fuori moda che avevamo due volte negato, per mezzo della nostra unione proibita e per l’ampio raggio di relazioni poco meno scandalose a cui partecipavamo e che incoraggiavamo. E cosi, nella nostra vanita, dopo aver scoperto uno stimolo in quei primi scandali, desiderosi forse di nuove vie per scandalizzare, abbiamo reso troppo difficile per coloro che ci circondavano, e che avevano una minima considerazione per il giudizio degli altri, il negare cio che eravamo e cosa facevamo.
Avevamo ancora amici, e venivamo ricevuti abbastanza civilmente nella maggior parte dei posti che avevamo conosciuto, e nessuno con una casa come la nostra, con cantine ben fornite e una generosa disposizione, ha mai fatto fatica a trovare gente che affollasse un party, ma nondimeno ci siamo resi conto che calavano gli inviti nelle altre grandi case, cosi come il tipo e la scala degli eventi pubblici in cui un minimo investimento nelle azioni della morale convenzionale era uno dei requisiti d’ingresso.
