Allora vedo la luogotenente, nuda e inginocchiata a gambe larghe sul letto, con una pistola tenuta a due mani e puntata contro di me. Apro la bocca per spiegare. Dietro — oltre il rosa del suo corpo agile e disteso — vedo te, rannicchiata, piegata in due, tremante, che ti stringi un braccio.
E sangue quello che c’e sulle lenzuola? Sono stato io che…?
La luogotenente spara prima che io riesca ad aprire la bocca, prima che possa spiegare, o chiedere, o protestare. Qualcosa mi colpisce sul lato della testa come un picchetto conficcato da un martello, facendomi ruotare, facendomi contorcere, facendomi girare gli occhi cosi da vedere le minuscole fiamme delle candele che roteano e lasciano una scia e creano un alone attorno a me, e le loro piccole vite tremolanti si trasformano in un intero popolo di candele.
Poi la luce si spegne del tutto mentre cado di nuovo all’indietro, colpendo le assi in un silenzio che svanisce.
Oscurita. Non piu spari. Immobilita.
Mi sembra di non poter sentire nulla direttamente, eppure in qualche modo sono consapevole delle cose. Sono cosciente di un pianto, di grida, di voci che tranquillizzano, di cose che sbattono pesantemente e terribili ruggiti e rumori di tonfi e di passi. L’esistenza, la presenza di questi suoni mi viene in qualche modo segnalata, ma solo in quanto concetti, entita astratte. Non saprei dire chi piange, chi parla o cosa si dice o quali sono esattamente quei suoni e cosa significano.
Voglio aprire gli occhi ma non posso. C’e una tempesta in arrivo, penso. La pistola mi viene tolta dalla mano. Non fa troppo male. Qualcosa mi rimbomba nel fianco, nelle costole. Accade di nuovo. Mi ci vuole un momento, nell’oscurita che mi avvolge, per capire che vengo preso a calci. Comincia a far male. Il pianto, le grida, i colpi continuano. Sono gli alberi? Sento gli alberi che hanno preso a muoversi nella brezza? Un altro calcio, e questa volta fa piu male.
«…qui!» dice una voce, distintamente.
Alcune mani si stringono attorno a me, mi sollevano bruscamente. La gamba viene districata dal buco nel pavimento. Poi sono di nuovo messo giu, e atterro su qualcosa di morbido, credo.
Sono sulla schiena. No, bocconi.
Adesso sento rumori confusi. Scricchiolano assi, sbattono porte, arrivano zoppicando alcuni piedi; fruscio di vestiti, sdrucciolii; lontani passi di corsa, con un ritmo spezzato, tutti diretti qui; urla confuse, preoccupate, sollevate e irose; frenetici scambi di parole. Credo che soffriremo tutti quando arrivera la tempesta. La mia testa viene sollevata, e poi lasciata cadere di nuovo. Sento la tempesta che si raccoglie sulle montagne. Strano torpore. Altre parole. Corone di nubi nere che si ammassano. Respira ancora. Una certa oscurita in cima. Barry. Bara. Sbarazzarsi.
Sei tu che piangi, credo. Parole di conforto della luogotenente. Sto ancora cercando di parlare perche ci devono essere cose da dire. Credo che i miei occhi siano aperti, ma non perche credo di vedere qualcosa. Credo di poter vedere. Di certo mi piacerebbe. Consapevole di altre persone. La stanza sembra molto rossa, come la osservassi attraverso una nebbia di sangue. Tu sei sul letto, rannicchiata, abbracciata: accudita. Gesso sul pavimento, sangue scuro sul letto. La luogotenente, seduta sul letto, si sta infilando uno stivale. Un leggero sibilo, qualche vecchio arnese alimentato a gas. C’e un tappeto sotto di me, che si inzuppa lentamente. Voce che riconosco: quella di un domestico, che grida, implora, nella stanza accanto, poi una frettolosa discussione, ordini e altre grida, la voce del domestico che protesta, si calma, se ne va, scompare. Ma la tempesta continua ad avvicinarsi; romba contro le mura cave del castello.
Mi chiedo chi abbia gridato. Sei stata tu, mia cara, o lei? O io, forse? Per qualche ragione mi sembra importante proprio adesso, sapere chi ha gridato, ma so solo che qualcuno l’ha fatto. Ricordo quell’urlo, mi torna in mente il suono, posso ripeterlo nella mia mente anche al di sopra del rombo della tempesta, ma nel ricordo potrebbe essere stato chiunque di noi tre. Forse siamo stati tutti e tre insieme. No.
«…on qui!» dice una voce. Ma di chi?
Uno scuro rombo postumo mi consuma. Adesso e arrivata la tempesta. L’ultima cosa che sento e «Non qui, non
DICIASSETTE
Castello, sono nato dentro di te. Adesso mi rivedi come un bambino inerme portato attraverso le tue sale devastate. Sulla stessa barella che era servita per la granata vengo condotto davanti ai soldati, alle loro temporanee conquiste e ai nostri domestici, tutti in piedi, a bocca aperta. I detriti che avevo attraversato e le forme assopite che solo pochi minuti fa avevo sfiorato — unica creatura animata, unica in piedi e capace di stare in equilibrio, sprezzante di fronte alla loro rumorosa letargia — adesso sono gli ebbri testimoni della mia espulsione: vengo spazzato via, impotente e disarmato. Ciascuno con una candela in mano, i membri di quella congregazione mi osservano, come una vergine abbagliante e pacchiana condotta per la processione annuale in mezzo all’usuale squallore dei fedeli.
La luogotenente allarga le braccia mentre avanza a grandi falcate, infilandosi il giubbotto. Tranquillizza la folla, dicendo a tutti di tornarsene a letto, schiacciandosi per superare me e i miei portatori, sistemandosi il colletto mentre scendiamo le scale. Il sangue scorre alla testa. No, no, un incidente. Troveremo aiuto. So dove si puo trovare un dottore, l’ho visto l’altro giorno. Anche la signora e ferita ma di striscio. Tutti e due sembra che stiano peggio di come stanno in realta. A letto; tornatevene a letto. Continuate a dormire. Andra tutto bene.
Vedo un altro viso, calmo, pallido ma composto in cima alle scale mentre scendiamo rumorosamente (mani bianche sul legno scuro e straziato, l’altro braccio avvolto in bende, stretto al tuo seno latteo)? Credo di si, ma poi la rampa di scale mi fa voltare e mi toglie quella visione.
L’atrio, e sono di nuovo orizzontale. Vedo un’armatura accanto alla porta, con una cappa nera foderata di rosso sulle spalle. Cerco di toccarne l’orlo quando le passiamo accanto, e il braccio si protende in una supplica, mentre la bocca tenta di articolare parole. Il braccio ricade, toccando il pavimento, e le nocche colpiscono il gradino della porta, crocchiando su di esso mentre usciamo in cortile. La porta viene chiusa con violenza. Sento stivali che corrono sui ciottoli, poi urla e grida.
Non il pozzo, cerco di dire. Abbiate pieta. (Forse lo dico, credo, mentre mi scaricano dalla barella e mi buttano sul pianale tra i sedili di una jeep.) Il fondo odora di fango e olio. Qualcosa di freddo e rigido viene gettato sopra di me, sopra tutto il mio corpo, togliendomi la poca luce che c’e. Le sospensioni del veicolo cedono, viene mormorata qualche parola, un lontano rumore metallico viene coperto quando il motore si avvia rombando e l’acciaio sotto di me si mette a tremare.
Cigolano gli ammortizzatori, l’aria sibila; due pesanti paia di stivali si posano su di me, schiacciandomi la testa e le ginocchia. Il motore tossisce e si imballa, le marce stridono e partiamo con uno strattone. I ciottoli del cortile mi scuotono, il passaggio sotto il corpo di guardia amplifica il rombo del motore, e poi siamo fuori, oltre le mura, sopra il ponte — altre grida e un unico colpo di pistola — e scendiamo per il viale d’accesso.
Cerco di seguire la strada, sforzandomi di combinare la mappa della memoria con i movimenti ciechi della jeep; qui la testa e spinta contro la fiancata, qui gli stivali pesano di piu, o scivolano all’indietro o in avanti. Credevo di conoscere bene questo territorio, ma penso di aver perso l’orientamento prima ancora di lasciare il parco. Giriamo a sinistra alla fine del viale, credo, ma sono ancora confuso. Mi fanno male la testa e le costole. Anche le mani, e questo mi sembra cosi ingiusto, dato che le loro ferite risalgono a un tempo molto piu remoto, e ormai dovrebbero essere guarite da un pezzo.
Vogliono uccidermi. Mi pare di averli sentiti dire ai domestici che mi avrebbero portato da un dottore, ma non ci sono dottori. Non mi portano dove mi aiuteranno, a meno che non vogliano aiutarmi a morire. Qualunque cosa sia mai stato per loro, adesso sono nulla; non un uomo, un altro essere umano, solo qualcosa di cui sbarazzarsi. Solo una cosa.
La luogotenente crede che abbia voluto uccidere lei, o te, mia cara, o tutte e due. Anche se avessi la facolta di parlare, non c’e nulla che potrei dirle che non sembri una misera scusa, una storia mal congegnata. Volevo vedere; sono stato solo curioso, nulla di piu. Lei si era impadronita della nostra casa, si era impadronita di te eppure io non ne ero risentito, non la odiavo. Volevo solo guardare, avere conferma, essere testimone, condividere una minima parte della vostra gioia. La pistola? La pistola si era semplicemente presentata, e una creatura per natura promiscua, una cosa raccolta per caso, un invito rivolto alla mano per riempire la quale e stata
