flettere quella superficie segnata vorrebbe dire suscitare altro dolore. E meglio, meno penoso, lasciarla dov’e. E comunque, chissa, magari la pistola puo tornarmi utile.

Salgo i gradini curvi fino al caposcala del piano delle stanze da letto, dove le ringhiere della balaustra, inclinate e spezzate, sporgono verso la tromba delle scale come dita che artigliano il vuoto. I miei piedi, che preferiscono il limite interno dei gradini, strusciano polvere di gesso a ogni passo. Il corridoio trabocca d’ombre, una buia foresta di colonne e pilastri pallidi, ampie chiazze di ombre d’inchiostro e raggi obliqui della luna; un sentiero invernale fra i detriti, fiancheggiato di oscure pozze che hanno lo stesso colore del retro degli specchi antichi. Sento lontani grugniti, un letto o un’asse scricchiolante, qualcuno che tossisce. L’aria puzza di fumo e sudore e alcol. Sul pavimento, la corrente di una finestra rotta spazza via un turbine di pagine strappate da libri. Provo a seguirle.

La porta della mia camera e socchiusa; all’interno l’aria e turbata dal russare di vari uomini. Nell’entrata che da sulla tua camera, mia cara — e nella cornice di una finestra proiettata dalla luce della luna — giace un’altra forma assopita, arrotolata in un sacco a pelo, con un elmetto posato accanto alla testa e un fucile in equilibrio contro uno stipite della porta. Mi avvicino al soldato, posando con cura i piedi per evitare di far rumore schiacciando fogli e dischi rotti o un’asse danneggiata che scricchiola sempre. Mi sporgo verso di lui e colgo una traccia di quella che, alla luce della luna, sembra una ciocca di capelli rossi. E Karma, allora, il nostro mitragliere e fedele guardiano del sonno della luogotenente. Credo di poter girare la serratura della porta, ma se la aprissi farei cadere il fucile. Potrei sollevarlo, ma la cinghia e avvolta intorno al polso del guardiano, subito sotto il pugno serrato come quello di un bambino, accanto alla guancia.

Mi ritiro e punto sulla porta aperta del mio appartamento. L’oscurita e riempita dal rumore raschiante di un ubriaco che si dibatte nel sonno. C’e poca luce: il camino e spento, le tende sono tirate e comunque la stanza non e esposta alla luce della luna. Faccio scivolare con cura i piedi. So dove sarebbero tutti gli oggetti di questa stanza in condizioni normali, ma quali rifiuti siano stati abbandonati, quali vestiti lasciati cadere e quali mobili spostati da chiunque dorma qui adesso non lo posso indovinare ne vedere.

Striscio attorno ai piedi del letto e avanzo a tastoni oltre la cassapanca, e la mia mano sensibilizzata dal fuoco sfiora qualcosa che sembra biancheria femminile e un bicchiere posato accanto. Attraverso la stanza fino al muro accanto alla porta che da sulla tua camera. Le scarpe incontrano vetri rotti, uno strato crepitante sulla superficie del tappeto. La vetrina accanto al muro e stata aperta; la mia mano in avanscoperta tocca lo sportello di legno e vetro e lo chiude con un morbido scatto e con il rumore stridente di qualcosa che gratta sul vetro. Mi immobilizzo. Il russare alle mie spalle ha un’esitazione e cambia tonalita, ma continua virilmente. Avanzo a tentoni fino alla porta.

Il passe-partout di Arthur fa scattare con dolcezza la serratura. Ricordo che ci sono chiavistelli su entrambi i lati della porta. Allungo la mano e scopro che quello da questa parte non e chiuso. Ho un’esitazione, chiedendomi cosa potra mai succedere quando girero questa maniglia, a cosa potra condurre l’apertura di questa porta.

La maniglia si abbassa con facilita nella mia mano dolorante, e con una minima pressione la porta, robusta e pesante, comincia ad aprirsi.

Entro nella stanza, in un malcerto spazio ambrato pieno di ombre. La porta si chiude con uno scatto inavvertibile.

Finalmente, mia cara. Trovo te e la nostra luogotenente.

La stanza e illuminata da larghi monconi di candela e dai resti del fuoco nel camino, con i ciocchi ridotti a incandescenti caverne rosso scuro in un paesaggio grigio e nero, privo di fumo e di fiamma. Su ogni candela c’e un bagliore a forma di lacrima, immobile come vetro soffiato. Tremano appena alla debole corrente prodotta dal mio ingresso, una dopo l’altra: prima la candela sul lato piu vicino del camino, poi quella su una cassapanca, poi quella all’estremita lontana del fuoco, infine la candela sul comodino, su cui e posata una pistola automatica di metallo nero e lucente. La dolce marea delle ombre lambisce la pelle della luogotenente e la tua, come la luce che accarezza le forme levigate della vostra carne condivisa.

Il corpo della luogotenente, di cui e visibile una meta in verticale, e piu snello di quello che mi sarei aspettato. In questa luce, la sua pelle sembra quella di un bambino: morbida e rosata. Siete sdraiate insieme, nude, con le membra intrecciate, circondate da un caos indolente di cuscini, lenzuola, vestiti; la tua guancia e sulla sua spalla, la sua gamba gettata sul tuo fianco, una sua mano e posata con leggerezza sul tuo seno. Come sembra vulnerabile, insieme a te, mia cara, la nostra luogotenente, come e muto l’orgoglio del comando, quanto poco da luogotenente e la sua nuda accessibilita, quanto disposta al sonno la spalla che si adatta alla guancia, la nera capigliatura arruffata, la posa languida del braccio gettato all’infuori, la curva succosa della natica e la morbida mano a coppa: tutte le sue membra fluttuano sulle gonfie lenzuola di seta come relitti a stento collegati in un mare magico e calmo.

E quanto innocente, quanto bella appari tu, innalzata sopra la dissolutezza alcolica inghiottita dai piani inferiori, languida e composta in una pace comune e silenziosa, sicura nella tua morbida cittadella di sonno. Avanzo con cura ai piedi del letto, stando bene attento ai punti in cui il pavimento cigola, abbassandomi per evitare che la mia ombra proiettata dalle candele cada sul viso serenamente addormentato della luogotenente.

Quanto desidero unirmi a voi due, scivolare in silenzio fra voi e condividere il vostro calore, essere accettato da lei e insieme da te.

Ma so che non e possibile. Nessun atto della luogotenente fa pensare che i suoi gusti possano accettare una simile inclusione, o che lei possa cedere a cio che desidero io. Devo contentarmi di essere stato testimone, di aver visto quanto doveva essere visto e sara serbato con cura nella mia memoria. E sufficiente. Non ho idea di cosa potrebbe comportare quanto ho visto, del mutamento di situazione e fedelta che potra suscitare in seguito, ma da molto tempo abbiamo convenuto che cose come queste devono essere trattate con ragionevole passione, e di correre questo rischio. Solo il margine che ci siamo concessi ci permette di andare alla deriva insieme, solo i legami piu allentati ci terranno uniti. La nostra ampia licenza e stata la garanzia di una rilassata affiliazione, e ci ha mantenuto nelle nostre orbite irregolari, mentre una minor portata di reciproco consenso ci avrebbe ben presto separati per sempre.

E stato egoistico, da parte mia, intromettermi in questo modo. Continuate a dormire, gentili signore. Perdonatemi per aver tratto questa minima quantita di piacere dalle conseguenze del vostro. Usciro di scena, vi lascero in pace e forse trovero un letto da qualche parte, di sopra.

Mi muovo con la cautela necessaria attorno al letto, badando di nuovo a dove metto i piedi, di nuovo piegandomi sotto la linea di luce che congiunge lo stoppino delle candele agli occhi chiusi della nostra luogotenente.

Un’asse scricchiola sotto di me, dove prima non si era mai mosso nulla. Certo, capisco all’improvviso; sono vicino al tappeto che copre il buco lasciato dalla granata. La luogotenente si muove nel sonno. Faccio un lungo passo per togliermi dall’asse danneggiata, che manda uno schiocco improvviso tornando a posto. Sento un rumore dietro di me, sul letto, e comincio a voltarmi, sbigottito, perdendo l’equilibrio, barcollo e metto il piede sul bordo del tappeto, pensando che sia centrato sul buco.

Ma qualcosa nel castello mi tradisce. Mentre guardo all’indietro, e vedo la tua testa che comincia a levarsi e la luogotenente che si volta di scatto, torcendo le coperte attorno a se come un bozzolo filato — mentre i suoi occhi si aprono lentamente e la sua mano si protende verso il comodino — il mio piede finisce nel buco malchiuso sotto il tappeto. La gamba scompare di sotto, trascinandomi con se; l’altro piede scivola sul pavimento di legno mentre comincio a sprofondare. Le mie braccia si distendono, e le mie mani tentano di stringersi a…

La pistola, dimenticata nella mia presa bloccata dall’ustione, emette un rumore assordante. Liberata come un uccello artigliato per aggrapparsi alla salvezza del trespolo marmoreo del camino, la mia mano, con le dita che si contraggono dolorosamente, si stringe invece al grilletto della pistola. Esplode uno sparo, e rimbomba nella stanza con una forza assordante, e una lancia di fuoco sgorga dalla bocca, coprendo la luce delicata delle candele e delle braci, accecandomi. Ho la gamba incastrata nel buco; mi volto mentre cado, e la mia testa colpisce la griglia metallica al bordo del focolare; la pistola sta ancora sparando, posseduta da una sua vita sussultante, e il suo folle abbaiare mi riempie la mano e le orecchie. Il marmo si crepa, si disperdono schegge, grida e colpi di rimbalzo echeggiano da qualche parte nel gorgo del rumore. Rotolo sulla schiena, confuso, mentre la pistola continua a saltarmi in mano. Anche mentre cado sul pavimento, con la gamba bloccata, preso come un animale in trappola, mi scopro a chiedermi come faccia la pistola a continuare a sparare, e solo oscuramente comincio a capire che, al contrario di tutte le pistole che abbia mai usato, questa spara finche si tiene premuto il grilletto. Dico alla mia mano di aprirsi, voglio che le mie dita lascino il grilletto, e intanto cerco di risollevarmi, di mettermi seduto.

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