chiedesti se stavo bene.
Riempii i polmoni e aprii la bocca per parlare, per gridare, e tu chiamasti di nuovo, e c’era una nota di panico crescente nella tua voce, e le tue parole bloccarono in fondo alla gola le mie. Mi fermai a pensare per un istante, poi mi lasciai andare all’indietro, aprii braccia e gambe, non dissi nulla ma chiusi gli occhi e aprii la bocca.
Mi chiamasti un’altra volta, e la tua voce era colma di terrore. Rimasi immobile, socchiudendo appena gli occhi per osservarti attraverso l’ombra delle ciglia. Scomparisti in cerca di aiuto.
Attesi un istante, poi mi rimisi in piedi e tirai la catena finche divenne corda; continuai finche la svolsi completamente dal cilindro di legno attaccato alla manovella. Il cranio mi ronzava, ma per il resto non avevo dolori. Mi attaccai alla corda e puntai i piedi in fuori, tentando di fare presa sulle pietre viscide della gola del pozzo. Io ero giovane e forte, la corda era nuova e il pozzo non era piu profondo del fossato rispetto al cortile. Mi tirai su rapidamente fino in cima, poi mi issai oltre il bordo e atterrai sui ciottoli del cortile. Sentii voci allarmate che provenivano dal portone del castello. Corsi dalla parte opposta, verso il passaggio che conduce al ponte, sotto il corpo di guardia, e mi nascosi fra quelle ombre.
Papa e mamma comparvero insieme a te e al vecchio Arthur; la mamma strillava, agitando le mani. Papa grido e disse ad Arthur di tirare la manovella dell’argano. La mamma si muoveva in tondo con le mani strette alla bocca, girando attorno al pozzo. Tu stavi indietro, con un’aria pallida e sconvolta, singhiozzando e respirando a fatica, con gli occhi fissi sulla scena.
«Abel! Abel!» grido papa. Arthur si affannava alla manovella del pozzo, sudato. La corda strideva sul tamburo, e alla fine comincio a sollevare qualcosa. «Maledizione, non riesco a vedere…»
«E colpa sua, sua!» gemeva la mamma, indicando te. Tu la guardavi senza espressione, e tormentavi l’orlo del vestito.
«Non fare la stupida!» le disse papa. «La responsabilita e tua: perche la grata del pozzo non e chiusa a chiave?»
Mi percorse allora un brivido sconvolgente; provai una sensazione che solo in seguito avrei potuto identificare come qualcosa di sensuale, di orgasmico, mentre osservavo in disparte gli altri che si preoccupavano, faticavano, si lasciavano prendere dal panico e recitavano solo per me. La vescica rischiava di mettermi in imbarazzo e dovetti serrare lo stomaco attorno a un grumo di gioia mentre allo stesso tempo incrociavo le gambe e mi stringevo con le dita la virilita ancora glabra per evitare di bagnarmi un’altra volta i calzoni.
Apparvero altri domestici e l’amante di nostro padre, affollandosi attorno al pozzo mentre Arthur portava alla superficie il secchio vuoto. I lamenti della mamma riempirono il cortile. «Una torcia!» grido nostro padre. «Trovatemi una torcia!» Un domestico torno di corsa dentro il castello. Il secchio era posato sul muretto, gocciolante. Papa saggio la corda. «Puo darsi che qualcuno debba scendere giu», dichiaro. «Chi e il piu leggero?»
Io ero piegato al buio, e cercavo sempre di non farmela addosso. La fiamma di un’esaltazione feroce mi riempi, minacciando di esplodere.
Poi vidi la fila di goccioline che avevo lasciato, dal ponte al portico in cui mi trovavo. Guardai inorridito le chiazze, scure monete dell’acqua sporca del pozzo caduta dai miei abiti fradici sui ciottoli grigi e asciutti; due o tre per ogni passo. Ai miei piedi, nel buio, l’acqua aveva formato una piccola pozza. Volsi di nuovo gli occhi al cortile, dove si era radunata una folla ancora maggiore che quasi oscurava nostro padre, il quale stava adesso illuminando con una torcia il fondo del pozzo e spiegava ai domestici di sollevare le giacche sopra di lui, cosi che la luce del giorno non lo abbagliasse mentre tentava di vedere nell’oscurita.
Le gocce cha avevo lasciato luccicavano al sole. Non riuscivo a credere che nessuno le avesse notate. Adesso la mamma stava urlando in maniera isterica: un rumore acuto e stridente che prima non avevo mai sentito da lei ne da nessun altro. Mi scuoteva l’anima, mi inondava la coscienza. Cosa dovevo fare? Mi ero vendicato di te — anche se, avevo notato, tu sembravi solo un po’ preoccupata — ed eri gia stata almeno in parte incolpata, ma adesso dove sarei finito? Era tutto diventato molto piu serio di quanto avessi previsto, passando con vertiginosa rapidita da una grandiosa beffa originata da un lampo di genio a qualcosa — lo capivo semplicemente dal numero e dall’anzianita degli adulti che stavano perdendo il controllo — che non sarebbe finito senza una punizione grave, dolorosa e prolungata inflitta a qualcuno: quasi sicuramente a me. Mi maledissi per non averci pensato prima. Da un abile piano alla caduta, all’affanno, alla calamita: tutto in pochi minuti.
L’idea mi apparve come un salvagente a un uomo che affoga. Raccolsi tutto il mio coraggio e lasciai il nascondiglio nelle ombre sotto il corpo di guardia, avanzando malfermo e sbattendo le palpebre. Lanciai un debole grido, tenendomi una mano alla fronte, poi gridai un po’ piu forte, dato che il primo era stato ignorato. Qualcuno si volto, poi tutti; si levarono urla ed esclamazioni. Feci qualche altro passo esitante mentre la gente mi correva incontro, poi crollai teatralmente sui ciottoli appena prima che mi raggiungessero.
Quando fui seduto, consolato, con la testa premuta contro il petto gemente della mamma, con le mani tenute e strofinate da due diversi domestici, sospirai e dissi «Oh, povero me» e sorrisi valorosamente e sostenni di aver trovato un tunnel segreto dal fondo del pozzo al fossato, e che avevo strisciato e nuotato finche non ne ero uscito, mi ero arrampicato sull’argine e avevo percorso, esausto, il passaggio sotto il corpo di guardia.
Ero quasi convinto di averla fatta franca quando papa si acquatto davanti a me, con un’espressione cupa e gli occhi di pietra. Mi fece ripetere la storia. La ridissi, esitando, non piu cosi sicuro di me. Avevo detto che mi ero arrampicato sull’argine? Volevo dire il ponte. I suoi occhi si strinsero. Pensando di colmare un buco, ma in realta portando un’altra fascina al mio rogo, dissi che il passaggio segreto era crollato alle mie spalle; non sarebbe servito, dunque, mandare qualcuno di sotto a controllare. Anzi, tutto il pozzo era pericolante. Io mi ero salvato per puro miracolo.
Guardare negli occhi nostro padre era come guardare in un tunnel nero senza stelle in fondo. Era come se mi stesse vedendo per la prima volta, come se io stessi fissando un passaggio segreto attraverso il tempo, fino ad acquisire una prospettiva da adulto, grazie alla quale capivo come mi sarebbero sembrati il mondo e le storie di bambini bugiardi e impertinenti quando avessi raggiunto la sua eta.
Le parole mi morirono in gola.
Lui allungo il braccio e mi schiaffeggio, con forza, in piena faccia. «Non essere ridicolo, ragazzino», disse, concentrando in quelle poche parole tutto il disprezzo che una lingua riesce a comunicare. Si rialzo agilmente e si allontano.
La mamma gemette, e si mise a strepitare in maniera incoerente contro di lui. I domestici avevano un’aria confusa: alcuni fissavano me con un’espressione preoccupata, altri seguivano lui con lo sguardo, mentre rientrava nel castello. La sua amante lo segui, tenendo te per mano.
Arthur, che allora mi appariva vecchio ma in realta non lo era, guardo il vuoto nella folla creato dalla partenza di nostro padre; la sua espressione era preoccupata e piena di rimpianto, scuoteva la testa o sembrava volerlo fare; non perche avessi vissuto una terribile avventura e poi, ingiustamente, il mio stesso padre non mi avesse creduto e, anzi, mi avesse colpito con violenza, ma perche anche lui riusciva a vedere attraverso la mia misera e disgraziata bugia, ed era preoccupato per l’anima, per il carattere, per la futura tempra morale di un bambino cosi svergognato — e incapace — da ricorrere con tanta facilita a bugie simili. In quella compassione c’era un rimprovero altrettanto severo e sferzante di quello che nostro padre mi aveva indirizzato con la doppia manciata di dita e di parole; proprio in quanto confermava che era quello il giudizio maturo e consapevole delle mie azioni e di quelle di mio padre e non un’aberrazione che avrei potuto minimizzare o ignorare, il muto rimprovero di Arthur mi colpi ancor piu in profondita.
Cominciai a piangere. E piansi non con le calde lacrime facili e futili della frustrazione e della rabbia infantili, ma con la prima angoscia da adulto, con un dolore intenzionalmente spogliato di qualunque piccola preoccupazione da bambino; grandi lacrime singhiozzanti di un dolore che veniva dal cuore — non solo egoistico, per un angusto senso dell’utile o dello spiacevole, perche ero stato scoperto o perche sapevo che probabilmente mi aspettava una lunga punizione, anche se c’era anche questo — ma per aver fatto perdere a nostro padre la fiducia e l’orgoglio nel suo unico figlio maschio.
Ecco cosa mi torturava, e si estendeva fino alle pietre del castello; ecco cosa mi afferrava come un artiglio e spremeva da me quelle lacrime fredde e amare di dolore e non poteva essere placato dalle tenere carezze di mia madre e dai dolci colpetti sulla schiena e dai morbidi abbracci.
In seguito, la mamma avrebbe continuato a dichiarare che credeva alla mia storia, anche se ho il sospetto che lo dicesse solo per sottrarre a nostro padre il suo ultimo convertito, per frustrare la sua volonta; un’altra falsa vittoria nella campagna ultradecennale che combattevano l’uno contro l’altra, dapprima nel castello, assediandosi e
