«Scusate, devo scappare in bagno», fa lui, alzandosi. Il piede di Yvonne s’irrigidisce contro il mio inguine, ma non si sposta.
Yvonne e io restiamo a guardarlo mentre si allontana e poi, contemporaneamente, ci chiniamo in avanti sopra il tavolo.
«Cristo, hai un’aria maledettamente scopabile», le sussurro.
«Hmm», mormora lei, e si stringe nelle spalle. «Mi dispiace per oggi.»
«Pazienza. Dio mio, come me lo fai tirare!»
«Vuoi che ci vediamo il giorno in cui lui parte?»
«Si», rispondo, senza fiato. «Si, si, si.»
«Togliti una scarpa e infilami un piede tra le gambe», dice, calma. «Sono senza mutandine.»
«Oh, Cristo!»
Un’ora dopo sono nel bagno degli uomini, al giornale. Ho il calzino destro avvolto intorno all’uccello e mi sto masturbando. L’odore del calzino mi e rimasto sul viso; prima di avvolgermelo intorno al cazzo l’avevo annusato a lungo, inalando il suo odore nei polmoni. Questa e la seconda sega che mi faccio; al ristorante stavo quasi per venire, mentre me ne stavo li, seduto a mangiare la mia aragosta con il piede di Yvonne che continuava ad accarezzarmi l’inguine e il mio piede infilato sotto la sua gonna. Per evitare una brutta figura a tavola, sono stato costretto a ritrarre il piede, a infilarmi la scarpa, a scusarmi e ad andare imbarazzatissimo nel bagno degli uomini per sfogarmi. E bastato toccarlo. Questa volta, invece, ci vuole un po’ di piu. La calza emana un forte odore di donna, altamente erotico. Grazie al cielo stavamo mangiando pesce.
Oh, Yvonne… Ah, ecco, ci siamo…
«Cameron, stai bene?»
«Si, Frank.»
«Sei un po’ pallido.»
«Mi sento benissimo.»
«Bene. ‘Carse of Gowrie’.»
«Come?»
«’Carse of Gowrie’. Sai, su vicino a Perth. Indovina che cosa suggerisce il correttore ortografico?»
«Mi arrendo.»
«’Carriera o governo’!»
«Piantala, oppure non riusciro a trattenere le lacrime.»
«Ce n’e una ancora migliore…»
«Senti, Frank, devo fare una ricerca molto importante», taglio corto, afferrando un notes e avviandomi verso la biblioteca. Diamine, devo lavorarci, insieme a ’sto tipo. Meglio una ritirata strategica davanti alle ultime battute, per niente spiritose, di questo scherzo che va avanti ormai da troppo tempo, piuttosto che perdere la pazienza e indicare a Frank il posto in cui potrebbe infilarsi il suo correttore ortografico.
Il
A parte la conferma che Ares e il dio greco della guerra, il che puo essere attinente al caso oppure no, non riesco a trovare granche. Non c’e il minimo accenno a qualcosa o a qualcuno chiamato Jemmel. Mi ritrovo quindi a sfogliare il materiale che ho gia scoperto su Wood, Bennet, Harrison, Aramphahal e Isaacs.
Wood e Isaacs lavoravano per la British Nuclear Fuels Ltd., Bennet per l’Ente per il controllo nucleare, Aramphahal era impiegato in qualita di esperto crittografo nel quartier generale per le Comunicazioni governative e Harrison era un uomo del ministero del Commercio e dell’Industria; di quest’ultimo si vociferava che avesse stretti legami con l’MI6, la celebre sezione dei Servizi segreti dell’esercito. Aramphahal era sceso sui binari ferroviari posti lungo il confine della sua proprieta, vicino a Gloucester, si era legato una corda attorno al collo, aveva assicurato prima un’estremita a un albero su un lato dei binari, poi se stesso a un tronco sul lato opposto, e aveva atteso che passasse l’espresso. Wood viveva a Egremont, un piccolo villaggio della Cumbria: aveva fatto il bagno in compagnia di un trapano elettrico, e non del tipo a batteria. Bennet era stato trovato nel pozzo nero di una fattoria vicino a Oxford: annegamento. Isaacs si era legato ai piedi una vecchia e pesantissima macchina da scrivere e si era gettato nel Derwentwater, mentre Harrison si era chiuso in una stanza d’albergo e aveva inghiottito due liquidi che, se combinati, reagiscono e formano quella schiuma isolante per le intercapedini dei muri: era morto soffocato. Sembrava che si conoscessero tutti, e che il loro stato di servizio fosse piuttosto oscuro: c’erano lunghi periodi vuoti in cui nessuno sapeva dove fossero stati; nessuno di loro aveva legami di amicizia con colleghi, o perlomeno, non c’era nessuno che ammettesse di essere stato loro amico.
La faccenda era estremamente sospetta; per quanto ne sapevo, alcuni giornalisti — di almeno due quotidiani londinesi — avevano cercato di scoprire se si era trattato di qualcosa di piu di una serie di coincidenze, ma senza risultato. C’era stata un’interpellanza parlamentare e la polizia aveva prima avviato un’indagine e poi l’aveva insabbiata in fretta e furia; da tale indagine, comunque, non era emerso un bel niente, oppure, se qualcosa era emerso, era stato tenuto ben nascosto.
A detta del signor Archer, i cinque morti avevano una cosa in comune: il segno di un’iniezione su un braccio e/o una contusione nella parte posteriore del cranio, dov’erano stati colpiti. Di conseguenza, nessuno di essi era cosciente al momento del suicidio. Il signor Archer sosteneva inoltre di essere in possesso di copie dei rapporti forensi originali che avvaloravano le sue affermazioni, ma io — come altri miei colleghi — avevo controllato presso i distretti di polizia e con i vari coroner e non avevo scoperto niente; inoltre il fatto che l’anziano medico della Cumbria che aveva effettuato le autopsie su Isaacs, Wood e Harrison fosse morto d’infarto poco dopo l’avvio delle indagini poteva essere un’ennesima coincidenza oppure no… Comunque pure questo era impossibile da dimostrare, soprattutto perche il suo corpo, al pari degli altri cinque, era stato cremato.
Scuoto la testa, perplesso davanti a questa teoria della congiura, e mi sto chiedendo se la sensazione di fastidio che provo proprio dietro agli occhi sia l’inizio di un mal di testa, quando squilla il telefono della biblioteca. Joanie mi chiama; e per me.
«Cameron?» E Frank.
«Si», rispondo, a denti stretti. Sara meglio per lui che non si tratti di un altro giochetto sul controllo ortografico.
«C’e il tuo signor Archer al telefono. Devo passartelo?»
Oh, oh. «Ah, perche no?»
Si sentono parecchi
«Si, signor Archer.»
«Ho qualcos’altro per lei.»
«Che cosa?»
«Il vero nome di Jemmel mi sfugge, pero conosco il nome dell’agente, il rappresentante del cliente finale.»
«Ah.»
«Si chiama Smout», mi rivela; quindi lo sillaba.
«Okay», faccio io, pensando che il nome suona vagamente familiare. «E…?»
«E uno di quelli di cui non si parla a Baghdad, ma…»
Ma la linea cade. Si sentono un paio di
Riattacco. Provo un leggero senso di vertigine; la testa ancora gira a causa dell’alcool bevuto a pranzo,
