nella mia stanza. Mi mollano sul letto, e mi addormento immediatamente.

Sogno di Strathspeld, e delle lunghe estati della mia infanzia passate in una trance di oziosi piaceri, conclusasi quel giorno, con quella corsa nel bosco (ma da questo ricordo fuggo, come ho imparato a fare con il passare degli anni); vago per il bosco e per le piccole valli nascoste, lungo le rive dei laghetti ornamentali, del fiume e del lago; sono vicino alla vecchia cabina per i bagni, sotto il sole accecante e violento, con la luce che danza sull’acqua, e vedo due figure, nude, sottili e bianche nell’erba oltre il canneto; mentre le osservo, la luce dorata diventa argentea, quindi bianca, gli alberi sembrano rattrappirsi, le foglie scompaiono nel gelido scintillio di quella vampata bianca, mentre tutto, intorno a me, si fa sempre piu brillante e piu scuro al contempo, e riducendosi a un’immagine in bianco e nero: gli alberi sono neri e spogli, il terreno e totalmente coperto di un manto bianco e le due figure sono scomparse, mentre una, ancora piu piccola — con stivali, guanti e le falde del cappotto che svolazzano — corre ridendo attraverso la distesa bianca del lago ghiacciato.

Qualcuno urla e chiede aiuto.

LUX EUROPAE

Dodici ore dopo mi ritrovo nelle fottutissime Channel Islands, soffro terribilmente per i postumi della sbronza e penso: Ma che cazzo ci faccio qui?

«Eh? Cosa?»

«Svegliati, Cameron. C’e una telefonata per te.»

«Ah. Va bene.» Cerco di mettere a fuoco Andy. Sembra proprio che non riesca ad aprire l’occhio sinistro. «E importante?»

«Non lo so.»

E cosi mi alzo, m’infilo la vestaglia e mi dirigo verso l’atrio freddo e polveroso dove si trova il telefono.

«Cameron, sono Frank.»

«Oh, ciao.»

«Allora, ti stai divertendo?»

«Oh, si», dico, sempre cercando di convincere la palpebra sinistra ad aprirsi. «Qual e il problema, Frank?»

«Ha chiamato il tuo signor Archer.»

«Ah, si?» dico con voce stanca.

«Gia. Ha detto che forse ti avrebbe fatto piacere sapere…» sento Frank che sposta dei fogli «…che il vero nome del signor Jemmel e J. Azul. J e l’iniziale, il cognome e A-Z-U-L. E che Azul conosce tutta la storia, ma che sta per partire per un viaggio all’estero… Partira oggi pomeriggio. Questo e tutto quello che ha detto. Ho cercato di chiedergli di che cosa stesse parlando, pero…»

«Un minuto. Aspetta un minuto», biascico, aprendo a forza la palpebra sinistra con un dito. Mi faccio male e l’occhio comincia a lacrimare. Faccio un respiro profondo, cercando di svegliarmi. «Ripeti da capo…»

«Ha te-le-fo-na-to il si-gnor Ar-cher…» riprende Frank scandendo le parole.

Ripete tutto il messaggio. Nel frattempo, penso: Parte oggi pomeriggio… e da dove?

«Okay», dico, quando Frank ha finito di parlarmi con quel tono, neanche fossi un lettore del Sun. «Frank, potresti farmi un grosso favore e vedere se riesci a scoprire chi e ’sto Azul?»

«Be’, al momento sono piuttosto occupato, Cameron. Non tutti affrontano le scadenze con la tua leggerezza…»

«Frank, per favore. Il nome suona familiare, mi pare di averlo visto… Cristo, non riesco a ricordare, il cervello non funziona. Ti prego, Frank, fammi un controllo, per favore, vuoi? Ti saro debitore, Frank. Per favore.»

«Va bene, va bene.»

«Grazie. Se trovi qualcosa richiamami subito, okay? Lo farai?»

«Si, si. Va bene.»

«Bene. Magnifico. Grazie.»

«Se ti chiamo, pero, mi farebbe piacere che venissi a rispondere un po’ piu in fretta di ieri.»

«Cosa?»

«Il tuo signor Archer ha chiamato ieri.»

«Ieri?» ripeto, e sento che mi si chiude lo stomaco.

«Si. All’ora di pranzo. E stata Ruby a prendere il messaggio. Io ero fuori; non appena sono rientrato, ho cercato di chiamarti, ma non ho avuto risposta. Ho provato anche con il tuo cellulare, ma non credo che funzioni lassu tra le montagne; ho trovato soltanto la registrazione che mi chiedeva di riprovare piu tardi.»

«Oh, Cristo!»

«Senti, un’altra cosa…».

Sta per uscirsene con un’altra delle sue ridicole battute sul controllo ortografico, lo so. Non ci posso credere. Nel frattempo la mia testa va a mille, o almeno ci prova. Al momento sembra che sia ancora ferma ai bordi della pista, cercando di liberare i piedi dai pantaloni della tuta, saltellando tutto intorno e inciampando, mentre la corsa ha gia avuto inizio. Da un’altra parte.

«…e se fosse un nome qualsiasi?» chiede Frank. «Se meta degli abitanti di Beirut si chiamassero Azul? Voglio dire, sembra una specie di…»

«Frank, ascolta», lo blocco, colpito da un’improvvisa ispirazione. La mia voce suona molto piu calma e sobria di quanto io mi senta in realta. «Credo di ricordare dove ho visto quel nome. L’ho visto sulle ultime pagine del Private Eye. Qualcosa che ha a che fare con… non lo so… Sai, il genere di cose che finiscono in fondo a quella rivista. Potrebbe essere collegato con la difesa, l’industria aerospaziale, i servizi segreti, o il traffico d’armi. Ti prego Frank, prova con Profile. Devi soltanto battere: SEARCH: AZUL e…»

«Lo so. Lo so.»

«Grazie, Frank. Vado subito a vestirmi. Se non ti sento entro mezz’ora, ti richiamo comunque. Ciao.»

Cristo, cinque uomini assassinati, per non parlare degli altri su cui sta investigando McDunn, e ora ’sto tizio che parte oggi pomeriggio. E quell’altro che ha telefonato ieri! Odio le scadenze! Mi sto facendo prendere dal panico, lo sento. Il cuore batte forte. Cerco di pensare, ma non so cosa fare. Deciditi!

Mi decido. Quando si e in dubbio sul da farsi, la cosa piu importante e continuare a muoversi. La velocita e di vitale importanza. L’energia cinetica libera il cervello e confonde il nemico.

Trangugio il caffe bollente mentre m’infilo il cappotto; la mia sacca e posata sul bancone della reception nell’atrio dell’albergo. Andy, curvo, con gli occhi cisposi, mi osserva sbattendo le palpebre mentre addento una fetta di pane e la mando giu con il caffe. Andy sta fissando la mia sacca. Nel punto in cui s’incontrano le due cerniere, spunta fuori un calzino, simile a un’ernia bianca e molle. Apre le cerniere, infila dentro il calzino e richiude la sacca.

«Il telefono resta spesso isolato», dice con tono di scusa. «Probabilmente e stato il temporale di ieri sera.»

«Non ti preoccupare.» Guardo l’orologio. E passata da un pezzo l’ora di telefonare a Frank.

«Senti», sospira, grattandosi il mento e sbadigliando, «la polizia locale potrebbe anche voler parlare con te…»

«Lo so. Li chiamero e comunichero loro i miei movimenti, non ti…»

«No. Sto parlando della polizia locale.»

«Cosa? E perche?»

«Oh», fa lui con un sospiro. «La notte scorsa, quando i ragazzi se ne sono andati, c’e stato un po’ di casino la fuori. Pare che Howie e i suoi amici abbiano teso un’imboscata ai due hippy e mi sa che uno e finito all’ospedale.

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