Mentre aspetto di tornare a terra sulla piccola barca, stringo la mano a Yvonne. La sottile trama nera del velo, spruzzato di minuscoli puntini neri, la rende al contempo misteriosamente lontana e apertamente seducente, pioggia o non pioggia, stivali o non stivali.
Attraverso gli alberi, sulla terraferma, vedo e sento le macchine che fanno manovra e si allontanano sobbalzando lungo il sentiero che porta al paese e passa davanti all’albergo. La tradizione vuole che Yvonne, in quanto moglie del defunto, sia l’ultima a salire sulla barca; un po’ come il capitano che abbandona per ultimo la nave che affonda, immagino.
«Stai bene?» mi chiede, socchiudendo gli occhi.
«Sopravvivo. E tu?»
«Lo stesso», risponde. Sembra infreddolita, e piu piccola. Ho una gran voglia di prenderla tra le braccia e di stringerla forte. Sento le lacrime che mi pungono gli occhi. «Ho deciso di vendere la casa», mi spiega, abbassando brevemente lo sguardo, e sbattendo le lunghe ciglia nere. «La societa sta per aprire un ufficio a Francoforte. Faro parte dello staff.»
«Ah.» Annuisco, e non so cosa dire.
«Ti scrivero per comunicarti il mio indirizzo, una volta sistemata.»
«Bene. Perfetto. Okay.» Annuisco ancora. Si sente uno sciabordio dietro di me, e poi un piccolo tonfo. «Bene. Se ti capitasse di venire a Edimburgo…»
Lei scuote la testa e distoglie lo sguardo, poi mi rivolge un sorriso coraggioso e china la testa di lato. «La tua barca, Cameron.»
Me ne resto li, continuando ad annuire come un idiota; vorrei tanto dire la cosa giusta — ci deve pur essere! — per rovesciare la situazione, per creare un lieto fine — per me, per noi —, tuttavia so che e impossibile, e rimango li ad annuire come uno stupido, con le labbra strette tra i denti, incapace di guardarla negli occhi e consapevole che questa e la fine… Fino a quando lei non mi da il colpo di grazia: mi porge una mano e dice, con dolcezza: «Addio, Cameron».
Annuisco e le stringo la mano; dopo un po’ riesco anche a far funzionare la bocca e a dirle: «Addio».
Stringo la sua mano per l’ultima volta, solo per un attimo.
L’albergo, che si trova all’estremita del lago, e pieno di animali imbalsamati: pesci conservati in bacheche di vetro, aquile, gatti selvatici e lontre dall’aspetto rognoso. Non conosco molte persone e mi pare che Yvonne mi eviti. Bevo un whisky, mangio qualche sandwich e me ne vado.
La pioggia continua, torrenziale; il tergicristalli va alla massima velocita, ma anche cosi la contrasta a malapena. L’umidita che si sprigiona dall’ombrello e dal cappotto sul sedile posteriore sta combattendo una battaglia ad armi pari con il riscaldamento e lo sbrinatore.
Ho percorso circa venti chilometri sulla strada a un’unica corsia che gira intorno alla montagna, quando il motore comincia ad avere problemi. Do un’occhiata al cruscotto: il serbatoio e mezzo pieno, nessuna spia accesa.
«Oh, no», gemo. «Su, bella, su, non mi piantare proprio adesso! Su, su.» Do qualche colpetto sul cruscotto, come per incoraggiarla. «Su, su…»
Sto per affrontare un tratto di strada in leggera salita che attraversa un vivaio della Forestale, quando il motore si esibisce in una passabile imitazione di me stesso al risveglio, tossisce per un po’, sputacchia… e poi muore.
Arrivo per inerzia a una piazzola, e li mi fermo del tutto. «Oh, Cristo… Merda!» urlo, dando una manata sul cruscotto. Mi sento uno stupido.
La pioggia fa un rumore di mitragliatrice sul tetto.
Cerco di far ripartire il motore, ma questo si limita a dare un altro colpo di tosse.
Tiro la levetta che apre il cofano, mi metto il cappotto, prendo l’ombrello fradicio e scendo.
Il motore emette una scarica di ticchettii metallici e argentini. Dal collettore di scarico, dove cadono le gocce di pioggia, si alzano sottili fili di vapore. Controllo le candele e cerco un guaio molto evidente, tipo un filo staccato. Ma non trovo niente. (Nessuno, a quanto ne so, ha mai scoperto in situazioni del genere un guaio
Mi lampeggia e si ferma un po’ piu avanti.
«Salve», dico, mentre lui apre la portiera e scende, infilandosi una giacca a vento e un cappello da cacciatore. Ha i capelli e la barba rossi. «Si e fermata improvvisamente», gli spiego. «Benzina ce n’e, ma si e spenta. Forse e colpa della pioggia…» Lascio la frase in sospeso perche improvvisamente penso:
Che cosa sto facendo? Perche non ho aperto il bagagliaio e non ho preso il cric, quando la macchina si e fermata? Perche non ho con me una mazza da baseball, una bomboletta di gas paralizzante, un qualcosa? Lo fisso e penso:
«Eh, si», borbotta, infilandosi le mani nelle tasche della giacca e voltandosi a guardare la strada. «Ha dello spray per contatti elettrici, amico?» Fa un cenno con la testa in direzione del motore. «Sembra proprio che ce ne sia bisogno», prosegue.
Continuo a fissarlo, con il cuore che batte all’impazzata. Ho un rumore assordante nella testa, e quasi non riesco a sentire che cosa dice. La voce non sembra la sua, ma Andy e sempre stato bravo a imitare accenti diversi. Il mio stomaco e un pezzo di ghiaccio e mi sembra che le gambe stiano per cedere da un momento all’altro. Continuo a fissarlo. Oh Cristo, Cristo, Cristo! Mi metterei a correre, pero le gambe si rifiutano di muoversi. Comunque lui e sempre stato piu veloce di me.
Mi scruta, aggrottando la fronte. D’un tratto ho la sensazione di avere un tubo davanti agli occhi: riesco soltanto a vedere la sua faccia, i suoi occhi, i suoi occhi, sono del colore giusto, hanno la forma giusta… Poi, all’improvviso, lui cambia, sembra raddrizzarsi, rilassarsi e, con una voce che riconosco, dice: «Ah, molto perspicace, Cameron».
Non vedo con che cosa mi colpisce; percepisco solo il braccio che ruota verso di me, veloce, appena visibile, simile a una serpe che attacca. Il colpo mi arriva sopra l’orecchio destro e mi fa stramazzare in una galassia di stelle tremolanti. Sento un brontolio sordo, come se stessi precipitando verso un’enorme cascata. Mentre cado, mi volto, crollo sul motore, pero non mi faccio male, e scivolo, scivolo giu, cado nelle pozzanghere, picchio sull’asfalto… ma non sento dolore, neppure questa volta.
Oh, Dio mio, aiutami tu qui sull’isola dei morti fra le urla di chi soffre, qui nella casa dell’angelo della morte sommerso dall’odore acre degli escrementi e delle carogne che mi riporta nell’oscurita fino alla debole luce rossastra del luogo in cui non avrei mai voluto tornare, in quel nero inferno terreno costruito dall’uomo e in quel parco rottami umano lungo chilometri e chilometri. Quaggiu tra i morti, in mezzo alle anime tormentate e alle loro urla feroci e inumane, qui con il traghettatore, il battelliere, gli occhi coperti e il cervello in tumulto, qui con questo principe delle tenebre, questo profeta di rappresaglie, questo figlio geloso, vendicativo, implacabile del nostro regno di avidita, aiutami, aiutami, aiutami…
La testa mi fa male da impazzire, l’udito e come… annebbiato. Non e il termine adatto, ma e proprio cosi. Gli occhi chiusi. Prima erano chiusi con qualcosa, da qualcosa, ma ora non piu, almeno non mi sembra. Percepisco una luce oltre le palpebre. Sono sdraiato su un fianco sopra qualcosa di duro, gelido e polveroso. Ho freddo, ho le mani e i piedi legati con una corda o con del nastro adesivo. Continuo a tremare, non riesco a controllarmi, sfrego con una guancia sul pavimento gelido e ruvido. Ho un cattivo gusto in bocca. L’aria ha un odore pungente e sento…
Sento i morti, sento le loro anime scorticate che gemono nel vento; nessuno le puo udire a parte me, nessuno le puo capire. La luce dietro le palpebre passa dal rosa al rosso al porpora fino al nero, ed e accompagnata da un brontolio che cresce fino a diventare un rumore violento e assordante che scuote la terra, riempie l’aria, martella le ossa; il buio diventa ancora piu buio, un inferno nero e fetido, mamma papa oh no vi prego non riportatemi laggiu.
