In quel momento a Londra erano le sette di sera. Sulla “Hermes” gli uomini regolavano i loro giorni con l’ora di Greenwich: era un modo per mantenersi in contatto col loro mondo. Ora li aspettava una serata scialba, dopo tutta l’emozione della giornata. Carlsen fece distribuire una razione supplementare di whisky, ma non tanto da ubriacare qualcuno. Non voleva salire a bordo dell’astronave sconosciuta con un equipaggio sofferente dei postumi di una sbronza.

Insieme con Giles Farmes, l’ufficiale medico, Carlsen manovro la “Hermes” in modo che un portello di uscita venisse a trovarsi esattamente di fronte allo squarcio che si apriva nello scafo della gigantesca astronave, e un paio di robot teleguidati vi entrarono per prelevare dal relitto campioni di polvere cosmica. Le analisi, tese a rilevare la presenza di virus spaziali, risultarono negative. (Dopo il disastro della “Ganimede”, avvenuto nel 2013, gli astronauti erano diventati sensibilissimi ai pericoli che potevano portare sulla terra con la loro astronave). Trovarono leggere tracce di radioattivita, ma non superiori a quelle riscontrabili in una polvere che fosse stata esposta a periodici scoppi di radiazioni dovute a eruzioni solari. Le fotografie scattate dai robot mostravano un ampio locale le cui dimensioni era difficile stabilire. Nell’ultimo bollettino emesso prima di andare a dormire, il Comandante Carlsen disse che secondo lui l’astronave doveva essere stata costruita da giganti. Una frase di cui si sarebbe pentito.

Nessuno riusci ad addormentarsi facilmente, Carlsen resto sveglio a lungo, chiedendosi come sarebbe stata d’ora in avanti la sua vita. Quarantacinque anni, di origine norvegese, Olaf Carlsen era sposato con una bella ragazza bionda di Alesund alla quale non piaceva che lui compisse viaggi di sei mesi a esplorare lo spazio. Adesso c’era la probabilita che Carlsen tornasse sulla Terra definitivamente. Come capitano della spedizione avrebbe avuto il diritto di scrivere e vendere i primi articoli e il primo libro sulla sua scoperta. Sarebbe bastato questo a farlo diventare ricco. Gli sarebbe piaciuto comprarsi una fattoria in una delle Isole Ebridi che tanto amava, e passare un paio d’anni a esplorare i vulcani dell’Islanda… Questi allettanti progetti, invece di conciliargli il sonno, aumentarono la sua eccitazione. Alle tre del mattino si decise a prendere un leggero sonnifero. Si addormento, ma per il resto della notte sogno giganti e castelli popolati da fantasmi.

Finirono di fare colazione prima delle dieci. Nel frattempo Carlsen aveva deciso chi sarebbe andato con lui a bordo del relitto. Scelse Craigie, Ives e Murchison, il secondo ingegnere. Murchison era grande e grosso, e Carlsen si sentiva in un certo senso tranquillizzato all’idea di averlo nel gruppo.

Dabrowsky carico la minicamera con pellicola sufficiente a due ore di ripresa. Se ne servi per riprendere la scena dei compagni che si infilavano le tute spaziali, poi chiese a ognuno di loro di dire quello che provava in quel momento. Vedeva gia il suo documentario trasmesso alla televisione.

Steinberg, un giovane ebreo di New York, aveva l’aria cupa e malinconica. Carlsen si chiese se fosse offeso per non essere stato incluso nel numero di quelli che sarebbero andati sull’astronave. — Come ti senti, Dave? — gli domando. — Bene — rispose Dave. Ma quando vide che Carlsen inarcava un sopracciglio, aggiunse: — Ho una specie di presentimento… non so. Quell’astronave mi da i brividi.

Carlsen provo una stretta allo stomaco. Si ricordava che Steinberg aveva avuto un presentimento simile tre anni prima, poco prima che la “Hermes” rischiasse di avere un incidente fatale sull’asteroide Hidalgo. Quella volta, una superficie che sembrava solida era sprofondata sotto di loro, danneggiando seriamente le apparecchiature per l’atterraggio, e provocando il ferimento del geologo Dixon. Dixon era morto due giorni dopo. Carlsen cerco di non lasciarsi vincere dall’apprensione.

— Siamo tutti un po’ agitati — disse. — Basta guardarla quella cosa… Sembra il castello di Frankenstein!

Dabrowsky disse: — Olaf, vuoi fare una breve dichiarazione?

Carlsen si strinse nelle spalle. Odiava l’aspetto pubblicitario delle esplorazioni, ma faceva parte del lavoro anche quello. Rassegnato, si sedette sullo sgabello di fronte alla minicamera.

Per incoraggiarlo Dabrowsky comincio: — Come ci si sente all’idea di…

— Ecco, non sappiamo affatto che cosa troveremo la dentro. Non sappiamo niente di quell’astronave. Il professor Skeat dell’Osservatorio di Monte Palomar ritiene molto strano che quel relitto non sia stato notato prima date le sue dimensioni… una lunghezza di ottanta chilometri, piu o meno. Gli astronomi sono riusciti a scoprire frammenti di asteroidi lunghi poco piu di tre chilometri, servendosi della comparazione fotografica. Puo darsi che questa gigantesca astronave sia risultata invisibile a causa del suo colore… e un grigio talmente opaco che non riflette la luce… Dunque, direi che… — S’interruppe. Aveva perso il filo.

Dabrowsky fu pronto a intervenire. — E un grande momento, dunque…

— Si, certo, naturale… Siamo tutti eccitati… — Per quello che lo riguardava, non era vero. Carlsen era sempre calmo e controllato nei momenti decisivi. — Questo potrebbe essere il nostro primo vero contatto con forme di vita aliene, appartenenti ad altre galassie. D’altro canto, questa astronave potrebbe essere antica, molto antica, e i suoi…

— Antica quanto?

— Come diavolo faccio a saperlo? A giudicare dalle condizioni dello scafo potrebbe essere qui da un periodo che sta fra i diecimila anni e i dieci milioni di anni…

— Dieci milioni?

Carlsen perse la pazienza. — Oh, Cristo, ferma quella macchina! Credi di essere in uno studio cinematografico?

— Scusami, capo — gli diede una manata sulla spalla. — Non e colpa tua, Joe. Solo che io non sopporto tutte queste storie.

Si rivolse ai tre compagni che aspettavano, gia pronti.

— Su, andiamo.

Entro per primo nel compartimento stagno. Sarebbero passati uno per volta, per motivi di sicurezza. Le potenti calamite applicate alle suole delle scarpe simulavano l’esistenza della gravita. Quando si sporse a guardare nel baratro, Carlsen provo un senso di vertigine. Si spinse fuori con cautela, poi sbatte il portello alle sue spalle. Nel vuoto, il colpo non fece alcun rumore. Si diede una spinta con le mani, supero la distanza fra le due astronavi, poco meno di due metri, e passo dallo squarcio slabbrato. Aveva a tracolla la telecamera. La sua torcia elettrica non era piu grande di una normale lampada, ma le batterie atomiche che la alimentavano permettevano di proiettare il raggio di luce per chilometri. Il pavimento metallico era a cinque o sei metri sotto di lui. Ma quando vi appoggio i piedi, Carlsen rimbalzo in alto. Evidentemente era antimagnetico. Carlsen si lascio posare, librandosi a testa in giu, leggero come un palloncino. Si sedette sul pavimento e rivolse il raggio della lampada verso lo squarcio da dove era entrato, per segnalare che tutto andava bene. Poi si guardo intorno.

Per un momento ebbe l’illusione di essere a Londra o a New York. Poi vide che le altissime strutture torreggianti che gli erano sembrate grattacieli erano in realta colonne che andavano dal pavimento al soffitto lontano. Tutto aveva dimensioni incredibili. La colonna piu vicina, quella a un centinaio di metri da lui, aveva le dimensioni dell’Empire State Building, e doveva essere alta piu di trecento metri. Era cilindrica e scanalata. In cima si diramava come un albero. Fece scorrere la luce tutto intorno. Era come guardare lungo le navate di una gigantesca cattedrale, o fra i tronchi di una foresta incantata. Pavimento e colonne erano di colore perlaceo con sfumature verdi. La parete piu vicina saliva diritta per oltre quattrocento metri, tutta coperta da strane figure e disegni colorati. Indietreggio lentamente verso la colonna. Malgrado la sua assenza di peso un urto avrebbe potuto danneggiare la tuta spaziale. Poi si libro in alto. Allargo il raggio della lampada illuminando un’area di venti o trenta metri. Era cosi sbalordito che non gli era nemmeno venuto in mente di comunicare con gli altri. Gli arrivo la voce di Craigie. — Tutto bene, Comandante?

— Si. E un posto da favola. Come un’immensa cattedrale con gigantesche colonne alte centinaia di metri. E c’e una parete tutta dipinta.

— Che genere di dipinti?

Gia, che genere di dipinti? Come avrebbe potuto descriverli? Non era arte astratta. Rappresentavano qualcosa, ma che cosa? Si rivide bambino, sdraiato in un bosco, in mezzo a un fiorire di campanule azzurre che affondavano i lunghi steli biancastri nel terreno muschioso. Quei dipinti forse rappresentavano una foresta tropicale con una vegetazione bizzarra, o una foresta sul fondo del mare, fitta di cespugli di alghe e di corallo. I colori erano l’azzurro, il verde, il bianco e l’argento. I disegni avevano una complessita affascinante. Carlsen era convinto che si trattava di un lavoro di grande valore artistico.

Altri raggi di luce forarono il buio. Craigie, Ives e Murchison gli fluttuarono accanto con movimenti da nuotatori subacquei. Murchison, nel passare, lo risucchio con se per un paio di metri.

Вы читаете I vampiri dello spazio
Добавить отзыв
ВСЕ ОТЗЫВЫ О КНИГЕ В ИЗБРАННОЕ

0

Вы можете отметить интересные вам фрагменты текста, которые будут доступны по уникальной ссылке в адресной строке браузера.

Отметить Добавить цитату