— Che razza di scherzo e questo? — La voce di Carlsen vibrava di collera.

— Sono dentro al tubo — disse Craigie. — E aperto in alto ed e cavo. Vedo qualcosa giu in fondo.

Con cautela, Carlsen si spinse verso l’alto premendo le mani guantate contro il vetro della colonna. Nonostante il condizionamento termico della tuta, sudava. Si libro fin sopra la sommita della colonna, compi una virata e riusci a fermarsi. Allora vide che, come aveva detto Craigie, la colonna era cava. Nell’intercapedine fra i due enormi cilindri, larga circa tre metri, galleggiavano le curiose forme di octopodi. Guardando in giu nel cuore della colonna, Carlsen noto che la luce verdazzurra era piu intensa verso il basso. Veniva dunque su dal fondo della colonna, o meglio da sotto il pavimento.

— Donald? Dove sei?

Craigie rispose: — Sono qui sotto. Per me questi sono gli alloggiamenti.

Carlsen allungo un braccio per afferrare Murchison che si era dato una spinta troppo energica e stava per finire chissa dove. Poi, senza parlare, i due uomini si calarono lentamente a testa in giu nell’interno della colonna scendendo, con disinvoltura dovuta all’abitudine, verso la luce verdazzurra. Dopo pochi istanti si trovarono immersi in una specie di infinito mare blu che ricordo a Carlsen la Grotta Azzurra di Capri. Guardando in su, il Comandante noto che il soffitto, ovvero il pavimento del locale da cui erano discesi, era semitrasparente, come di cristallo.

Il chiarore che avevano visto dall’alto era la luce che veniva su da li, e che filtrava attraverso quel soffitto- pavimento. Contro la parete di destra, un’altra scalinata scendeva ancora piu in basso. Le dimensioni, pero, erano adesso piu simili a quelle della “Hermes”. La luce, li, veniva dalle pareti e dal pavimento. C’erano costruzioni al centro dell’area, quadrate e anch’esse semitrasparenti. E a circa trecento metri di distanza, a un’estremita del locale, sembro a Carlsen di vedere delle stelle risplendere nell’oscurita. Parte della parete era stata lacerata: si vedeva la spessa lastra metallica spaccata e ripiegata all’indietro, come se qualcuno l’avesse sfondata con un martello da gigante. Carlsen punto l’indice. — Probabilmente e questo che ha bloccato qui l’astronave.

Il fascino morboso che sempre emana da una tragedia li attiro sul posto. Dalla “Hermes” Dabrowsky stava chiedendo altri particolari.

Carlsen si fermo sull’orlo dello squarcio osservando la paratia contorta. — Qualcosa di molto grosso ha aperto un altro foro nello scafo, un buco largo circa trenta metri. Forse e stato prodotto da un corpo incandescente, perche in certi punti il metallo pare fuso. L’aria dev’essere fuoriuscita dall’astronave in pochi secondi, se questa zona non era isolata dal resto. E comunque, chi si trovava qui non e certo sopravvissuto.

Dabrowsky chiese: — E le costruzioni al centro del locale, cosa sono?

— Adesso andiamo a vedere.

Ives, che li aveva raggiunti, chiamo: — Capitano!

Carlsen guardo da quella parte, e vide Ives gia vicino alle costruzioni. Faceva scorrere il raggio della lampada su quella specie di cubi. Le pareti erano trasparenti e il fascio luminoso le passava ora da parte a parte, allargandosi a ventaglio.

— Capitano… C’e gente qui dentro!

Carlsen dovette dominare l’impulso di slanciarsi e coprire in un balzo i trecento metri che lo separavano da Ives. Se l’avesse fatto, avrebbe superato le costruzioni e sarebbe finito con forza contro la parete di fondo. Sforzandosi a procedere lentamente, chiese a Ives: — Che genere di gente? Ed e viva?

— No, sono morti. Esseri umani. O per lo meno umanoidi!

Carlsen si fermo davanti alla prima di quelle costruzioni. Le pareti erano perfettamente trasparenti come il pannello d’osservazione della “Hermes”. Nessun dubbio che quelli fossero gli alloggiamenti. Dentro vide oggetti che gli parvero tavoli e sedie, di forma insolita dall’utilizzazione chiarissima. E dietro la parete di vetro, a sessanta centimetri da lui c’era disteso un uomo. Era calvo, con le guance incavate e giallastre, gli occhi fissi al soffitto. Il corpo era coperto da un lenzuolo di tela grezza, e sotto il lenzuolo ben teso si indovinava la sagoma delle cinghie che evidentemente servivano a tenere il corpo aderente al letto.

Murchison disse: — Capitano, qui c’e una donna. — Stava guardando nel cubo vicino.

Craigie, Ives e Carlsen lo raggiunsero. La figura assicurata al letto era indiscutibilmente femminile. Sarebbe stato evidente che si trattava di una donna anche senza il rigonfio del seno, sotto il lenzuolo. Il viso aveva lineamenti delicati. Le labbra erano rosee. Gli uomini non vedevano una donna da quasi un anno, e tutti provarono un acuto senso di nostalgia e una forte reazione fisica.

— E bionda, anche — disse Murchison.

Piu che biondi, i capelli erano color champagne, quasi bianchi, e tagliati cortissimi.

Craigie disse: — Qui ce n’e un’altra. — Questa aveva i capelli scuri ed era piu giovane della prima. Sarebbe stata anche carina se non fosse stato per il colorito cadaverico.

I cubi trasparenti erano separati fra loro di qualche metro, e a Carlsen vennero in mente le tombe degli egizi. Le contarono. Ce n’erano trenta. In ognuna c’era un individuo addormentato o in stato di animazione sospesa. Erano otto uomini e sei donne anziani, sei maschi giovani e dieci donne fra i diciotto e i venticinque anni.

— Ma come diavolo sono entrati in questi cubi di vetro?

Gia. Murchison aveva ragione. Non c’erano porte in quei grossi cubi. Fecero il giro di due o tre cabine. Il vetro era solido e tutto d’un pezzo. Il soffitto, di vetro semitrasparente, sembrava fuso con il resto.

— Eppure non sono tombe — disse Carlsen — altrimenti perche ci sarebbero i mobili?

— Gli antichi egizi venivano sepolti in tombe arredate e decorate — disse Ives che era appassionato di archeologia.

Senza un motivo preciso, l’osservazione irrito Carlsen. — Gli egizi avevano la mania di portarsi i loro beni nell’aldila. Questi esseri non sembrano tanto stupidi!

Craigie disse: — Chissa. Forse sperano di risuscitare.

Carlsen ebbe uno scatto di collera. — Non diciamo sciocchezze — disse. Poi, notando lo sguardo sorpreso di Craigie attraverso il vetro del casco, aggiunse: — Scusatemi. Dev’essere la fame che mi rende nervoso.

Sulla “Hermes”, Steinberg aveva cucinato i viveri destinati al pranzo di Natale. Erano solo a meta ottobre, e secondo i piani stabiliti dovevano iniziare il viaggio di ritorno sulla Terra nella seconda settimana di novembre, per arrivare a meta gennaio. (Alla velocita massima la “Hermes” percorreva circa sei milioni e mezzo di chilometri al giorno). Ma adesso tutti erano convinti che sarebbero partiti molto, molto prima. La loro scoperta era infinitamente piu importante di altri dieci o dodici asteroidi insignificanti.

A bordo l’atmosfera era allegra e festiva. Bevvero champagne con l’oca arrosto, e brandy col tradizionale dolce di Natale.

Ives, Murchison e Craigie parlavano senza sosta. Gli altri erano contenti d’ascoltare. Carlsen si sentiva particolarmente stanco, come se non avesse dormito da chissa quanto tempo. Gli sembrava che tutto fosse vagamente irreale. Si chiese se poteva essere effetto della radioattivita, poi respinse l’idea. Se fosse stato cosi, ne avrebbero risentito anche gli altri. Le loro tute spaziali erano adesso nella camera di decontaminazione e gli strumenti indicavano che l’assorbimento era stato insignificante.

Giles Farmer disse: — Tu, Olaf, non dici niente?

— Sono un po’ stanco — rispose Carlsen.

Dabrowsky gli chiese: — Hai una tua teoria? Secondo te per quale motivo hanno costruito quell’astronave?

Tutti aspettarono in silenzio la sua risposta, Carlsen si limito a scuotere la testa.

— Allora vi dico la mia — disse Farmer. Stava fumando la pipa e se ne servi per gesticolare. — Da quello che avete detto sembrerebbe che le scalinate non hanno uno scopo pratico. Giusto? Quindi, come ha detto Olaf questa mattina, si tratta forse di un altro scopo… estetico o religioso.

— Va bene — disse Steinberg — ammettiamo che sia una specie di cattedrale galleggiante nello spazio. Vi pare logico?

— Lasciami continuare. Dobbiamo tenere conto del fatto che quegli esseri non appartengono al sistema solare. Percio devono venire da un altro sistema, forse da un’altra galassia…

— Impossibile… dovrebbero aver viaggiato centinaia di milioni d’anni.

— D’accordo — disse il dottor Farmer, imperturbabile. — Allora diciamo che sono venuti da un altro sistema solare. Viaggiando a meta della velocita della luce, Alfa Centauri e solo a nove anni di distanza. — Fece un gesto perche non l’interrompessero. — Sappiamo che devono essere venuti da un altro sistema. La domanda e: quale? E se sono venuti da tanto lontano, le dimensioni dell’astronave sono giustificate. Quell’astronave e l’equivalente di un

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