— Che ne pensi, capitano? Secondo te erano giganti?
Carlsen scosse la testa, poi si ricordo che Murchison non poteva vedere il gesto a causa del casco. — Per il momento non possiamo azzardare ipotesi — disse. E aggiunse: — Cerchiamo di stare vicini. Vorrei vedere cosa c’e da quella parte… — Mise in funzione la telecamera e si mosse.
A destra, fra le colonne, gli parve d’intravedere un’enorme scalinata. Continuo a filmare e intanto commentava al microfono quello che vedeva per far partecipare all’esplorazione i compagni rimasti sulla “Hermes”. Parlando, si rendeva conto che le sue parole non riuscivano a dare un’idea precisa della sconfinata costruzione.
Quattrocento metri piu avanti incontrarono l’imbocco di un ampio corridoio che portava verso il centro dell’astronave. Il soffitto era a volta come in un edificio medioevale. Li dentro tutto era alieno e insieme bizzarramente familiare. Rivolgendosi a Craigie, il Comandante disse: — Se fossimo stati noi terrestri a costruire questa astronave, le avremmo dato un aspetto meccanico: colonne quadrate e bulloni. Non so chi l’abbia costruita ma e certo che avevano il gusto del bello.
In alto, molto in alto, sulla parete di sinistra c’era una grata circolare che ricordava una finestra a mosaico. Carlsen fluttuo in quella direzione. Da vicino, vide che la grata aveva uno scopo pratico. Era alta trenta metri e aveva lo spessore di circa un metro e mezzo. I fori della grata erano larghi vari metri. Carlsen s’infilo in uno dei passaggi e diresse il raggio della torcia verso il basso. La telecamera intanto riprendeva tutto automaticamente. Carlsen guardo e rimase senza fiato. Sotto di se vedeva un paesaggio di sogno. Infinite scalinate emergevano dall’oscurita per perdersi in altra oscurita nei meandri dell’astronave. C’erano passaggi aerei, e gallerie le cui volte facevano pensare ad ali di rondini. E oltre, ancora scalinate, e gallerie, e passaggi.
Quando udi la voce di Craigie chiedere: — Tutto bene? — Carlsen si rese conto che da parecchi minuti non parlava. Si sentiva sbalordito e travolto da quell’immensita che lo metteva a disagio. Gli sembrava di essere dentro a un incubo.
— Si, tutto bene — rispose — ma non riesco a descrivere quello che vedo. Dovrete vedere coi vostri occhi. — Si diede una leggera spinta in avanti, con la massima cautela.
Ives chiese: — Ma quale scopo potevano avere?
— Non so se avevano uno scopo.
— Cosa?
— Intendo uno scopo pratico. Forse e come un quadro o una sinfonia: vuole solo suscitare emozioni. O forse e una specie di mappa.
— Che cosa? — La voce di Dabrowsky suono incredula.
— Una mappa… della mente. Ma bisogna vedere per capire.
— Nessuna traccia della cabina di comando o della sala macchine?
— No, ma se l’astronave funzionava a reazione, dovrebbero essere in coda.
Adesso si stava librando sopra una scalinata, che da lontano poteva anche far pensare a una scala di sicurezza, ma da vicino Carlsen si accorse che il metallo aveva lo spessore d’un metro, che i gradini erano alti piu di un metro, che erano larghissimi e dello stesso materiale color argento opaco del pavimento. Non c’erano ringhiere. Carlsen sali verso la sommita della scalinata fino a una galleria sostenuta da pilastri. Un passaggio aereo, anch’esso senza ringhiera, faceva da ponte su un baratro largo forse ottocento metri.
Dal basso Craigie chiese: — Riesci a vedere quella luce? — e indico.
Carlsen disse: — Spegnete tutte le lampade. — Si trovarono subito immersi nel buio che li rinserro come in una tomba. Poi, a mano a mano che la vista si adattava all’oscurita, Carlsen si rese conto che Craigie aveva ragione. C’era un chiarore in un punto, verso il centro dell’astronave, una specie di riflesso verdognolo. Guardo il suo contatore Geiger: segnava un tasso leggermente piu altro del solito ma molto sotto il livello di pericolo. Disse a Dabrowsky: — Vedo un debole chiarore. Vado a vedere di cosa si tratta.
Era una tentazione prendere come punto d’appoggio la scalinata e da li lanciarsi in avanti per superare il baratro in volo veloce. Ma dieci anni d’esperienza gli avevano insegnato a dominare gli impulsi. Seguendo il passaggio aereo come guida si lascio calare lentamente verso il chiarore. Intanto teneva d’occhio il Geiger. Lo strumento segno l’aumento di qualche grado mentre lui si avvicinava alla luce, ma sempre sotto il livello di pericolo, e poi la tuta spaziale l’avrebbe protetto.
Il bagliore era piu lontano di quanto gli era sembrato. Gli altri l’avevano seguito, e adesso i quattro uomini passavano fluttuando davanti a gallerie che sembravano realizzate da un pazzo architetto del Rinascimento, e a rampe di scale che sembrava non avessero ne principio ne fine. C’erano altre enormi colonne, che li terminavano a mezz’aria, come se il soffitto fosse crollato.
Quando Carlsen ne sfioro una, noto che erano coperte di una polvere biancastra, simile a polvere di zolfo o di licopodio. Ne gratto un poco e la mise in un sacchetto per campioni.
Mezz’ora piu tardi il bagliore era decisamente piu luminoso. Carlsen guardo l’orologio, e con sorpresa si accorse che era quasi la una. Si rese conto allora di aver fame. Avevano spento le torce, e ora procedevano lasciandosi guidare dalla vaga luminosita verdognola. La luce adesso sembrava provenire direttamente dal basso.
La voce di Dabrowsky arrivo loro dalla “Hermes”. — Comandante, abbiamo ricevuto un messaggio dalla base lunare. Zelensky mi ha detto di riferiti che ha visto tua moglie Jelka e i bambini in televisione.
In qualsiasi altro momento la notizia gli avrebbe fatto piacere. Adesso tutto gli appariva stranamente remoto, non tanto nello spazio quanto… come se appartenesse a una esistenza precedente, ecco. Dabrowsky stava ancora parlando. — Zelensky dice che ci sono circa quattro miliardi di persone davanti ai teleschermi in attesa di notizie. Posso trasmettere un primo rapporto?
Carlsen rispose: — No. aspettiamo ancora. Stiamo per arrivare a quella luce. Vediamo prima di che si tratta.
Adesso vedeva chiaramente che la luce sgorgava da una specie di enorme pozzo che si apriva nel pavimento sottostante, e veniva su come il getto di una fontana. Quella luce dalla colorazione verdazzurra gli faceva pensare ai prati sotto la luna. Colto da un improvviso senso di euforia si diede una forte spinta verso il basso. Ives l’ammoni: — Ehi, capo, andateci piano! — Lui si sentiva come una rondine che plana verso terra. Gli orli del baratro erano a circa trecento metri sotto di lui. Riusciva ora a distinguere un buco rettangolare che visto dall’alto sembrava l’imbocco di una valle coperta di nuvole fra montagne a strapiombo. Il contatore Geiger superava ora il livello di pericolo, ma le loro tute li avrebbero protetti, ancora per un certo tempo.
Il pozzo in cui stavano calandosi era profondo circa un chilometro e mezzo e largo trecentocinquanta metri. Le pareti — poiche c’erano delle pareti — erano coperte di disegni uguali a quelli che decoravano il primo immenso compartimento. La luce veniva dal pavimento e da una enorme colonna situata al centro. Si udi la voce di Murchison chiedere: — Cosa diavolo e? Un monumento? — Poi Craigie disse: — E di vetro!
Carlsen allungo le braccia per attutire l’impatto col pavimento, si rotolo come un paracadutista e rimbalzo per un centinaio di metri. Quando riusci a rimettersi in piedi si trovo alla base del piedestallo della colonna trasparente che a Murchison aveva dato l’idea di un monumento.
Anche quella colonna, come tutto sull’astronave, era molto piu grande di quanto sembrava a prima vista. Carlsen calcolo che il diametro doveva essere di almeno cinquanta metri. Lo disse a voce alta, per il documentario. All’interno della colonna si vedevano sospese vaghe forme enormi. Nella luce fosforescente sembravano giganteschi polipi neri.
Carlsen si spinse in avanti e in su finche si trovo davanti a una di quelle forme. Vi diresse sopra il raggio della torcia. Nella luce fortissima, Carlsen si accorse che era arancione, non nera. Da vicino non sembrava piu un polipo ma piuttosto un groviglio di rampicanti fungosi emergenti da un’unica radice.
Arrivato di fianco a lui Ives chiese: — Che cosa ne pensi, capitano?
Carlsen intui quello che Ives stava pensando. — Non credo che siano state queste cose a costruire l’astronave — disse.
Murchison premette il vetro del casco contro la colonna per avvicinarsi il piu possibile. — Che cosa saranno? Vegetali? O una specie di seppie?
— Probabilmente ne l’uno ne l’altro. Forse sono una forma di vita del tutto sconosciuta.
Murchison esclamo: — Dio mio!
Nell’esclamazione Carlsen avverti un senso di paura che gli fece battere il cuore. Quando parlo, anche la sua voce usci strozzata. — Cos’e quello?
Qualcosa di indistinto si muoveva dietro quelle seppie bizzarre. La voce di Craigie disse: — Sono io!
