— Il bisogno — disse rigidamente Terra, congelando le corde vocali di Jase — e la luce.

7

Buio. Non il buio delle palpebre abbassate, con i suoi casuali barlumi colorati, non il buio della notte, con i suoi fuochi remoti, ma la muta, immota mezzanotte del vuoto… Lei era li dentro. Vi era rinchiusa. Vi era sepolta. Stringeva il buio fra i denti, lo inspirava nei polmoni. Le sue ossa erano scolpite nella notte. I suoi occhi non contenevano luce. Avrebbe potuto trovarsi oltre il limite dell’universo, in un luogo in cui la luce ancora non era stata concepita.

— Questo buio — sussurro al Mago perduto nella sua cecita personale, alle vaghe ombre umane, meno concrete di un ricordo, che tenevano lo sguardo inchiodato su di lei. — Questo buio… — Un verso di un’antica poesia le passo per la mente. «E buio su buio e buio…». E freddo, questo buio. Troppo ristretto, anche. Il buio e… una pelle che deve essere scartata…

Un occhio si apri nel buio. Un puntino di luce.

— La stella gialla… Troppo distante. Troppo fredda. Non significa nulla. Non e messaggio. E… non reale. Non c’e fuoco, ma il ricordo del fuoco. Il bisogno… e il ricordo del bisogno. — Senti la mente del Mago dibattersi come un piccolo insetto in una gigantesca ragnatela per liberarsi dalla sua visione, dalla sua voce. Il movimento frenetico cesso a poco a poco; la paura che il Mago avvertiva intorno a se, dentro di se, la paura e il ricordo della paura, si erano dileguati. Era stato davvero inghiottito dal buio, fuori dal tempo, sotto il gelido sguardo della stella gialla. Invece lei… una parte di lei legata al tempo… ricordava ancora la paura. Il cuore di qualcuno batte all’impazzata al ricordo; le mani di qualcuno, strette attorno a un fucile, erano scivolose per il sudore.

Il bisogno crebbe, la stella crebbe, come fiore profumato e pericoloso nel buio.

— Il bisogno e la luce.

La fredda stella intacco il buio. Poiche non esisteva da nessuna parte, in nessun tempo, non provoco ombra e non diede calore. — E il ricordo di una stella — disse lei disperatamente. — Non da nulla. — Le sue mani si mossero sull’oggetto metallico che stringeva. Qualcuno disse qualcosa: una parola acquisto esistenza in un altro mondo, un altro tempo. Un ricordo di luce le riempiva la mente, luce dal passato. — Nessun calore — mormoro. — Non nel ricordo. — Ma lei aveva con se la luce.

Un movimento piu avanti, interrotto. Assaporo la paura come una pillola di metallo. — Di nuovo — mormoro. — Di nuovo. — Ma sopra la testa non aveva il sole del deserto, e nemmeno si trovava sulla smorta sabbia prosciugata dal calore. Era in una minuscola bolla d’aria racchiusa contro un immenso buio. Davanti a lei due uomini respiravano silenziosamente, con il viso scostato dalle luci del pannello, in ombra. La guardavano. Erano talmente immobili che sembravano volerle nascondere il battito del loro cuore o i mormorii privi di senso della loro mente.

— Terra — disse il buio in tono gentile, supplichevole; e per un istante lei fu fuori della visione, e l’unica luce che vide fu la spia luminosa dell’intercom sul pannello fra i due uomini. Mosse le labbra senza emettere suono: Michelle.

— Terra.

— Il bisogno e la luce…

— Non puoi creare nessuna luce che penetri in un sogno… Non puoi creare nessuna luce che penetri attraverso una simile distesa di tenebra… Puoi solo morire. Questa volta morirai. E moriro anch’io, perche distruggerai il mio viso, il mio cuore.

— Michelle — mormoro. E allora lo senti: il terribile, impellente desiderio di calore, di luce, di vita.

Strinse le mani sul fucile. Scaglio una luce nel buio…

Non c’era abbastanza calore nella sabbia del deserto. La luce che la inzuppava, che bruciava la pelle, non era sufficiente. Il cielo assolato, cosi luminoso da ferire gli occhi, non era sufficiente. Il Mago desidero il calore, lo desidero con tutte le sue forze, volle avvolgere se stesso nella fiamma, catturare il sole come un pesce nella rete e tirarlo a terra fino a fondere la sabbia sotto i piedi, finche il fuoco giallo non si fosse esteso da orizzonte a orizzonte.

Sollevo il fucile laser.

Udi le urla, come grida d’uccelli marini in lontananza. Non significavano nulla. Il bisogno era la luce. Pietre gli esplosero attorno, pareti e macchinari si deformarono. Il fuoco si accavallo fra terra e sole, diede al deserto una sfumatura rossastra. Il sole rosso non era caldo abbastanza, il bisogno era maggiore. Lui creo un mondo di fuoco, dipinse di luce tutto cio che vedeva. Finche non rimase altro che il fuoco…

Si ritrovo in una notte rossa. Non c’erano rumori, a parte il fuoco che lambiva ancora gli scheletri delle caserme. Aveva le mani saldate al fucile. Alla fine le stacco, lascio cadere il fucile. Provoco un rumore lieve nel vuoto circostante. Per un istante si chiese in quale sogno, nel sogno di chi, si trovasse. Poi comincio a vedere le sagome sparpagliate sul terreno, bagnate di luce rossa. La luce del sole rosso. Sagome da incubo, carbonizzate, fuse, dilaniate. Un attacco, penso. Sono l’unico sopravvissuto.

E poi, con il corpo sudato e tremante, le mani doloranti, vide cosa aveva fatto.

Emise un gemito. Si inginocchio, sbattendo le palpebre per togliersi il sudore dagli occhi. Grigio. Pavimento grigio che si incurvava a formare il pannello di comando. Uno sciame di luci. Sotto le luci, una tastiera.

Emise un respiro che non era tenebra, che non era fuoco. Il Pianto volante era silenzioso come lo era stata la visione. Vide stivali, neri, marrone consunto, una lucente, squamosa pelle arancione che feriva gli occhi. Di colpo sul suo viso il sudore divenne di ghiaccio.

— Dio mio — mormoro. Poi udi nell’intercom la voce di lei.

— Mago.

— Terra — mormoro, timoroso di muoversi. Stivali grigi entrarono nel suo campo visivo; una mano scura si allungo verso di lui. Alzo gli occhi, vide un viso vivo.

— Magico Capo? — disse il Professore, esitante. — Stai bene?

Lui annui, si lascio tirare in piedi, si diresse barcollando all’intercom.

— Aaron?

— Sono qui. — La voce era poco piu di un sussurro.

— Direttore Klyos? Siete… non vi ha…

— Non ha sparato — disse Jase. Sembro al Mago che pronunciasse le parole con circospezione, come se fosse stupito di avere ancora la voce. — Non ha sparato.

— Sapete…

— Ha parlato. Le avete detto di parlare, e ha parlato. Voi no.

— Ero… ero… Il bisogno era la luce.

— Lo so.

— Lei ha creato la luce.

— Non nella lancia. Grazie a Dio.

— No — disse il Mago. Si accorse di tremare ancora, e si sedette. — Nella mia mente. L’unico luogo dove potesse farlo senza far male a Michelle. Ci ha salvati — disse, ancora incredulo, rivolgendosi sia alla lancia sia al Pianto volante. - Ci ha permesso di vivere.

La voce di Jase torno. — E li che eravate?

— Nel Settore Deserto. A creare la luce.

— Signor Restak… — Sembrava scosso.

— Non c’era abbastanza luce. Lo sentivo. Non c’era abbastanza luce, in tutto il Settore Deserto, in tutto il mondo… non per una creatura sotto un sole morente, che aveva bisogno di luce per nascere.

— Ora?

Immagini si formarono al limitare della coscienza del Mago, attirando la sua attenzione… Una scogliera a strapiombo nera come lo spazio profondo. Un confuso cielo rossastro sullo sfondo. Un ovale ripiegato su se stesso, di tutti i colori e di nessun colore, disteso su sabbia ametista. Una sfocata visione di una stella rossa. La scogliera. L’ovale. Il sole rosso. La voce di Terra.

— La visione.

Rivolse le parole alla minuscola stella di luce che era l’intercom della lancia. Reggeva ancora il fucile, ma

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