Laura storse il naso di fronte al disordine di quella stanza, di cui la maniglia non era che un’ulteriore prova. Chi mai poteva avere delle mani cosi sporche? Qualunque cosa fosse, quella roba veniva via a meraviglia, comunque per sicurezza Laura diede un’altra passata, guardo compiaciuta quell’acciaio lucido e smagliante e provo un senso di vittoria nei confronti di Gunnar. Quando stava per rimettersi in tasca lo strofinaccio, le venne di guardare la macchia che vi si era formata: quel rosso era sangue, non c’era alcun dubbio. Ma come era andato a finire sulla maniglia tutto quel sangue? Laura non ricordava di averne pulito altro sul pavimento nei giorni precedenti, eppure chi aveva afferrato la maniglia avrebbe dovuto sporcare anche qualcos’altro, li attorno. Che la cosa avesse a che fare con l’omicidio perpetrato all’universita? Improbabile. Le finestre erano gia state pulite diverse volte da quella notte. Laura aggrotto le sopracciglia e si concentro. Ricordava bene che non era stata lei a occuparsi di quella stanza dopo il delitto, cosicche tento di ricostruire a chi fosse toccato. Certo, si era provveduto a pulire l’intera ala orientale dell’edificio il giorno dopo. Ma ovvio, com’era stupida. La polizia aveva interrogato una delle addette piu giovani, Gloria, che si accollava i turni festivi.
E ora, che fare? Con il suo islandese limitato a «caldo», «freddo» e poco altro, non sarebbe mai riuscita a spiegare le circostanze della sua scoperta. E poi sarebbe potuta finire nei guai con le autorita per aver commesso lo sbaglio di pulire la macchia di sangue dalla maniglia e cancellare cosi le possibili impronte digitali. Ma si sarebbe potuta trovare in una posizione scomoda anche se poi fosse saltata fuori una spiegazione banale della faccenda. Che brutta gatta da pelare! Si ricordava bene di come Gloria, uscita spaventata dagli interrogatori della polizia, si fosse persino messa a piangere nel descrivere la brutalita degli agenti. Laura, pur sospettando che la collega avesse esagerato per sembrare piu drammatica, non se la sentiva affatto di sottoporsi a un’esperienza simile. Si mise allora a cercare dell’altro sangue nel pavimento. Se ne avesse trovato, il caso era chiuso, dato che lei stessa aveva passato lo straccio piu di una volta dalla notte del delitto. Si sarebbe allora trattato di qualcosa avvenuto piu recentemente, per motivi piu naturali.
Ma per terra non c’era alcuna traccia di sangue, e neppure nelle fessure tra il pavimento e la parete. Laura si morse preoccupata il labbro inferiore e cerco di farsi coraggio. La polizia aveva gia arrestato il colpevole. Questo imprevisto non aveva nessuna importanza. Se la macchia di sangue era connessa all’omicidio, allora non si trattava che di un’ulteriore prova di colpevolezza del detenuto. La donna respiro profondamente. Le vennero in mente le riviste che sfogliava nelle riunioni della comunita filippina in Islanda, nelle quali si leggevano interviste a testimoni oculari, spesso figli delle vittime, che tenevano in mano delle prove indiziarie quando si facevano fotografare per la gioia dei rotocalchi. Ma lei non se la sentiva di comparire in uno di quei servizi, con la maniglia in bella vista al suo fianco. No, si stava creando degli inutili allarmismi. Qualche studente aveva perso sangue dal naso, gli era girata la testa e aveva aperto la finestra per respirare un po’ di aria fresca. Una spiegazione plausibile, inizio a pensare sollevata, quando all’improvviso le vennero in mente i suoi figli con il sangue che gli colava dal naso: loro si precipitavano in bagno, e non verso la finestra!
Eppure… Laura prese di nuovo lo strofinaccio e decise di fare un altro controllo. Se veramente c’era stata una lotta in quella stanza, non era improbabile che ne fosse rimasta qualche traccia anche dopo le accurate pulizie del colpevole. Chi non era abituato a pulire poteva non accorgersene. Si fece il segno della croce e decise che, se nello straccio non spuntava altro sangue, le sue apprensioni non avevano fondamento. Altrimenti avrebbe subito avvisato le autorita, e pazienza se cio significava dover disturbare la quiete del buon Tryggvi.
La donna si inginocchio e spinse lo straccio lungo le fessure del pavimento. Niente. Le solite tracce di polvere e di altra sporcizia, ma di sangue nessuna traccia. Risollevata, si alzo soddisfatta per il buon esito del suo esperimento. Che sciocca era stata! Si era lasciata suggestionare dal ritrovamento del corpo. Di quel cadavere seviziato e dall’aspetto cosi diabolico. Laura si rifece il segno della croce.
Quando stava per lasciare la stanza, le cadde l’occhio sullo zoccolino accanto alla porta, e vi passo il suo panno. Qualcosa lo fece incastrare. Piegandosi per guardare meglio, scorse un oggettino che luccicava come l’argento e si mise a cercare intorno qualcosa per poterlo estrarre. Adocchio un righello sopra uno dei banchi e lo ando a prendere, poi si inginocchio di nuovo e tento con tutta la sua abilita di estrarre l’oggetto, che alla fine, dopo diversi tentativi, salto fuori. Laura lo prese tra le dita e si rimise in piedi a fatica. Era una stellina d’acciaio, grande quanto l’unghia del mignolo. La posiziono sul palmo della mano e la osservo. Dove l’aveva gia vista prima di allora? All’improvviso si riscosse: ora doveva assolutamente proseguire con la pulizia dei vetri, se non voleva arrivare in ritardo alle lezioni. Si infilo la stellina in tasca, decisa a consegnarla a Tryggvi. Forse lui sapeva da dove proveniva. Ma di certo non c’entrava con l’omicidio o col sangue sulla maniglia, che doveva avere i suoi buoni motivi per essere andato a finire li. Laura si rifece il segno della croce e cerco di cancellare dalla memoria quel ricordo ripugnante. Forse doveva parlarne con Gloria. La ragazza era sicuramente di turno assieme a lei quel fine settimana, e poteva addirittura darsi che sapesse piu di quanto avesse rivelato alla polizia.
Marta Mist era appoggiata alla parete del corridoio, spazientita per il ritardo con cui la donna delle pulizie terminava il suo dovere. Non e poi che ci fosse cosi tanto da fare in quella stanza: buttare via delle lattine, risciacquare qualche tazza e passare lo straccio sui pavimenti. La ragazza getto un’occhiata all’orologio del cellulare. Maledizione, quella stupida si era certamente sdraiata sul divano. Con gesti rapidi richiamo il numero di telefono di Briet nella memoria dell’apparecchio. C’erano poche cose che le davano sui nervi come il sospetto che i destinatari delle sue telefonate guardassero il display e, riconoscendo il numero, si rifiutassero di rispondere. Ma le sue apprensioni si rivelarono infondate.
«Ciao», rispose Briet.
Marta Mist tralascio i convenevoli di rito. «Non l’ho trovato.
«Merda di una merda!» impreco Briet con voce tremante. «Ne sono sicurissima, l’ho infilato proprio la. Anzi, tu stessa mi hai visto farlo!»
Marta Mist emise una risata sprezzante. «Scordatelo, non ero nemmeno in grado di mettere a fuoco quello che mi passava davanti!»
«L’ho messo nel cassetto. So bene di averlo fatto», ripete Briet con ostinazione tirando un profondo sospiro. «Che gli dico ora a Dori? Quello fara il matto.»
«Niente. Non gli dici proprio un cazzo a quello!»
«Ma…»
«Niente di niente, capito? Non e piu nel cassetto, e allora? Che altro puoi farci tu?»
«Va bene… Ma non lo so», concluse Briet in tono di sconfitta.
«Comunque, e un bene che io lo sappia», riprese prontamente Marta. «Ho gia parlato con Andri, e anche lui e d’accordo con me. Noi non diciamo mente e non facciamo niente, anche perche c’e ben poco da dire e da fare.» Si trattenne dall’aggiungere che c’erano voluti piu di venti minuti per convincere Andri a non dire niente, di tutto quanto, ad Halldor. Invece addolci il tono e concluse: «Non ti preoccupare. Se si trattasse di una cosa seria l’avrebbero gia scoperto».
La porta della sala si spalanco e ne usci la donna delle pulizie. A giudicare dal suo volto, c’erano delle grosse notizie dal mondo degli strofinacci! Aveva l’aspetto di una costretta a ingoiare del rabarbaro inacidito. Quanto tempo perso, penso Marta Mist staccandosi di scatto dalla parete. «Briet», disse al telefono, «la tizia delle pulizie e appena uscita. Ora posso mettermi a cercare meglio. Ti chiamo piu tardi», e chiuse la conversazione telefonica senza salutare. I soliti impicci della malora.
11
Thora sedeva alla scrivania di Harald Guntlieb, intenta a sfogliare una catasta di documenti. A un certo punto, sollevo gli occhi dai fogli, si stiracchio e sbircio Matthew, il quale sedeva in una poltrona nell’angolo dello studio, a sua volta immerso nella lettura. Avevano entrambi deciso di mettersi subito a indagare sugli atti indiziari che la polizia aveva prelevato durante la perquisizione dell’appartamento e di recente restituito. Si trattava di tre voluminosi scatoloni di cartone pieni di documenti di ogni tipo e, dopo meno di un’ora di lettura e catalogazione, Thora stava cominciando a perdere di vista il senso di quella ricerca. Le carte provenivano da diverse fonti: la maggior parte di esse era legata in un modo o nell’altro agli studi di Harald, poi c’erano estratti conto bancari, delle carte di credito e di altre istituzioni. Dal momento che quasi tutto era scritto in islandese, Matthew non si stava dimostrando di grande aiuto.
