Thora prese il telefono, ottenne il numero del negozio dal centralino, chiamo il negozio, parlo con alcuni commessi e riattacco. «Strano. Si ricordavano di lui e hanno detto che aveva comprato dei criceti, piu di una volta», riferi. «Sei sicuro che non abbiano trovato una gabbietta per roditori durante la perquisizione?»

«Sicuro al cento per cento», rispose lui.

«Stranissimo», ripete Thora. «Il commesso ha aggiunto che Harald aveva chiesto se avevano da vendergli anche un corvo.»

«Un corvo?» esclamo stupito. «Per farne cosa?»

«Il tizio non ne aveva la piu pallida idea. Comunque non hanno corvi in vendita, cosicche non se ne parlo piu. Gli era sembrata solo un’uscita bizzarra da parte di un ragazzo altrettanto bizzarro.»

«Non mi meraviglierei se per Harald il corvo fosse uno dei simboli legati alla sua passione per la magia», ribatte Matthew.

«E probabile, ma che c’entrano i criceti?» obietto Thora.

I due lasciarono la cucina e passarono al corridoio, nel quale si aprivano le porte delle altre stanze. Matthew apri quella del bagno, a cui Thora diede solamente una breve occhiata e che, ultramoderno com’era, non sembrava nascondere segreti di sorta. Poi passarono alla camera da letto di Harald, che invece si dimostro piu interessante delle ultime due.

«Qualcuno ha fatto le pulizie oppure e sempre stato cosi ordinato questo appartamento?» chiese Thora indicando il letto rifatto alla perfezione. Un letto insolitamente basso, come il divano della sala.

Matthew si sedette sul bordo, ma le ginocchia quasi gli toccavano il mento, cosi dovette stendere le gambe in avanti. «Aveva una donna delle pulizie che gli metteva sempre tutto a posto. Purtroppo lo fece anche il fine settimana in cui Harald venne ucciso, con poca gioia della polizia. Naturalmente lei non poteva sapere niente dell’accaduto, come d’altronde nessuno dei suoi conoscenti. Si era presentata al lavoro come aveva sempre fatto e non aveva notato niente di insolito. Parlando con lei mi e parso che non avesse niente di che lamentarsi per quanto riguardava Harald, invece le altre donne impiegate nella sua impresa di pulizie non volevano lavorare in quell’appartamento.»

«Ma che strano!» commento l’avvocatessa in tono sarcastico, indicando le immagini appese alle pareti. Anche qui si potevano ammirare quadri simili a quelli nella sala, ma in questo caso le figure mostravano per lo piu torture inflitte a donne, che venivano punite o giustiziate. Alcune di esse erano state denudate fino alla vita, altre del tutto. «Questa e proprio la normale stanza da letto di una persona per bene, non credi?»

«Strane persone devi frequentare», ribatte Matthew stando al suo gioco.

«A parte gli scherzi», riprese Thora dirigendosi verso un ampio schermo appeso alla parete antistante il letto, «mi vengono i brividi solamente al pensiero di cosa potesse avere nel suo lettore DVD.» Piegandosi sull’apparecchio incastonato in un basso tavolino sotto il televisore, lo accese e spinse il tasto di espulsione, ma non usci niente.

«Il disco l’avevo gia estratto io», lo informo Matthew.

«Che film stava guardando?» chiese Thora girandosi verso di lui.

«Il Re Leone»,rispose l’uomo senza battere ciglio e alzandosi a fatica dal letto. «Ora andiamo, e arrivato il momento di mostrarti la camera degli ospiti e il suo studio. Li potremmo finalmente trovare qualcosa di piu utile per la nostra indagine.»

Prima di seguirlo, Thora decise di dare un’occhiata al comodino di fianco al letto. Estrasse l’unico cassetto, e vide numerosi vasetti di crema e tubetti di vaselina, oltre a un pacchetto di preservativi da cui mancavano alcuni pezzi. C’erano dunque delle donne che non si facevano spaventare da qualche ornamento murale, penso chiudendo il cassetto e rimettendosi a seguire Matthew.

10

Laura Amaming guardo l’orologio. Per fortuna mancavano ancora quindici minuti alle tre, sicche aveva tempo a sufficienza per portare a termine le pulizie e presentarsi alla lezione alle quattro in punto, in perfetto orario. Dopo aver vissuto per un anno in Islanda, finalmente quell’autunno si era decisa a iscriversi ai corsi di lingua islandese per studenti stranieri. Il corso veniva tenuto presso l’edificio principale dell’universita, a poca distanza dall’Istituto Arni Magnusson dove lei svolgeva la sua attivita di donna delle pulizie. Se le lezioni si fossero svolte da qualche altra parte non avrebbe potuto frequentarle, dato che finiva di lavorare solo mezz’ora prima dell’inizio dei corsi, e ancora non poteva permettersi l’acquisto di un’automobile.

Laura mise lo straccio nel lavandino e sciacquo lo sporco con un getto di acqua calda. Fra se e se ripete tra le labbra le parole heitt, cioe caldo, e kalt, cioe freddo, maledicendo al contempo la difficilissima pronuncia dura di quella lingua.

Strizzo lo straccio e lo immerse nel secchio di acqua clorata, poi prese lo spray puliscivetri e tre strofinacci puliti: la aspettavano i vetri interni di tutte le finestre del secondo piano, per cui usci dallo stanzino e sali le scale.

Era stata fortunata, dal momento che i primi tre uffici erano vuoti. Era molto meglio lavorare quando non c’era nessuno in giro, soprattutto nelle giornate di pulizia dei vetri, quando era costretta a salire sopra le sedie o altri mobili per arrivare nei punti piu alti. Si vergognava a compiere tali operazioni sotto gli occhi vigili di impiegati con i quali non poteva neppure comunicare le sue difficolta linguistiche. Nella sua patria lontana, le Filippine, era stata una persona loquace, che amava chiacchierare del piu e del meno senza alcuna timidezza. Qui in Islanda invece non si sentiva mai a suo agio, se non con i suoi connazionali; anzi, sul lavoro aveva l’impressione di essere un oggetto qualunque piuttosto che un essere umano. La gente attorno a lei parlava come se lei non esistesse affatto. Tutti a eccezione del soprintendente alle pulizie, Tryggvi, uno che si comportava sempre con la massima gentilezza e faceva tutto quello che poteva per intrattenere rapporti, seppur superficiali, con Laura e le sue compagne di lavoro, anche se spesso non si superava il limite della pura e semplice gestualita e delle risate di incomprensione. Tryggvi non se la prendeva se loro ridevano di continuo mentre cercavano di indovinare il senso delle sue mimiche e delle frasi incomprensibili che le seguivano. Era veramente un gentiluomo, e Laura non vedeva l’ora di potergli dire qualcosa nella sua ostica lingua il prima possibile. Una cosa era certa: il suo nome non l’avrebbe mai potuto pronunciare nemmeno se avesse frequentato tutti i corsi di islandese, dal primo all’ultimo. Ripeteva continuamente a bassa voce: «Tryggvi», e non poteva far altro che sorridere nel sentire come quella parola le uscisse dalle labbra.

La donna entro nella quarta stanza, il salone che veniva utilizzato come una sorta di ritrovo sociale dagli studenti. Sul liso divano in fondo alla stanza sedeva una ragazza che Laura aveva visto spesso insieme con lo studente ucciso. Tutti i giovani che facevano parte del gruppo di Harald erano facilmente riconoscibili, sempre tetri com’erano sia nel carattere sia nel vestire. La ragazza, che aveva i capelli rossi, era immersa in una telefonata sul cellulare e, benche parlasse a bassa voce, si capiva che l’argomento non era dei piu divertenti. Guardo in direzione di Laura, poi avvicino la mano a coppa davanti al telefonino come per assicurarsi che non sentisse la sua conversazione. Salutato in fretta l’interlocutore, infilo agitata l’apparecchio nella sua sacca verde militare, si alzo e passo con sussiego di fianco a Laura per andarsene. La donna le rivolse un sorriso e si concentro per dirle «bless», un ciao di commiato. Lei si fermo sulla soglia, si volto stupita nell’udirla salutare in islandese e borbotto qualcosa di incomprensibile prima di uscire sbattendo la porta. Che peccato, penso Laura. Era una ragazza carina, e sarebbe stata addirittura bella, se avesse curato di piu il suo aspetto, togliendosi per esempio quegli anelli infilzati nelle sopracciglia e nel naso o imparato a sorridere ogni tanto agli altri. Ma tant’e, le finestre l’attendevano e il tempo passava. Laura spruzzo i vetri della prima finestra con il detergente e li passo con un panno pulito, facendo dei cerchi concentrici. Fortunatamente quei vetri non erano molto sporchi, dato che le tendine venivano spesso tenute chiuse per evitare che gli studenti ci lasciassero le impronte, cosi il lavoro procedette veloce fino all’ultima finestra. Li la filippina trovo una macchia, una specie di striscia rossa sulla maniglia d’acciaio.

Laura recupero lo straccio che si era appena messa nella tasca del grembiule. Era inutile sporcare quello immacolato che teneva in mano. Spruzzo il liquido detergente sulla maniglia e la strofino bene sopra e sotto. Ogni tanto accadeva che le addette alle pulizie piu giovani tralasciassero i punti meno visibili, invece lei si accorse che l’impiastro proseguiva anche sotto. Per fortuna quel lavoro era toccato a lei, ci mancava solo che uno di quegli studenti sempre di cattivo umore andasse a lamentarsi in giro.

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