6.
Il cervello che un tempo era stato un monaco era spaventato, e la paura porto con se la sincerita. Una sincerita da confessionale, penso; sebbene mai, nel confessionale, fosse stato sincero come ora.
Ecco cos’era stato, si disse, continuando a valutare sinceramente se stesso. Non era mai stato di piu. Un monaco, meno di niente, che aveva avuto paura della morte. Non il sant’uomo che era stato creduto e acclamato, ma un vigliacco tremante che aveva paura di morire, e un uomo che aveva paura di morire non poteva essere santo. Per i veri santi, la morte deve essere la promessa di un nuovo principio: e ripensandoci, sapeva che non aveva mai saputo vederla se non come la fine, il nulla.
Per la prima volta, fu in grado di ammettere cio che prima non aveva mai potuto, cio che non aveva mai avuto l’onesta di ammettere… che aveva approfittato dell’occasione di diventare servitore della scienza per sottrarsi alla paura della morte. Eppure sapeva di aver ottenuto soltanto una dilazione, perche, anche come Nave, non poteva sottrarsi completamente alla morte. O almeno non poteva essere certo di sfuggirle totalmente, perche vi era la possibilita, la possibilita remota, che lo scienziato e la gran dama avevano discusso secoli prima, mentre lui si teneva fuori dal dialogo, timoroso di parteciparvi: con il passare dei millenni, se fossero sopravvissuti tanto a lungo, forse loro tre sarebbero divenuti pura mente. E se fosse stato cosi, penso, allora avrebbero potuto diventare, nel senso piu stretto, immortali ed eterni. Ma se questo non fosse accaduto, allora si sarebbero trovati a fronteggiare la realta della morte, perche l’astronave non poteva durare per sempre. Con il tempo, per una ragione o per l’altra, sarebbe divenuta un relitto usurato e malconcio alla deriva tra le stelle, e poi null’altro che polvere nel vento cosmico. Ma questo non sarebbe avvenuto ancora per molto tempo, si disse, afferrandosi alla speranza. Con un minimo di fortuna, la Nave poteva sopravvivere per milioni di anni, e questo avrebbe potuto dare a loro tre il tempo necessario per diventare pura mente… se, in realta, era possibile diventarlo.
Poiche era partito con sincerita, si diede una risposta sincera. Aveva scelto di farsi monaco come un’occupazione (non come una vocazione, ma come un’occupazione) perche temeva non solo la morte, ma anche la vita, e pensava che fosse un compito facile, che gli offrisse un rifugio contro il mondo di cui aveva paura.
In una cosa, tuttavia, si era ingannato. Quella del monaco non si era rivelata una vita facile: ma quando l’aveva scoperto, aveva avuto ancora paura… paura di ammettere il proprio errore, paura di confessare, fosse pure a se stesso, la menzogna che stava vivendo. Percio aveva continuato ad essere un monaco, e con l’andar del tempo, in un modo o nell’altro (molto probabilmente per puro caso), aveva acquisito una reputazione di pieta e di devozione che costituiva l’invidia e insieme l’orgoglio degli altri monaci, benche alcuni, talvolta, gli rivolgessero osservazioni insinuanti. Con l’andar del tempo, sembrava che molta gente venisse a sapere di lui… forse non per cio che aveva fatto (e in verita aveva fatto ben poco), ma per cio che pareva rappresentare, per il suo modo di vivere. Quando vi ripensava, adesso, si chiedeva se non era stata una concezione errata… se la sua pieta, anziche nascere dalla devozione, come tutti avevano l’aria di credere, non derivava dalla paura e, a causa di quella paura, dai suoi tentativi inconsci di autoannientamento. Un topolino tremante, penso, che era divenuto santo per i suoi tremiti.
Ma comunque stessero le cose, aveva finito per diventare un simbolo dell’Eta della Fede in un mondo materialista, e uno scrittore che l’aveva intervistato lo aveva descritto come un uomo del medioevo, superstite nei tempi moderni. Il profilo uscito da quell’intervista, pubblicato su una rivista ad alta tiratura e scritto da un uomo acuto che, per amore degli effetti drammatici, non aveva lesinato in fatto di abbellimenti, aveva dato l’avvio ad uno slancio che, dopo parecchi anni, l’aveva innalzato alla grandezza, come un uomo semplice che aveva l’intuizione necessaria per ritornare alla fede fondamentale e la forza dell’anima che propugnava quella fede contro le incursioni del pensiero umanistico.
Sarebbe potuto diventare abate, pensava, in un empito d’orgoglio: forse piu di un abate. E quando si era accorto dell’orgoglio, aveva compiuto solo un fiacco tentativo di reprimerlo. Perche l’orgoglio, e in fondo la sincerita, erano tutto cio che gli restava. Quando l’abate era stato chiamato da Dio, gli era stato fatto capire, in molti modi sottili, che avrebbe potuto prendere il suo posto. Ma all’improvviso, di nuovo impaurito, questa volta della responsabilita, aveva supplicato di poter restare nella sua semplice cella, alle sue semplici mansioni, e poiche l’ordine lo teneva in grandissima considerazione, la sua petizione era stata accolta. Tuttavia, quando vi ripensava in tutta sincerita, ammetteva il sospetto che aveva sempre represso. La petizione era stata accolta perche l’ordine lo stimava tanto, o perche, conoscendolo troppo bene, aveva pensato che non sarebbe stato un buon abate? Data la pubblicita favorevole che la sua nomina avrebbe fruttato, data la sua vasta rinomanza, l’ordine era stato costretto a fargli almeno l’offerta? E c’era stato un sentito respiro di sollievo, quando lui aveva rifiutato?
La paura, penso… un uomo ossessionato per tutta la sua esistenza dalla paura, se non della morte, almeno della vita? Forse, dopotutto, non c’era stato bisogno di temere. Forse, dopo tanta paura, non vi era stato nulla da temere. Piu probabilmente, erano state la sua incapacita, la sua mancanza di comprensione a spingerlo verso la paura.
Lo scienziato stava ancora parlando.
7.
«Devi moderarti,» disse Nicodemus. «Non troppa roba. La vichyssoise, una fettina d’arrosto, meta delle patate. Devi renderti conto che il tuo apparato digerente e rimasto inattivo per centinaia d’anni. Ibernato, certamente, non soggetto al deterioramento: ma anche cosi, deve avere la possibilita di riacquistare tono. Tra