riuscito a raggiungere il suo scopo. Ma sapeva che non appena avesse riacquistato un po’ le forze la caccia sarebbe ripresa.

E se per caso lui fosse riuscito a spuntarla di nuovo, la caccia sarebbe cominciata per la terza volta.

E allora… be’ aveva visto quel che era accaduto a Jarles. A quanto sembrava, adesso il prete rinnegato era ben visto dalla Gerarchia e godeva della massima fiducia di Cugino Deth; lo dimostrava il fatto che per ben due volte era venuto a trovarlo in cella.

Con ostinazione, e con sempre maggior fatica, libero ancora una volta la mente dai pensieri, per permettere a Dickon di mettersi in contatto con lui. Non si trovava piu in una stanza d’ospedale, ma in una cella di metallo e li il suo fratellino non avrebbe potuto raggiungerlo attraverso i condotti dell’aerazione; in piu era sorvegliato ventiquattr’ore su ventiquattro da due guardie: solo la telepatia poteva valicare simili barriere. Ma Dickon non conosceva l’ubicazione della cella e avrebbe dovuto cercarla muovendosi a caso ed esponendosi a gravi pericoli.

Di nuovo, l’Uomo Nero sgombero la mente, ma nemmeno questa volta gli giunse alcuna risposta. E di nuovo, la schiera dei suoi bizzarri pensieri, distorti dagli effetti delle stimolazioni con le quali lo aveva bombardato Fratello Dhomas, invase la sua mente sconvolta.

Nell’oscurita degli stretti condotti circolari, Dickon proseguiva la sua ricerca, guidato soltanto dalla straordinaria sensibilita tattile delle estremita delle sue zampe (quando gli artigli erano retratti).

Dickon non era preoccupato. La sua mente altamente semplificata non riusciva a concepire un’emozione cosi complessa. Perfino le sue frequenti manifestazioni di autocommiserazione erano sempre legate a situazioni reali, immediate. Ma lui sapeva che la sua riserva di sangue fresco stava per esaurirsi, mentre quello che circolava nel suo minuscolo organismo era quasi completamente deossigenato, nonostante la scarsa richiesta dei suoi piccoli muscoli nastriformi. Si era rimpinzato al Luogo di Cova, ma neppure quella scorpacciata gli sarebbe bastata per sempre e prima o poi avrebbe dovuto fermarsi.

Ma per ora gli restava ancora sufficiente energia per esplorare alcuni rami di quell’enorme albero rovesciato che era, nella sua mente, il sistema di aerazione delle cripte.

C’era molto vento in quelle gallerie e le raffiche, continue e violentissime, ostacolavano il suo cammino. Se solo gli fosse capitato di staccare contemporaneamente le quattro zampe dotate di ventosa, sarebbe volato all’indietro come un foglio di carta straccia per metri e metri, prima di riuscire a piantare gli artigli e a fermarsi… ammesso che ci fosse riuscito. Perche Dickon, come spesso lui stesso si ripeteva, non era che un abbozzo d’uomo. Le sue ossa erano piu leggere di quelle di una scimmia, il suo corpo non possedeva cellule adipose e i suoi organi interni erano ridotti a un’unica cavita, suddivisa in diverse parti, che serviva sia da pompa per la circolazione sanguigna, sia da camera per il deposito del sangue. Tutte le altre sostanze fisiologiche di cui aveva bisogno, e la cui produzione dipendeva da altri organi, le suggeva dal suo compagno di simbiosi attraverso la piccola bocca avvizzita. Non digeriva ne evacuava; non respirava, benche fosse in grado di produrre deboli suoni e anche di abbozzare qualche parola introducendo l’aria nella cavita buccale ed espellendola attraverso le labbra tese. Poiche non aveva bisogno di midollo per produrre il sangue, le sue ossa erano cave; non possedeva ghiandole endocrine e non aveva sesso. Il pelo, corto e sottile che lo ricopriva, gli serviva per evitare di disperdere il calore corporeo.

Insomma, Dickon era una minuscola creatura fatta di ossa, muscoli, tendini, pelle, pelo, calore, un semplice sistema circolatorio, un sistema nervoso, un paio di orecchie mobilissime, due occhi vispi… e una personalita straordinariamente semplice, come la sua fisiologia.

Uno degli obiettivi perseguiti dagli scienziati che avevano dato vita a questa specie artificiale era stato quello di creare un organismo estremamente agile e lesto, riducendo al minimo il peso e il numero delle funzioni corporali. E questo scopo lo avevano raggiunto, ma all’inevitabile condizione di rendere le nuove creature totalmente dipendenti dal proprio compagno di simbiosi, o da qualsiasi altra fonte di sangue, e costrette a ridurre al minimo la loro attivita ogniqualvolta la loro riserva energetica era prossima all’esaurimento.

Ma queste limitazioni e la generale fragilita del suo essere non turbavano minimamente Dickon. Come i suoi simili, lui aveva una visione fatalistica e vagamente stoica della vita.

Era per quella ragione che si avventurava senza paura in quei tubi battuti dal vento. Se i condotti dell’aerazione fossero stati illuminati e, per assurdo, qualcuno fosse stato li a vederlo, l’avrebbe scambiato per un grosso ragno rosso, peloso e velocissimo: si, perche in condizioni ottimali, Dickon riusciva a raggiungere una velocita di spostamento di gran lunga superiore, in proporzione, a quella dell’uomo.

— Devo trovare mio fratello. Devo trovare mio fratello. — Queste parole si ripetevano nella sua mente con insistenza meccanica, quasi calmante. Non solo desiderava ardentemente ritrovare il calore del fianco dell’Uomo Nero, contro il quale aveva trascorso, appallottolato su se stesso, la maggior parte della sua vita; ma desiderava anche metterlo al corrente di alcuni fatti che era sicuro lo avrebbe molto interessato, e che adesso gli affollavano la mente fino a farla quasi scoppiare, come una scatola riempita allo stremo. Perche era questa l’idea che Dickon aveva della propria mente: una minuscola stanza collocata dietro gli occhi con le pareti tappezzate di tante scatoline piene di ricordi e, al centro, un Dickon piccolissimo, che era il suo vero io, che scrutava all’esterno attraverso le finestre degli occhi e ascoltava attraverso le cornette acustiche delle orecchie. Nella stanzetta c’erano due lavagne: sulla prima, in alto al centro, spiccava la parola “regole”, seguita da una lunga lista di annotazioni scritte fitte fitte; la seconda era vuota. Era riservata ai pensieri di suo fratello.

Suo fratello era la pietra angolare della sua esistenza. Era cosi legato a lui, che a volte aveva l’impressione di non essere nient’altro che un prolungamento della sua personalita. E questa impressione aveva un preciso fondamento. Attraverso gli ormoni presenti nel sangue dello stregone, Dickon faceva proprie anche le sue emozioni (e infatti, quando chiacchieravano fra di loro, i piccoli demoni parlavano di “sangue spaventato”, “sangue arrabbiato”, “sangue innamorato” e cosi via); anche se, a onor del vero, quelle emozioni erano estremamente fugaci e non turbavano in modo significativo l’uniforme tenore dei suoi pensieri.

Ma il vero motivo dello stretto legame che li univa era che, in ogni sua parte, Dickon era una versione semplificata di suo fratello. In breve era, a tutti gli effetti, gemello vero dell’Uomo Nero, in quanto si era sviluppato da una cellula del suo organismo grazie a una procedura chiamata “spoliazione cromosomica”. Si trattava di una tecnica messa a punto dai microbiologi dell’Eta dell’Oro, e poi presumibilmente dimenticata, mediante la quale dai cromosomi di un essere umano venivano eliminati i determinanti del sesso, dell’alimentazione e di molte altre funzioni; ma fatta salva la perdita di questi caratteri, le creature come Dickon erano in tutto e per tutto identici ai loro fratelli o alle loro sorelle; e questo spiegava la loro capacita di comunicazione telepatica.

Quando gli scienziati della Civilta dell’Alba avevano scoperto l’esistenza delle onde cerebrali, si erano resi conto che se la telepatia esisteva, era assai piu probabile che si manifestasse fra gemelli monozigotici; infatti, l’uguaglianza delle strutture cerebrali implicava un’analoga uguaglianza delle onde cerebrali, grazie alla quale le due menti potevano entrare in sintonia. Ma questa ipotesi non aveva trovato alcun riscontro se non verso la fine dell’Eta dell’Oro, quando si era scoperto che la comunicazione telepatica poteva avvenire soltanto quando una delle due stazioni era di struttura molto piu semplice dell’altra; era, questa, una condizione indispensabile per eliminare interferenze altrimenti insormontabili.

La produzione, attraverso la tecnica della spoliazione cromosomica, di gemelli monozigotici simbiotici aveva permesso di risolvere il problema. In breve, l’Eta dell’Oro aveva accarezzato il sogno di prolungare la personalita di ogni singolo individuo fornendogli un compagno simbiotico. Poi, in rapida successione, erano arrivati i tempi bui, la fine della ricerca scientifica, il caos in tutto il mondo e la fondazione della Gerarchia. Fino al giorno in cui, la Nuova Stregoneria era nata da poco, erano giunte dettagliate istruzioni da Asmodeo per l’istituzione di un luogo di cova e la creazione di gemelli monozigotici simbiotici, su imitazione dei demoni inviati da Satana al servizio delle antiche streghe.

Fin dalla nascita, dal momento stesso in cui era stato prelevato dalla gabbia di cova, Dickon era stato proiettato nel mondo di suo fratello, cosicche, in un certo senso non aveva avuto infanzia, ma aveva subito cominciato a pensare come un adulto. Il contatto diretto con la mente di suo fratello gli aveva permesso di raggiungere la piena maturita intellettuale nell’arco di poche ore, e di capire cose che il suo semplice sistema nervoso da solo non gli avrebbe mai consentito di afferrare. Di grande importanza per il suo sviluppo era stata anche la frequentazione degli altri demoni, suoi simili, con i quali, pero, aveva contatti telepatici di intensita e portata minori.

Ma a suo fratello era molto piu legato che a chiunque di loro. E cosi, mentre lo cercava, divorando con le agili zampe i rami tenebrosi dei condotti dell’aerazione, Dickon giunse assai vicino, vicino quanto puo giungervi una

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