«Doamna! Doamna!».

Io stavo leggendo in uno dei salotti, ma il tono stridulo nella voce del vecchio mi fece abbandonare il libro e correre verso l’ingresso. In qualche modo, il mio cuore sapeva che qualcosa di terribile era accaduto a mio marito.

Arrivai in tempo per vedere Ion che teneva aperta la massiccia porta mentre Arkady entrava barcollando, con i capelli e i vestiti in disordine, fradicio, coperto di fango. I suoi occhi erano lucidi ed eccitati, i suoi lineamenti contorti come per il dolore… ma stava ridendo. Ridendo: un suono talmente cattivo che mi gelo il cuore.

Mi portai una mano alla gola, alla piccola croce d’oro nascosta sotto la stoffa del vestito, e mormorai, quasi troppo sommessamente per essere udita sopra la sua risata isterica:

«Arkady».

Lui alzo lo sguardo, spaventato. I suoi occhi si fissarono su di me e il suo divertimento divenne, improvvisamente, terrore, che crebbe finche non lo pote piu sopportare, ma cadde ini ginocchio e si copri il viso con la mani. Sotto di esse emise un lungo e basso lamento, poi mormoro:

«I teschi! Tutti quei piccoli teschi!».

Mi avvicinai a lui mentre si inginocchiava, e gli premetti una mano sulla fronte; era cosi caldo che guardai immediatamente Ion e ordinai:

«Manda subito qualcuno a prendere il dottore».

Lui sembro capire abbastanza bene la parola doktor, dato che annui e si mise a correre in direzione delle stanze dei domestici.

Proprio allora, Arkady mi abbraccio le gambe, premendo il viso contro il mio ventre e pianse:

«La sua testa! La sua testa! Stefan aveva ragione! C’era un tesoro nella foresta!».

Vennero Dunya e un’altra delle cameriere, Ilona, e tutte e tre riuscimmo a mettere Arkady a letto. Quella notte la febbre crebbe e il delirio peggioro talmente che tutto quello che Dunya e io potemmo fare fu trattenerlo dal gettarsi giu dal letto. Gridava cose orribili, spaventose, a proposito di ossa, di teschi, del signor Jeffries, di suo fratello Stefan, che era morto bambino, e dei lupi.

Nel momento peggiore di quella prima notte si mise di scatto a sedere diritto nel letto e mi fisso con occhi cosi spalancati che le iridi erano circondate dappertutto di bianco e, ansimando, esclamo:

«Mio Dio! Sono io che ho scritto la lettera per farlo venire qui! Papa ed io, tutti e due…!».

Ed emise un urlo d’angoscia che pote essere udito per tutta la casa.

Quella notte ho pensato che sarebbe morto, ma per la bonta di Dio, e vissuto e, prima del mattino seguente, stava un po’ meglio, sebbene cadesse ancora in un occasionale, leggero delirio. Dunya ha insistito per fare dei turni di veglia sebbene mi abbia lasciato dormire per la maggior parte del mio turno. Quella dolce ragazza si preoccupa per me. Io mi sento sempre terribilmente stanca, e il bambino scende ogni giorno.

Oggi Arkady sta meglio. La febbre e passata, e i suoi occhi sono quelli chiari e gentili che ho sempre conosciuto.

Anche Zsuzsanna e molto migliorata. Oggi e stata in grado di camminare fino al salotto, ma noi eravamo riluttanti a darle la notizia della malattia di Arkady, cosi i domestici ed io abbiamo cospirato nel mantenere il silenzio. Lei e dolce come non mai, ma perduta nei suoi sogni e, alle volte, noto una soddisfatta condiscendenza nel suo sorriso. Non posso fare a meno di pensare che la sua guarigione sia dovuta piu a Dunya che al dottore, e cosi noi, con costanza, inghirlandiamo la finestra, ogni sera, con corone odorose che poi nascondiamo durante il giorno.

Ma qualcosa di straziante e accaduto quest’oggi a mezzogiorno, e io non penso che saremo in grado molto a lungo di nascondere la verita a Zsuzsanna. Il giorno era tiepido e assolato e, mentre Arkady stava sonnecchiando pacificamente, io sono uscita nel piccolo giardino all’inglese verso l’ala est, che cattura il sole del mattino.

Sedevo su un divanetto di ferro battuto con gli occhi chiusi, sonnecchiando nel delizioso calore del sole, quando ho udito dei passi vicini. Ho guardato e ho visto il giardiniere, Ion, che portava il grande e scuro Bruto come un cucciolo, nelle braccia. Dapprima ho sorriso a quella tenera vista, finche la testa del povero cane ha ciondolato all’indietro in un abbandono senza vita ed ho visto il sangue sulla gola e sul fianco dove era stato crudelmente morsicato.

Sono scoppiata immediatamente in singhiozzi e ho gridato:

«Che e successo?».

Ion si e fermato, ha guardato tristemente l’animale nelle sue braccia, poi ha scosso la testa; se per indicare il dispiacere per la morte dell’animale o la sua ignoranza del tedesco, non lo so.

Piangendo, ho indicato me stessa e ho detto:

«Lo diro io a Zsuzsanna».

E ho alzato un dito alle labbra in segno di silenzio, sperando che avrebbe capito di non parlarle di quanto era accaduto, lui o chiunque altro, finche non l’avessi fatto io.

Mi ha guardato di nuovo ed ha annuito, mostrando di aver capito, poi ha proseguito lentamente, con la palese intenzione di seppellire l’animale.

Spero che lo abbia sepolto in qualche luogo vicino a un giardino o a degli alberi, dove c’e molto sole, piante, e piccoli animali da cacciare.

Io sono entrata e ho dato la triste notizia a Dunya. Lei ha ascoltato con aria solenne, con le labbra strette e gli occhi rivolti a terra per il dolore. Sebbene non le abbia detto assolutamente nulla dei miei sospetti riguardo alla morte del povero Bruto, le sue prime parole sono state un’offerta di dormire nella camera di Zsuzsanna stanotte.

Ho approvato immediatamente.

Puo essere superstizioso e sciocco, ma sono stata testimone di eventi che la logica dice impossibili e ho un marito che sta impazzendo per qualche segreto terrore. Io so perche quel povero cane e morto; ne ho visto il motivo ghignare fuori della mia camera da letto di notte.

Prego soltanto che Dunya, dotata dello stesso cuore buono e leale ma di un cervello molto piu astuto, riesca ad evitare lo stesso destino.

Il diario di Zsuzsanna Tsepesh

15 aprile, le 2 di notte. E fatta. Sono sua.

La schiena e il piede mi dolgono terribilmente ma io so che e un dolore buono… come le doglie, temporaneo, e che conduce a un risultato talmente meraviglioso che tutta la sofferenza sara presto dimenticata. Nonostante il dolore, il mio intero corpo vibra, canta con un’incredibile forza appena scoperta; una tale forza, una tale vita, che non riesco a dormire. Non posso ritornare a letto ma, ora che se ne e andato, mi affaccio, nuda e coperta di sangue, dal davanzale della finestra aperta, tendendo le braccia alla luna calante e invitandola a danzare con me, ridendo alle stelle.

Ridendo di Dunya, pietosa e sciocca creatura. Giace a russare (proprio come faceva Bruto) sul pavimento accanto al letto in un sonno profondo, comatoso. Guardatela li, con la sua brutta bocca aperta e il suo crocifisso puzzolente! Non si svegliera fino al mattino, per quanto io possa ridere forte, per quanto la possa schernire a voce alta, cantandole nelle orecchie:

Stupida Dunya, stupida Dunya! Mio inutile cane da guardia!

So che niente la puo svegliare. Ora so tutto quello che lui sa.

So tutto.

Un tempo ero una miserabile storpia, non amata, non voluta: ora sono forte e piu bella di tutti voi! Immortale, perche lui mi ama. Non avevo idea della profondita di quell’amore fino a questa notte; sono ancora piena di timore, commossa e stupefatta al punto di tremare senza controllo.

Oh, quanto lo amo!

Questa sera mi hanno detto di Bruto: Mary e la sua piccola ombra, Dunya. Una parte di me, adesso una parte molto piccola, ha pianto. Ho dovuto: mi stavano guardando. Si aspettavano che fossi annientata e con il cuore spezzato. Le ho accontentate.

Ma ero cosi sollevata! Sollevata e felice, poiche sapevo che significava che quella notte — stanotte — sarebbe venuto, e sapevo quello che dovevo fare. E anche quando Mary mi ha detto che Dunya avrebbe passato la notte nella mia stanza “per sorvegliarmi nel caso che fossi stata triste”, non mi preoccupai. Sapevo che potevo

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