«Arkady», disse V., con una voce cantilenante, «ho sbagliato a continuare il discorso. E naturale che tu sia turbato per rispondere, ora, a domande su questo argomento. Non e necessario discutere di tali cose adesso».

Mi chinai in avanti sull’orlo della sedia, incapace di capire la sua calma di fronte a quella macabra rivelazione, incapace di capire qualunque cosa tranne che ero sull’orlo della follia, e compresi che ci sarebbe voluto ben poco per spingermi in quel precipizio.

«Non posso restare! Non capisci, zio? Qualcuno qui al castello…».

«Laszlo, vuoi dire», m’interruppe, con un tono che era gentile ed estremamente rassicurante, estremamente scettico.

«Si!», esclamai, arrossendo di rabbia. «Ebbene ,si, Laszlo! Ha ucciso i tuoi ospiti. Non posso restare con mia moglie — e il bambino — accanto a un mostro capace di…».

Mi interruppi quando mi ricordai che Laszlo aveva vissuto al castello soltanto due anni, e fui incapace di soffocare il pensiero: cosi tanti crani! Cosi tanti crani! Troppi per un uomo solo in due anni…

Il pensiero seguente fu oscurato da un dolore ormai familiare, opprimente, alle tempie: lo stesso che avevo sentito quando Masika aveva cercato di farmi partecipe di un segreto, quando Mary mi aveva affrontato sulle scale riguardo a V. e a Zsuzsa. Sollevai le mani per strofinarle, chiedendomi se quella sofferenza fosse semplicemente il risultato di una stanchezza nervosa o se aveva una causa piu sinistra.

«Arkady», disse V., con un tono pacato, malinconico e tanto sincero come non ho mai udito nessun altro. «Mi vuoi bene?».

Ora la sua voce non era nient’altro se non puro e forte desiderio. Sembro rimpicciolirsi sulla sedia, per diventare un vecchio patetico e curvo. Il Principe imperioso era sparito. Vidi soltanto mio padre, logoro e piegato da decenni di perdite e lutti. Lui mi guardo con aria supplichevole, con occhi sinceri e belli, scevri da tutta la malia e dal potere, pieni di vero e semplice bisogno; gli occhi che avevano pianto su mio padre nella bara.

Fui sorpreso e sinceramente toccato, nonostante la mia estrema agitazione. Balbettai:

«Beh… beh, si, zio. Naturalmente, ti amo profondamente. Spero che non ne dubiti».

«E hai fiducia in me?».

Si raddrizzo un po’ ; la sua voce diventava piu forte, un po’ piu fiduciosa, mentre ritornava il Principe.

C’era qualcosa di cosi ipnoticamente calmo nella sua condotta, che io mi calmai come un cane sotto la mano del suo amato padrone.

Sapevo che mi considerava completamente pazzo. In quel momento pensai che avesse ragione, e bramavo il suo aiuto.

«Si, naturalmente».

«Allora stai tranquillo che provvedero a risolvere la questione», disse, e la fiducia mi ritorno completamente. «Abbi fiducia che faro in modo che nessun male accada a te o alla tua famiglia. Devi credermi, Arkady: morirei prima di permettere che ti succeda qualcosa di male. Ti terro al sicuro: lo giuro sul nome della nostra famiglia! Ne hai passate abbastanza con la morte di tuo padre e la tua stessa malattia, e presto avrai un bambino. Sei turbato e hai bisogno di riposo; hai avuto due terribili shock. Non hai bisogno di altre preoccupazioni. Per favore. Permettimi di toglierti questo terribile fardello».

Mi accarezzo la mano; la sua era fredda, ma io mi rilassai ulteriormente al suo tocco.

«Rimani con me, Arkady. Per il bene di tua moglie, per quello del bambino, per il mio. Ora mettiamoci a lavorare e vedrai che e la cura migliore per le tue preoccupazioni. Non parliamo piu di partire».

Che potevo fare? Che potevo dire? Lavorai con lui. Insieme, scrivemmo a un avvocato di Londra, un mio conoscente, chiedendo se avrebbe potuto rappresentare gli interessi di V. nel cercare una proprieta nell’area di Londra e, possibilmente, anche dei luoghi dove soggiornare. Scrissi anche, per suo conto, una lettera a una coppia appena sposata che stava viaggiando per l’Europa in luna di miele, che lui mi ordino di dare a Laszlo nel lasciare il castello, in modo che la potesse spedire a Bistritz il giorno seguente.

Tutto sembrava molto ragionevole quando ero con lo zio a scrivere le lettere ma, quando me ne andai e scesi la lunga scala a chiocciola che conduceva alla zona dei domestici, dove soltanto Laszlo dormiva, ritornai improvvisamente in me.

Che idiozia era questa, di chiedere a Laszlo di impostare una lettera che avrebbe semplicemente portato nuove vittime? Lo zio poteva fidarsi di lui, ma io no, e nemmeno, pensai, riuscivo a sopportare l’idea di posare nuovamente gli occhi su di lui.

Il pensiero mi venne in mente in modo estremamente chiaro, per qualche ragione con la voce dello zio, come se lui avesse bisbigliato nelle mie orecchie.

“Devi andare tu stesso a Bistritz. Per il bene di noi tutti.”

Si. Divenne lampante: potevo essere colpito dal dolore, potevo essere turbato, scosso, ma era venuto il tempo, per il bene della mia famiglia, di chiamare a raccolta le mie capacita e fare cio che era meglio per tutti noi.

Cosi, feci scivolare la lettera in tasca e, invece di bussare alla porta di Laszlo, uscii e guidai rapidamente il calesse verso casa.

Una volta che fui tornato a casa, scrissi una lettera diversa alla sposa e allo sposo in luna di miele informandoli di una morte al castello e scusandomi del fatto che la loro visita doveva essere posticipata ad un momento imprecisato.

L’altra la buttero nel fuoco… se riesco a decidermi a farlo.

Spediro la nuova lettera e quella indirizzata all’avvocato quando andro a Bistritz domani… per raccontare alle autorita del luogo degli omicidi.

Capitolo ottavo

Il diario di Mary Windham Tsepesh

17 aprile. Il grande orologio nell’ingresso ha appena battuto le due, ma io ancora non riesco a dormire, nonostante Arkady abbia insistito perche bevessi un sorso di laudano. Lui stesso ne ha preso una grande quantita, essendo agitato quanto me, sebbene cercasse di nasconderlo nel tentativo di confortarmi del mio terrore. Tutto cio e accaduto poco prima dell’una. Ora russa sonoramente, mentre io combatto contro una spiacevole sonnolenza indotta dalla droga, contro cui sono impotente. Essa raggiunge l’opposto dell’effetto desiderato: lotto per stare sveglia, poiche preferisco essere in possesso delle mie facolta nei momenti critici.

Sono cosi spaventata! Scrivere e la sola cosa che mi calma in questi giorni. La mia speranza che avremmo presto lasciato la Transilvania e stata di breve durata. Arkady e ritornato molto tardi dall’aver parlato con Vlad ieri sera, e questa mattina non ha voluto fornire dettagli di quell’incontro ma ha detto soltanto che ci sarebbe voluto «ancora un po’ di tempo» prima che potessimo prendere le nostre vacanze.

So cosa significa. In “ancora un po’ di tempo”, io non saro definitivamente piu in grado di viaggiare. E gia abbastanza rischioso com’e adesso. Ho potuto evincere dal comportamento sottomesso di Arkady che Vlad deve aver rifiutato la nostra richiesta e che hanno avuto un litigio, dopodiche il mio buon marito non si e risolto a dirmelo. Ha trascorso la giornata ad andare e tornare da Bistritz, poi si e recato direttamente al castello, ed e ritornato a casa molto tardi, dopo che mi ero ritirata.

Non e venuto a letto, ma e rimasto nel suo studio. Lo so perche non riuscivo a dormire, in parte perche ero amaramente delusa riguardo al posticipo delle nostre vacanze, ma anche perche provavo un crescente disagio nei riguardi di Zsuzsanna.

Sembra molto migliorata, e il suo colorito e migliore di quando sono arrivata la prima volta in questa casa. Oggi era persino alzata e girava per la casa. Quando le ho fatto visita nella sua stanza, era vestita e sedeva nel sedile vicino alla finestra, guardando fuori alla sua sinistra, in direzione della foresta, in lontananza. Quando sono entrata, mi ha lanciato uno sguardo da sopra le spalle, rapidamente, con un sorriso infantile, poi ha indicato con eccitazione i pini lontani.

«Guarda laggiu! Lo vedi?».

Ho attraversato la stanza e sono rimasta dietro di lei per dare un’occhiata, ma non ho visto altro che la foresta, talmente lontana che gli alberi erano veramente del tutto indistinguibili l’uno dall’altro.

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