l’inchiostro dal mio tavolino da notte.

Talvolta provo un moto di paura nel comprendere che la morte e cosi vicina da essere a portata di mano; ma poi chiudo gli occhi e permetto a me stessa di bere della sua costante presenza, della sua intelligenza senza fondo, e so che non sono sola. Sapere cio che presto diventero mi conforta. Vado alla tomba vittoriosa, certa della mia resurrezione.

A chiunque legga queste parole: non piangete per me e non giudicate. La vita verso la quale vado e molto piu dolce di quella che ho conosciuto.

Il diario di Arkady Tsepesh

17 aprile. E mattino inoltrato, quasi le dieci. Mary si e alzata ed e scesa al piano di sotto. Scrivo queste parole a letto, fissando fuori la brillante luce del sole che entra attraverso la finestra aperta.

Sperando di dissipare la tristezza, ho tirato le tende, ma dal mio comodo punto di vista contro i cuscini, posso vedere la luce che si riflette sul vetro rotto e segnato. Gli orrori della notte scorsa — di fatto, tutta la disordinata confusione delle sconcertanti rivelazioni di ieri — sembrano lontani, velati dalla persistente nebbia mentale causata dal laudano.

Pensare che questo pezzetto di vetro rotto era tutto quello che c’era tra mia moglie, mio figlio e la morte!

Mary era completamente fuori di se dal terrore ieri notte, e anch’io lo ero ma, per confortarla, l’ho tenuto nascosto. Mentre leggevo nello studio, un lupo ha fatto un salto in direzione della finestra quando lei stava guardando dal vetro. Se avesse oltrepassato il vetro…

Non riesco nemmeno a scrivere quelle parole, non riesco nemmeno a pensare al danno piu lieve a lei o al bambino. La notte scorsa ha pianto mentre mi pregava ancora di portarla via da qui, e la vista di lei in quello stato mi ha straziato il cuore. Ho promesso che l’avrei fatto.

Ma non riesco a vedere un modo per poterlo fare. Anche cosi, devo tentare. Non ho mai visto Mary isterica… ma mai nella mia vita ho udito di un lupo solitario che attacca un uomo in modo cosi audace. In quei preziosi momenti quando la razionalita ritorna, riesco a considerarlo un evento strano, casuale, tanto insignificante quanto causa di turbamento.

Ma Mary continuava a ripetere, in preda al parossismo, che era un avvertimento, dicendo che quella creatura avrebbe facilmente potuto ucciderla se lo avesse voluto, che l’ha risparmiata per dare forza alla sua minaccia. Non mi ha voluto dire chi, o che cosa, lei crede l’abbia avvertita, tranne che il Male stesso.

Le sue parole mi hanno fatto pensare alle zampe del lupo contro le mie spalle, al suo respiro caldo sulla mia gola. I lupi non sembrano che un simbolo, un avvertimento della follia che e in attesa, ansiosa di divorarmi.

Se credessi in Dio, Gli chiederei di prendere me e di risparmiare la mia famiglia. Posso capire perche i contadini sentano il bisogno di un genitore onnipotente, un divino cane da guardia — che inferno sapere che non c’e un potere piu grande di me per proteggere mia moglie e mio figlio — io, che sono debole e estremamente inaffidabile, sull’orlo di un collasso mentale!

Questa mattina presto, nella grigia luce dell’alba, ho aperto brevemente i miei occhi assonnati, e ho visto, impalata sulla colonna del letto ai miei piedi, la testa di Jeffries. Guardava in giu, ridendo con lo stesso sorriso maligno, ironico, di Stefan, quando era apparso nella sedia dello zio.

Credo che io, lo zio, Zsuzsanna e tutti gli Tsepesh, portiamo la pazzia nel nostro sangue. Dopo gli eventi di ieri, ne sono convinto.

La notte precedente all’ultima mi sono finalmente deciso a gettare la lettera di V. nel fuoco. Ieri, all’alba, ho lasciato la casa in calesse e mi sono diretto a Bistritz pieno di agitazione e fiducia. Quando ho raggiunto la citta, poco prima delle due, la mia agitazione e diminuita con il crescere della fiducia, ed ho provato un eccezionale sollievo quando ho porto all’albergatore la lettera sigillata che avevo scritto, per informare i visitatori di non venire.

L’albergatore e un uomo piacevole, con il viso rotondo, pesante, ma dai lineamenti da falco che indicano i nostri lontani legami di sangue; mi ha riconosciuto immediatamente, poiche io e Mary avevamo trascorso una notte gratis nel suo albergo, e mi ha accolto caldamente, sebbene fosse curioso riguardo al motivo per cui fossi venuto io e non Laszlo.

Mentre gli davo la lettera, ho mormorato una vaga risposta sul fatto che avevo altri affari in citta. Lui mi ha ringraziato quando l’ha ricevuta, dicendo che il momento non poteva essere migliore, poiche gli ospiti dovevano arrivare un po’ piu tardi quel pomeriggio. Sorrisi appena sapendo che pensava contenesse le istruzioni per incontrare la carrozza di Laszlo.

L’albergatore insistette nel servirmi il pranzo “della casa” e, dopo, portai la lettera per l’avvocato all’ufficio postale. Tutto era andato senza intoppi, ed io trassi un enorme conforto nel sapere che gli sposini sarebbero stati protetti dal male. Restava soltanto una cosa.

Eppure, quando entrai al posto di polizia e mi avvicinai al ragazzo alto in uniforme dietro la prima lunga scrivania di legno, cominciai a provare una certa trepidazione, poiche non c’era alcuna prova concreta che legasse Laszlo ai delitti, tranne il fatto che aveva sgraffignato alcune delle cose di Jeffries e aveva mentito circa una gallina. Era la mia parola contro la sua. E come potevo provare la non colpevolezza dello zio in tutto cio? Come potevo provare che io non ero pazzo e non ero l’assassino? Dopotutto, sapevo dove si trovavano i teschi…

Improvvisamente perduto, fissai i manifesti sul muro accanto a lui: delle riproduzioni artistiche di fuggiaschi, criminali, pazzi.

Osservai quei visi duri, torvi, in cerca di somiglianze, di qualche particolarita nella bocca o nel luccichio degli occhi che indicassero un assassino, un uomo impazzito: qualche chiaro segno che avevo visto in precedenza sul volto di Laszlo.

«Signore?», chiese il giovane jandarm.

Aveva i capelli chiari e mi scrutava attraverso gli occhiali rotondi con degli occhi di un blu stupefacente. Il suo tono era glaciale, apertamente condiscendente, a dispetto del fatto che il mio vestito e il mio atteggiamento mi indicassero come nobile, istruito e ricco. Poteva appartenere a una classe inferiore, essere trasandato e povero, con un’istruzione inferiore e un innato risentimento verso la mia influenza e ricchezza, ma era un sassone: questo era cio che lo rendeva il conquistatore di un tempo e che rendeva me il conquistato. Era il suo unico vantaggio, e non voleva che sfuggisse alla mia attenzione. C’era anche della noia nel suo tono; l’ennui di uno che ne ha viste cosi tante che non esistono piu sorprese per lui.

Quando distolsi lo sguardo dai manifesti, vidi passare due ufficiali in uniforme, entrambi a fianco di una donna tzigana molto ubriaca e scalza, che sarebbe caduta se non l’avessero tenuta saldamente per le braccia.

Arrossii e distolsi gli occhi mentre passavano, poiche la camicia della donna si era lacerata al colletto e si apriva fino alla vita, rivelando al di sotto parecchi fili di perle a poco prezzo ma nessun altro indumento. I capelli neri erano sfuggiti dal fazzoletto, che era scivolato giu e pendeva, in procinto di cadere. Sul suo viso c’erano sangue e sporcizia, come se avesse combattuto nel fango e, sebbene riuscisse a malapena a camminare, continuava a mugugnare e a scagliarsi con violenza contro gli uomini che la sostenevano, come se volesse morderli.

Gli ufficiali tiravano indietro i loro volti abbastanza rapidamente, ma ridevano con disprezzo per mostrare che non avevano paura. Mentre oltrepassavano me e il loro collega seduto, uno disse, sorridendo:

«Dice che e posseduta dallo spirito di un lupo. E spirito, certo: vino a buon mercato».

I tre uomini risero, ma la donna faceva resistenza, riluttante a procedere, e sollevo un braccio che, oscillando, punto direttamente verso di me.

«Lui non ride; lui capisce» sibilo. «Lui e uno di noi!».

Mi gelai: ero stato scoperto.

Ridendo, i due ufficiali la trascinarono via; il giovane sassone dietro alla scrivania mi guardo con un sorrisetto condiscendente ma uso il tono e l’appellativo piu educati possibile mentre faceva un gesto per indicare la sporca sedia di legno dall’altra parte della scrivania.

«Prego, sedete Dumneavoastra….

«Tsepesh», risposi rigidamente, e lanciai alla sedia sudicia uno sguardo incerto. Sembrava che qualcuno vi

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