«Domnule Tsepesh, voi assomigliate molto a vostro padre».

Alzai la testa, sorpreso.

Gli occhi di Florescu si addolcirono, ma non riusci a sorridere.

«Lui venne qui, proprio come avete fatto voi, piu di venticinque anni fa; oserei dire che non eravate ancora nato. Naturalmente, a quei tempi, non ero capo jandarm, ma lo ricordo perche era molto turbato e, naturalmente, perche io fui uno dei due scelti per ritornare con lui a cercare i corpi nella foresta».

Lo fissavo, ammutolito, incapace di comprendere. Laszlo aveva lavorato al castello solo due anni. Come era possibile…?

Il Conestabile rimase in silenzio affinche le sue parole facessero breccia, e poi aggiunse:

«Ma io fui l’unico uomo a ritornare a Bistritz. Sarebbe meglio per voi, domnule, se dimenticaste di aver mai visto quelle cose. Sarebbe meglio per entrambi».

Mi alzai offeso.

«Come potete dire una cosa simile, quando mia moglie, la mia famiglia, vivono vicino a un assassino?».

Florescu si limito a guardarmi e tiro dalla sua pipa: la sua faccia divenne una maschera dagli occhi stretti, illeggibile.

«Che volete?», domandai infuriato. «Del denaro? Io sono ricco! Posso pagare piu di chiunque altro vi abbia comprato!».

«Nessuno mi ha pagato», replico con tranquillita, senza un’ombra di offesa. «Almeno, non con qualcosa di poco valore come il denaro. Pero e vero; ho fatto in modo che Szegely riavesse la liberta soltanto due anni fa, dietro richiesta di qualcun altro».

«Chi?»

«Vostro padre».

Sospirai e mi lasciai cadere sulla sedia, troppo sbalordito e offeso per parlare, per protestare. Florescu continuo calmo da dietro un velo di fumo di pipa.

«Proprio come un giorno verrete voi, domnule Tsepesh, molto probabilmente dal mio successore, quando Laszlo morira e voi dovrete fare i vostri accordi». Il suo tono divenne familiare, confidenziale. «Ora siete giovane e ci sono cose che ancora non capite. Ma le capirete. Ci sono delle volte che non e bene lottare contro l’inevitabile. Piu lottate, piu sara difficile per voi. Per la vostra famiglia.

Forse un giorno vostro figlio verra a far visita al mio successore, che andra in quella stessa foresta. E portera degli uomini, dei fucili, ma il risultato sara lo stesso: soltanto un uomo ne emergera, e quell’uomo vedra che la sua promozione a questo ufficio si verifichera molto facilmente.

Io ho passato la mia vita a dispensare la giustizia, ma ci sono delle situazioni che vanno oltre il limite della legge… dell’uomo o di Dio. Io non tornero in quella foresta. Non sono un uomo intelligente, ma imparo rapidamente quando e in gioco la mia vita».

Si fermo e, in quell’istante, cercai di parlare, ma lui ricomincio a parlare rapidamente.

«Non c’e niente che possiate fare, capite? Niente che noi possiamo fare». Si alzo e attraverso la stanza dalla scrivania alla porta; il suo tono divenne falso e forte, come se parlasse a beneficio di coloro che potevano essere in ascolto. «Adesso vi chiedo di andarvene. Sono solo sciocche dicerie questa faccenda di un assassino nella foresta. I contadini hanno raccontato queste stupide leggende per centinaia di anni. Tutti, alla polizia, lo sanno e, se voi ne parlate a chicchessia, rideranno se direte perche siete venuto.

Capite, domnule Tsepesh? E stato tutto sistemato, molto tempo prima che voi nasceste. Andate a casa e prendetevi cura della vostra famiglia».

Giro la maniglia e spalanco la porta.

Mi alzai, con il viso paonazzo, soffocando, non permettendomi, in quel momento, di capire.

«No. No, io non capisco. E andro fino a Vienna, se devo…!».

La sua voce si abbasso, tranquilla, piena di dispiacere e senza traccia di rabbia. Piena di quella odiosa pieta.

«Ed io informerei i miei superiori che siete un pazzo. Vi assicuro, domnule, che nulla verrebbe fatto. Proprio come vi assicuro che non sono io che vi minaccio quando dico: «Per amore della vostra famiglia, non fate cosi».

Me ne andai tremando dalla furia, e mi diressi verso i Carpazi.

Dapprima, per lo shock e la rabbia, mi dissi che Laszlo doveva avere degli amici sinistri alla gendarmeria: un gruppo di criminali con un’influenza cosi grande che lo stesso Conestabile li temeva e faceva delle velate insinuazioni riguardo ad essi. Florescu era un bugiardo, un dannato bugiardo che era complice di ognuno dei delitti per il suo rifiuto di indagare. Non riuscivo a credere a niente di quello che aveva detto, e certamente non alla sua vile insinuazione che papa sapesse qualcosa dei trascorsi di Laszlo!

Decisi che l’unico logico modo di agire era di informare V. circa il passato di Laszlo, e della strana reazione del Conestabile alla notizia dei corpi nella foresta; cosi, sentivo, lo avrei convinto della necessita, per noi tutti, di trovare rifugio dal pericolo a Vienna, mentre informavo le autorita di quel luogo.

Non riuscivo a credere che l’influenza di Florescu arrivasse tanto lontano.

E poi, mentre le ore passavano sulla lunga strada verso casa, mi calmai e cominciai a pensare.

C’erano stati troppi teschi nella foresta per essere stata l’opera di un uomo nel corso di due anni. Io ne avevo portati alla luce almeno cinquanta, la maggior parte di bambini, e mi ero fermato soltanto perche non avevo la forza, fisica o mentale, di continuare. Quanti non ne avevo trovati, sparsi nell’infinita foresta?

Scoppiai in singhiozzi di rabbia, grato per la riservatezza fornita da quella solitaria strada di montagna, mentre ricordavo l’affermazione di Florescu che mio padre si fosse accordato per il rilascio di Laszlo. Per un momento osai permettermi di pensare che il capo dei jandarm avesse detto la verita, ma perche papa si sarebbe consapevolmente accordato per il rilascio di un tale uomo? Un uomo capace di occuparsi dell’eliminazione di cadaveri? Perche, se non era anche lui complice dei delitti?

Guidai i cavalli oltre il passo di montagna con difficolta, incapace di pensare a causa di un terrore freddo e senza nome. Il pomeriggio lasciava il posto al crepuscolo. Il tramonto doveva essere tanto bello da mozzare il fiato, con il chiarore rosato che si rifletteva sui picchi coperti di neve, dipingendo l’intero paesaggio in fiore di una radiosita soprannaturale, ma io non vidi nulla di tutto cio. Udii nella testa la voce di Masika:

«Vieni da me, Arkady Petrovich, durante il giorno, quando lui dorme. Non e sicuro per noi parlare qui, all’aperto. Vieni presto…».

Non era piu giorno, ma mi sentii spinto a parlarle immediatamente, per sapere quella verita che in quel momento non riuscivo nemmeno a pensare, ma che il mio cuore tormentato sapeva essere vera.

Prima che raggiungessi il villaggio, tutto era coperto dalla notte; le strade erano vuote, e le file di piccole casupole erano scure. Non avevo idea di dove potessi trovare Masika Ivanovna, ma il mio disperato desiderio di parlarle era troppo forte per arrendermi e tornare a casa. Accesi la lanterna nel calesse e, avvantaggiandomi senza vergogna della mia condizione di nipote del Principe, bussai alla prima porta che trovai con l’intenzione di chiedere dove si trovasse Masika.

Non ci fu risposta; la presi come un’indicazione che gli abitanti della casupola fossero addormentati, e cosi chiamai a voce alta. Continuando a non avere risposta, aprii la porta con una spinta tenendo alta la lanterna, ed entrai, solo per vedere che quel tugurio era stato completamente abbandonato e il suo contenuto portato via.

Passai alla casa accanto, soltanto per trovare la stessa strana circostanza… e alla casa dopo, e a quell’altra ancora. Al quarto tentativo, pero, ebbi successo. Il contadino addormentato che vi si trovava non mi fece entrare ma, invece, mi grido le indicazioni dall’altra parte della porta di legno chiusa con il chiavistello.

Mi affrettai verso la casa di Masika: una casetta con un tetto di paglia pieno di topi, i cui occhietti luccicavano alla luce della mia lanterna. All’unica finestra, brillava una debole luce ma, quando bussai forte alla porta, non ci fu risposta, nessun rumore dall’interno. Mi feci piu deciso e chiamai il nome di Masika mentre battevo forte ma, in risposta, ebbi solo silenzio.

Infine, spinsi la porta. Essendo aperta, si spalanco; entrai e vidi Masika Ivanovna ancora vestita con gli abiti del lutto, seduta al suo tavolo da pranzo rozzamente squadrato. Era caduta in avanti nella sedia e la fronte e il braccio erano poggiati sul tavolo; a pochi centimetri dalla testa avvolta in uno scialle c’era una candela, consumata fino alla base della bugia tanto che la cera era colata sul legno e il pezzetto che restava dello stoppino scoppiettava con un’ultima fiamma blu. Sotto la mano aveva un pezzo di carta piegato; accanto una piccola icona

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