senza averne assaporato pienamente i piaceri.

Fu allora che si fermo, avendo bevuto solo per poco tempo (ed ora, lo so, a sufficienza). Mi lagnai quando si ritrasse, ma ritornai silenziosa quando sollevo le labbra rosse e gocciolanti alle mie orecchie e bisbiglio:

«Zsuzsa…».

Udii i mondi contenuti in quell’unica parola. Udii la domanda che vi si celava e, nel mio sospiro, lui udi il mio consenso.

Mi lascio andare i capelli; oscillarono, morbidi e liberi contro la mia schiena nuda. La mano alla vita allento la presa ed io barcollai all’indietro, lottando per restare in equilibrio, ma non ancora debole, non ancora prosciugata della forza.

Eppure aveva bevuto abbastanza per essere fantasticamente potente.

Con la mano che aveva tenuto i miei capelli, si apri i vestiti che lo separavano da me, non liberandosi completamente, ma mostrando di nuovo l’ampio petto, senza cicatrici, senza alcun segno della ferita che ci univa.

Mostrando molto, molto di piu.

Oh, io ho vissuto una vita protetta, ma ho letto della petit mort, la piccola morte, e mi sono meravigliata del termine. Ho riso quando ho toccato lo strumento della mia esecuzione, diafano, freddo, liscio e duro come il marmo sotto le mie dita.

Rabbrividendo al mio tocco, leggero come quello di un ragno, si e unito a me ridendo piano, poiche vedevamo con la nostra mente la stessa visione, che io evocavo con i miei pensieri dai suoi antichi ricordi.

La foresta dei morti impalati, quattro secoli prima. Le mogli adultere e non pentite che aveva condannato a morte col suo potere come voievod. Come avevano gridato! Come avevano lottato quando erano state costrette a stare giu sulla schiena, contro il terreno primaverile coperto di fango fuori del castello mentre il sorridente e approvante Principe guardava. Per ogni donna c’erano cinque rumini grandi e grossi che la tenevano giu come una stella: due per inchiodare il busto e le braccia che si contorcevano, e altri due per afferrare ognuno un polpaccio scalciante onde tenere aperte le gambe.

E soltanto uno per conficcare il palo di pino (lungo dieci piedi, piu largo del braccio di un uomo forte, e generosamente oliato, appuntito, per permettere una rapida entrata ma con la punta arrotondata abbastanza da far si che la morte non fosse felicemente rapida) tra quelle cosce di puttana.

Non c’e nessuno che egli odi piu dei traditori; nessuno che ami piu di chi gli e leale.

Oh, che grida, mentre la giustizia penetrava le traditrici! Oh, le grida soffocate mentre i pali venivano issati in alto, fissati al terreno, e al peso del corpo era lasciato il compito di punire ancora piu profondamente! Gli uomini che osavano tradire il voievod andavano incontro allo stesso destino in modo similmente metaforico, penetrati attraverso l’ano. A volte i condannati erano sospesi per giorni, durante i quali i pali fuoriuscivano dagli stomachi, o dalle gole, o, talvolta, piu elegantemente, dalle bocche aperte, rese immobili dalla morte.

L’immagine lo riempi di un fuoco improvviso, che poi mi inghiotti e mi consumo. In quel momento, non volevo altro che essere penetrata in modo cosi totale; aprirmi e sentirlo emergere come un calice in fiore tra i petali delle mie labbra aperte.

La sua mano era immobile sulla mia schiena nuda all’altezza delle reni, ma lieve; io mi strinsi contro di lui, ansiosa, impaziente, misi le braccia intorno a lui, lo supplicai, lo pregai di prendermi: ora, ora, ora!

Lui non si mosse. Le sue labbra, scure del mio sangue, erano incurvate con aria astuta all’insu, e le palpebre pesanti abbassate su quegli occhi brillanti e seducenti. Sembrava giovane e bello come Kasha…; no, anche piu giovane, e piu innocentemente bello: era l’Arcangelo, il Portatore di Luce prima della Caduta. Scosse la testa, ed io compresi.

Non mi avrebbe preso. Io ero stata fino ad allora la seduttrice; io lo avevo chiamato a me. Lui aveva rotto il Patto solo per la mia insistenza, a causa del mio bisogno, e se doveva rompere dei tabu mortali, familiari, per consumare il nostro matrimonio nella carne, anche questo avrebbe dovuto essere compito mio. Io avrei dovuto prendere lui.

Rimase immobile, una statua di marmo mentre io chiudevo le dita dietro al suo collo muscoloso e mi issavo come una delle adultere condannate, alzando il mio busto dapprima troppo in alto, poi scendendo lentamente finche scoprii la posizione migliore.

Lo circondai con le gambe e, con un rapido e violento movimento, mi impalai. Impalai me stessa. Ancora e ancora…

Lui mi afferro per i fianchi: le sue unghie, come coltelli, mi tagliarono la carne, e me lo spinse dentro finche non mi pote riempire oltre. Con una crudelta che mi terrorizzo, tormento e delizio, mi lacero il collo con i denti, trasformando le punture di spillo in ferite zampillanti. Il fiume caldo del sangue traboccava dalla sua bocca affamata e cadeva sul mio seno, sul mio stomaco, scendendo giu fin dove noi due eravamo uniti.

Mi dibattei contro di lui mentre beveva finche la mia pelle fu resa appiccicosa dal sangue; finche fui esausta e fremente di piacere; finche fui stordita, debole, e ancora una volta sopraffatta da quel senso stranamente languido ed estatico dell’approssimarsi della morte. Le braccia mi caddero all’indietro, troppo deboli per afferrarsi al suo collo. Lui mi sosteneva da solo, con una mano aperta sui fianchi, l’altra tra le scapole.

Infine si allontano dal mio collo e di tra le mie gambe, e mi depose a terra accanto alla finestra aperta. Io fissavo in cielo la luna calante, e la sua lucentezza accecante mi faceva male agli occhi, ma non riuscivo a staccare lo sguardo dalla sua brillante bellezza dal colore sfavillante. Vedevo dei colori dappertutto: nella luna luccicante e madreperlacea, nelle stelle, nel gruppo di sempreverdi molto piu lontano, che non erano mai stati visibili al mio sguardo da quella distanza. Vedevo i blu e i rossi vivaci della mia coperta, vedevo il verde degli occhi di Vlad mentre si chinava per ripulire, con la sua rosea lingua, il mio corpo dal sangue che si rapprendeva. La mia vista nell’oscurita era piu acuta, piu eccezionale di quella di un rapace.

E udivo tutto: ogni agitarsi nella foresta li fuori, persino il russare di Arkady nella camera di fronte alla mia. Udivo il movimento lieve delle lenzuola mentre Mary si agitava nel letto e, seppi che era sveglia. Udii il battere del mio stesso cuore, tanto assordante quanto dolorosamente piacevole e, li vicino, il battito regolare del cuore di Dunya e il suo respiro stertoroso. Potevo sentire il calore della sua carne, l’odore del sangue vivente mischiato con il mio… il sangue che si raffreddava del moribondo, il sangue di chi stava cambiando.

E poi lo zio…

No, non mio zio. Mio marito si scosto dal mio corpo ormai senza macchia e fece scorrere la sua lingua sulle sue labbra insanguinate. Guardando nel profondo dei miei occhi, disse:

«Non e ancora finito».

Capii e, con uno sforzo tormentoso, sollevai un braccio verso la sua testa e la guidai al mio collo.

Sorprendentemente, i profondi squarci si erano completamente richiusi. Non sentivo dolore, ne tenerezza, solo la sensazione della sua lingua contro la carne liscia, intatta; e poi, sentii le sue labbra muoversi contro la mia pelle mentre sorrideva. Anch’io sorrisi, debolmente, poiche sapevo che voleva dire che il Cambiamento era quasi completo.

Eppure esito. Poi mi sfioro con le labbra mentre scendeva con la testa oltre il bordo della clavicola, giu fino al mio seno.

Circondo il capezzolo con la lingua, poi si fermo, per posarvi con delicatezza i denti, finche sentii che il piu acuminato di essi incideva il centro di quella carne roseo-bruna.

Nonostante la mia debolezza, provai un’improvvisa eccitazione nel capire quello che stava per fare. Intrecciai strettamente le dita tra i suoi capelli sulla nuca e lo strinsi contro di me.

Mi incise ancora. Per l’ultima volta mi manco il respiro quando sentii i denti affondare, aguzzi, in quella tenera pelle scura cosi vicino al mio cuore. Succhio dal mio seno come un bambino causando, con ogni tirata della bocca e della lingua, un nuovo palpito di piacere tra le mie gambe. Cullai la sua testa tra le braccia, simile a un’amorevole madonna che offriva la sua linfa vitale a quell’infinitamente vecchio e saggio sapiente-bambino, mio progenitore. Bevve finche le mie braccia caddero e io non potei piu cullarlo, finche discesi in un rapimento indistinto, irreale, in un’estasi oscura, indifferente.

Per ore, non riconobbi nulla. Ricordo il suono distante di un’esplosione, ma era soltanto una debole onda d’argento contro il profondo sfondo vellutato dell’oscurita.

Poi, proprio prima dell’alba, emersi dalla mia trance e scoprii che se n’era andato e mi aveva lasciato, vestita con la mia camicia da notte, nel letto. Ero consumata da un bisogno insistente di scrivere questo, la mia ultima registrazione, e cosi ho preso il diario nascosto sotto il cuscino, e la penna e

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