avesse di recente sputato sopra, e quando, infine, mi ci sedetti, provai una sensazione di leggera umidita.

«Che cosa desiderate denunciare, Domnule Tsepesh?», pronuncio il nome «Tzepezh».

Omicidi, volevo dirgli. Quanti? Non lo so. Troppi perche li possa contare… Invece, gli dissi:

«Vorrei parlare con il Conestabile, per favore».

Il suo sorriso teso si allargo un po’ ma una leggera durezza comparve nel suo sguardo.

«Ah! Sono certo che il Conestabile vorrebbe parlare con voi, mio buon signore, ma in questo momento e occupato in un affare molto urgente. Vi assicuro che vi posso assistere in qualsiasi cosa voi…».

«Lo devo vedere, se e possibile…».

«Vi assicuro che non lo e».

«Capisco».

Mi alzai, mi aggiustai i vestiti, poi tesi la mano.

«Bene. Allora, buongiorno».

All’apparenza leggermente sorpreso dalla mia precipitazione, si alzo e mi strinse la mano, poi prese di nascosto la corona d’oro che vi si trovava e, con il piu abile e ben esercitato dei movimenti che io abbia mai visto, la fece scivolare nella tasca.

Mi voltai e finsi di muovermi verso la porta.

«Un momento, signore», disse, ancora in piedi dietro la scrivania. «C’e una piccola possibilita che il Conestabile abbia finito con i suoi affari e sia libero. Vado a controllare, se permettete».

Lo guardai.

«Prego», gli dissi.

Entro un minuto, ritorno e disse, con un atteggiamento considerevolmente piu cordiale:

«Il Conestabile vi vedra adesso».

Lo seguii lungo uno stretto corridoio di porte chiuse fino a una stanza all’estremita, ed entrai quando tenne la porta aperta per me, con quella rigida formalita teutonica di cui a noi Transilvani piace cosi tanto fare la parodia nelle nostre barzellette. Quando ebbi varcato la soglia, la porta si chiuse silenziosamente dietro di me.

L’uomo dietro la scrivania era un compatriota, piu basso e pesante del suo collega piu giovane.

«Domnule Tsepesh», disse a voce bassa. La sua voce e il suo atteggiamento erano meno formali, molto piu calorosi di quelli del giovane sassone. Di fatto, c’era una strana familiarita nel suo tono, e pensai di distinguere nei suoi occhi un lampo che indicasse che mi riconosceva; annui debolmente tra se, mentre mi esaminava con lo sguardo. Eppure, ero certo di non averlo mai visto prima. Doveva essere della stessa eta di papa: aveva una testa di ondulati capelli d’argento, ma le sopracciglia e i baffi arricciati erano quasi interamente neri, cosa che conferiva al suo viso un’apparenza severa e drammatica. «Io sono il Conestabile Florescu. Entrate. Vi stavo aspettando».

Quella frase assurda mi imbarazzo per un momento — la sua attesa non poteva essere durata piu di qualche secondo — ma avanzai e gli strinsi la mano. La sua stretta era calda e ferma, e mi studio con una certa emozione negli occhi scuri che notai, di tanto in tanto, durante la nostra conversazione, nella sua espressione, nella sua voce, e nel suo atteggiarsi. Mentre ero con lui, cercai di darle un nome e non ci riuscii: la sua identita mi e sfuggita finora, mentre scrivo queste parole.

Pieta. Mi guardava con pieta.

Florescu mi fece cenno di sedere (questa volta su una sedia imbottita e molto piu pulita di quella dell’ufficio esterno), cosa che io feci. Anche lui si sedette, incrocio le mani sulla scrivania, poi si chino in avanti, fissandomi con uno sguardo che era, del tutto stranamente, non professionale: gentile, quasi paterno, ma anche preoccupato, pensieroso, prudente.

«Allora», disse con un’inconfondibile riluttanza, temperata dalla rassegnazione. «Forse dovrei lasciarvi dire perche siete venuto».

Sebbene avessi ripetuto il mio piccolo discorso parecchie volte durante il percorso, le parole che avevo scelto mi abbandonarono in quell’istante. Balbettai:

«E… e una faccenda molto delicata. Dovrei presentarmi. Il mio prozio e Vlad Tsepesh…».

Florescu fece un solo, solenne cenno.

«Il Principe. Si, ne ho sentito parlare».

«Sono venuto qui, non tanto per fare delle accuse quanto per… dare con discrezione un aiuto a un’indagine. Il Principe si arrabbierebbe se sapesse che sono venuto qui; non voglio che cio si rifletta su di lui, in alcun modo. Credo, pero, che uno dei suoi servi sia colpevole di un crimine. Di fatto, di parecchi…».

«Che crimine sarebbe?», mi interruppe, ma il suo tono era calmo.

«Assassinio», risposi, ed emisi un lungo sospiro.

La sua risposta fu misurata, controllata, nient’affatto affrettata: la risposta decisi, di un uomo che ha udito tante orribili confessioni che nessuna lo puo piu scioccare. Non si ritrasse, non si tiro indietro, ma resto perfettamente immobile, con le mani intrecciate, facendo domande e osservandomi con la compostezza di un professore che fa un esame orale.

«E chi credete che abbia commesso questi omicidi?».

Ebbi la sensazione che fosse un attore, che recitasse un ruolo gia provato e, al di sotto delle sue parole, percepii una sconcertante corrente nascosta di vere emozioni: pieta, dispiacere. Il desiderio di essere d’aiuto.

«Il cocchiere di mio zio», risposi. «Laszlo Szegely. Anche se, probabilmente, ha avuto qualcuno che lo ha aiutato».

«Perche fate una tale accusa?». Era di nuovo calmo, misurato. «Lo avete visto mentre commetteva quei delitti? Avete prove?»

«L’ho visto con alcuni oggetti che appartenevano al defunto, e con del sangue fresco su una manica che non era il suo, alcune ore dopo la scomparsa dell’uomo. Questa mattina presto, l’ho visto che lasciava il castello con un fagotto abbastanza grande da poter contenere un corpo». Mi fermai, rabbrividendo nel pensare alla forma quadrata del fagotto; se era il povero Jeffries, era stato gia fatto a pezzi. «Forse, non e abbastanza per impiccarlo, ma la mia speranza era che se voi poteste svolgere delle indagini discrete, trovereste abbastanza prove per imprigionare l’assassino. Io non ho nient’altro, tranne il mio stesso istinto riguardo al carattere di quell’uomo. C’e qualcosa di… criminale in lui. Almeno, se poteste investigare su di lui…».

«Non c’e bisogno di farlo», disse bruscamente il Conestabile. Si curvo in avanti, il tono e lo sguardo estremamente seri. «Io vi posso raccontare di Laszlo Szegely. Se siete certo di voler sapere la verita sulla faccenda».

La sorpresa mi fece calare la voce fino a un bisbiglio.

«E naturale…».

Mi chinai in avanti, gli occhi spalancati, pronto a sentire.

«Szegely», disse Florescu e fece un debole sorrisetto che svani con la rapidita con cui era apparso. «Di mestiere e un macellaio. Mai sposato, niente figli. Venne da noi da Budapest, perche sperava di sfuggire alle autorita di quel posto».

«Per un omicidio?», chiesi subito.

Scosse la testa d’argento.

«Furti nelle tombe».

«Lo ha fatto anche a Bistritz? L’avete preso?».

Il Conestabile annui.

«Avreste dovuto metterlo dietro le sbarre e tenerlo li», dissi, con una voce bassa, cattiva, che tremava. «Forse nei villaggi di montagna non ci sono abbastanza cadaveri per lui, perche ha cominciato a creare dei morti. Li ho trovati io stesso. La foresta e piena di teste sepolte».

Incapace di continuare, fissai, inorridito, le mie mani, pensando a Jeffries, e a tutti quei minuscoli, piccoli teschi.

Florescu ed io rimanemmo seduti in silenzio per un buon minuto; riuscivo a sentire su di me il suo sguardo, che mi compativa, che mi squadrava. Stava pensando. Lo udii che rovistava nella sua scrivania, che tirava fuori qualcosa. Udii un fiammifero che si accendeva, parecchie forti tirate, poi sentii l’odore del fumo e del fragrante tabacco da pipa.

Infine il Conestabile disse, molto debolmente, molto gentilmente:

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