di San Giorgio, e sul pavimento sporco e ricoperto di paglia intorno a lei, c’era un cerchio quasi perfetto fatto di sale. Chiaramente, si era addormentata in attesa di qualcuno che non era ancora venuto.

Rabbrividendo leggermente allo scricchiolio del sale sotto gli stivali, mi portai accanto a lei, le toccai la spalla e dissi piano:

«Masika Ivanovna. E Arkady Tsepesh; non aver paura».

Lei non si mosse. Le scossi la spalla, dapprima con dolcezza, poi con piu insistenza, alzando la voce finche divenne un urlo; finche realizzai che non si sarebbe svegliata mai piu.

Allora la sollevai afferrandola per entrambe le spalle e con delicatezza la rimisi a sedere per bene sulla sedia. Il crocifisso che le avevo restituito al funerale di Radu ora era appeso al suo collo e oscillo per un attimo nell’aria.

Le parole non possono descrivere l’orrore che vidi congelato su quel dolce volto sciupato, in quegli occhi grandi, sporgenti; era lo stesso terrore angoscioso che avevo visto nella testa tagliata di Jeffries. Eppure Masika non portava alcun segno visibile sulla sua persona.

Toccai la mano ormai fredda sul tavolo, l’afferrai, poi caddi in ginocchio accanto a lei e piansi, sentendo come se avessi di nuovo perduto una madre la cui tenera compagnia non avevo mai conosciuto.

Quando mi alzai, asciugandomi gli occhi, vidi sul tavolo il foglio piegato che era stato nella mano di Masika e vi lessi il mio nome, scritto in una calligrafia che non riconobbi. Incuriosito, presi la lettera e la spiegai per leggere:

Al fratello che non conoscero mai,

Scrivo questo per conto di nostro padre, Petru, che fu incapace di dirti la verita prima della sua morte. Egli diceva che la tua innocenza ha protetto la tua vita e quelle di tua sorella e di tua moglie; temeva di raccontarti tutto perche, diceva, Vlad ti era troppo vicino, e avrebbe compreso immediatamente che tu eri stato avvertito e si sarebbe vendicato. Io, pero, rischio, raccontandoti tutto in segreto, perche spero che la conoscenza ti risparmi la vita all’inferno dove si trova nostro padre.

Mia madre dice che Vlad ancora non ti ha parlato del Patto di Famiglia, ma il momento verra presto. Quando lo fara, ricorda: non credere a nulla di cio che dice, poiche lui mentira se gli sara di vantaggio. Ti dira che rispetta il Patto per un senso di onore, o di amore per la Famiglia, ma cio e falso. Quello che i contadini dicono e vero. Lui e uno strigoi, un mostro senz’anima, un assassino, e il Patto, per lui, non e altro che un gioco; lo rispettera finche per lui vi sara un vantaggio.

Tuo padre, per lungo tempo, ha creduto che Vlad possedesse del buono nel suo cuore ma, in verita, il Principe non conosce che il male. E come un vecchio lupo che ha commesso cosi tanti assassini da averne a noia, e deve trovare nuovi piaceri.

Distruggere l’innocenza e uno di essi. Ora gioca con te, come gioco con tuo padre quando era giovane, e con suo padre prima di lui. Questo svago e per lui sempre nuovo, poiche ne puo godere soltanto una volta in una generazione. Ti dira che ti ama, ma in realta desidera soltanto corromperti, piegarti come fece con papa.

Con tutto il mio cuore, ti prego: fuggi da lui. Scappa prima che distrugga la tua anima.

Ma fai attenzione e sii saggio, e sappi che il fallimento ti puo costare i tuoi cari. Papa cerco di fuggire e, come vendetta, gli furono presi tua madre e tuo fratello, Stefan. Ma io credo che ci sia ancora tempo per te, se sei astuto e cauto, e se capisci che Vlad non e degno di fiducia. Io credero, fino al giorno della mia morte e oltre, che l’amore puo vincere ogni sorta di male.

Ora devo finire in fretta, sebbene ci sia molto altro da dire, ma non posso restare nella casa di mia madre, per la sua sicurezza, quando il sole e tramontato. Devo andare.

Ti prego, fratello. Non essere tanto astuto da non poter pregare per te stesso.

Radu

Caddi nuovamente sul pavimento, sedendomi sulla fredda terra dura, lasciando che la lettera mi cadesse in grembo. Lo shock di entrambe le cose, la morte di Masika e il contenuto della lettera, mi diede la chiarezza di un pazzo; per la prima volta vidi come i pezzi si incastravano strettamente. Tutti quei teschi, l’insolenza di Laszlo, le storie dei contadini che V. era un mostro assetato di sangue (naturalmente, non esistevano cose come i Vampiri, ma non presi l’uso da parte di Radu della parola strigoi, in senso letterale, dato che cio avrebbe spiegato l’origine della leggenda), la furia di V. per il fatto che potessi interferire con i suoi ospiti, la sua insistenza nel non raccontare alle autorita…

Non poteva che esserci una sola conclusione. V. era un assassino, e mio padre suo complice, entrambi sofferenti di quella follia familiare che aveva cominciato a infettare anche me. Gridai al pensiero che anch’io ero destinato a sprofondare in quella pazzia, che le mie mani sarebbero state un giorno macchiate di sangue.

Siete un Impalatore? Uno degli uomini-lupo?

«No», bisbigliai. «No…».

Mi rimisi in piedi a fatica, ficcando la lettera nel mio panciotto, e mi arrampicai di nuovo sul calesse, ansioso di allontanarmi da quel villaggio misteriosamente deserto. Arrivai al castello dopo poco, sebbene fosse, in quel momento, passata la mezzanotte.

Nervoso, sudando nonostante il freddo della notte, mi diressi senza indugio alla porta dello studio di V., con la pistola nascosta sotto il panciotto. Bussai: V. chiese chi fosse come sua abitudine, e io risposi secondo il solito.

«Arkady!», esclamo giovialmente, dall’altra parte del pesante legno. «Nipote, vieni!».

Misi la mano sull’ottone lucidato della maniglia e girai.

Un lampo d’argento. Mio padre che abbassa il coltello, tagliando la mia tenera carne. E dietro di me, un trono…

Il dolore cancello l’immagine. Strinsi gli occhi finche se ne ando…

Li riaprii per vedere la familiare figura di V. nel suo studio: una vista che non sarebbe mai stata, che non avrebbe potuto mai sembrare esattamente la stessa. Come sempre, c’era un fuoco acceso nel camino, e la stanza sapeva di rinchiuso ed era spiacevolmente calda. Mi passai una mano sulla fronte e la tolsi che era bagnata, poi chiusi la porta dietro di me.

V. sedeva sulla sua sedia, con le mani sui braccioli, ma questa volta non mi saluto; di fatto, non sembro nemmeno alzare lo sguardo, ma tenne la sua attenzione fissa sul fuoco scoppiettante. Accanto al suo gomito, sul tavolino, c’era ancora la caraffa scintillante di slivovitz. Con riluttanza spostai lo sguardo da essa a V., che fissava dritto davanti a se nelle fiamme scoppiettanti, con espressione immobile e illeggibile come pietra.

Era ancora giovane come l’ultima volta che l’avevo visto: un uomo di cinquant’anni, invece che ottanta. Eppure non potevo permettermi di reagire, di essere turbato o spaventato da questo chiaro segno della mia stessa incipiente pazzia; il problema in questione era molto piu urgente.

«Zio», dissi tranquillamente. La questione richiedeva un tono stridulo, agitato ma il silenzio imperante nella stanza mi riempi di una improvvisa riluttanza a romperlo. «Mi dispiace di disturbarti ma c’e una questione della massima urgenza che devo discutere».

V. non diede segno di aver udito; i suoi occhi non si mossero mai dall’oggetto della sua attenzione. Questo comportamento era talmente strano da parte sua da essere snervante, ma io mi costrinsi a continuare:

«Ha a che fare con la terribile scoperta che ho fatto nella foresta».

Parlo, fissando ancora nelle fiamme. La sua voce era bassa e mite ma aveva un’affabilita sinistra, di quel tipo che si sente nel profondo e mortale ringhio di un cane proprio prima che attacchi.

«Tu mi tradiresti».

«Cosa?», bisbigliai.

Il mio battito aumento a cio che presi per un’ammissione di colpa.

Si giro bruscamente nella sedia, come un serpente, per fronteggiarmi con gli occhi infiammati dai riflessi della luce del fuoco; l’espressione pietrificata si era ora trasformata in rabbia assassina.

«Tu mi tradiresti! Dove sono le lettere?».

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