se il momento del parto sara su una carrozza o su un treno; mio figlio non nascera in questa casa maledetta, non verra a sapere che inferno il suo povero padre ha sopportato a causa dell’amore per quel mostro.

Le leggende sono tutte vere. L’ho saputo nel mio cuore nell’istante in cui Vlad ha premuto le labbra sulla mia mano; l’ho saputo, sebbene l’istruzione e la ragione non mi permettessero, fino ad oggi, di crederlo pienamente.

Ma qui quelle cose non hanno potere. In questo posto dannato e magico, domina soltanto il Male. Io lo combattero con tutto cio che conosco essere il Bene piu alto: l’amore tra me e mio marito, e il nostro amore per nostro figlio.

Lui non li avra.

Ma Zsuzsanna l’abbiamo persa.

Oh, se soltanto potessi dimenticare il modo in cui guardava il mio ventre al pomana…

Non riesco a scrivere altro; il dolore e troppo grande. Provero a cercare la pace nel racconto ordinato degli eventi del giorno.

Nonostante il laudano, questa mattina mi sono svegliata presto, incapace di dormire a lungo a causa del terrore della notte scorsa, sebbene continuassi a sperare debolmente che forse era stato soltanto un incubo realistico.

Arkady stava ancora dormendo profondamente, con la pistola accanto a se sul comodino: il primo infelice segno che la notte passata non era stata un sogno. Mi sono alzata, sono andata alla finestra, e ho scostato la tenda per vedere la luce del sole che si rifletteva sul vetro incrinato e scheggiato.

E un cattivo presagio. Cerco di convincermi del contrario, ma non posso piu negare quello che so.

A quella vista, ho provato un dolore improvviso al ventre non cosi acuto come immagino siano le doglie, ma piu simile a una fitta. L’ho imputato all’indigestione e alla preoccupazione, e mi sono premuta il fianco finche non e passato. Cosa che e avvenuta con rapidita, quindi ho chiuso le tende e mi sono vestita, lasciando Arkady a dormire.

Mentre mi avviavo verso le scale, mi sono fermata alla porta aperta della stanza da letto accanto e poi sono entrata per restare a guardare la culla che vi si trovava. Qualche giorno fa, Dunya l’ha tirata fuori per pulirla. E di ciliegio robusto e lucido, un bell’oggetto; Arkady e suo padre — e chissa quante generazioni di piccoli Tsepesh — vi hanno giaciuto.

La vista della piccola culla, con i bordi bruniti fino a diventare leggermente lucidi per il tocco di tante mani materne, mi ha fatto venire le lacrime. Ero amaramente delusa perche ho capito (in quel momento, ma ora non rimarro) che probabilmente non avrei potuto piu viaggiare e che il bambino sarebbe nato qui nella casa. Ogni giorno i movimenti diventano piu difficili. Il bambino e sceso piu in basso e, con l’istinto di una madre, so che la gravidanza sta quasi per finire.

Con tristezza ho sceso, con passo ondeggiante, le scale per fare colazione. Ero affamata e ho mangiato tutto cio che il cuoco mi ha messo davanti, ma il cibo mi ha provocato un’ulteriore indigestione. Gentilmente il cuoco mi ha preparato una tisana di menta e io l’ho bevuta nel piccolo giardino, assolato e caldo. Ho chiesto di Dunya, pensando di darle le istruzioni per lavare le lenzuola e le coperte per la piccola culla, ma nessuno degli altri domestici l’aveva ancora vista.

Sentendo il caldo del sole e la fresca brezza sul mio viso, ascoltando il canto degli uccelli, mi sono sentita abbastanza in forze per farmi un silenzioso rimprovero, per il bene del bambino. Sapevo che il bambino sentiva l’ansia della madre: non sarebbe stato un bene ne per lui, ne per me, avvicinarsi al momento della nascita con una mente tormentata da visioni di lupi e Vampiri.

E cosi ho fatto un patto con me stessa per bandire i pensieri oscuri. Da quel momento in poi, mi sono decisa ad essere allegra, a trascorrere le mie giornate senza pensare a Zsuzsanna e a Vlad — cosa di cui avrei incaricato Dunya — ma all’arrivo del bambino. Tutto questo parlare di strigoi doveva essere una sciocchezza e tutte le strane cose che avevo visto, erano la conseguenza della gravidanza, del lutto, e della preoccupazione riguardo a mio marito. Il lupo che mi aveva attaccato alla finestra era, senza dubbio, malato di rabbia, e i suoi occhi verdi erano il prodotto della mia immaginazione, dolorosamente turbata dal conoscere la storia d’amore proibita di Vlad e Zsuzsanna.

Semplicemente, non potevo permettermi piu di credere alle sciocche storie di Dunya. Per il bene di mio figlio.

E, se non fossimo potuti andare a Vienna, pazienza; avrei trovato un modo per essere felice e a mio agio qui, almeno finche il bambino fosse stato abbastanza grande per viaggiare. Non c’era ragione di spingere Arkady ad avere uno spiacevole litigio con Vlad.

Quando ebbi deciso, mi sentii molto sollevata. Ritornai al piano di sopra, pensando di svegliare Arkady e di scusarmi per il mio precedente attacco di nervi e di rassicurarlo che, se Vlad trovava disdicevole che noi partissimo in quel momento, non ci saremmo irritati, ma invece ci saremmo concentrati sulla gioia che stava per sopraggiungere. Ci meritavamo un po’ di felicita.

Ma Arkady se ne era gia andato, si sarebbe detto in fretta, perche aveva lasciato aperto il suo stipo e il diario era aperto, come se l’avesse abbandonato in fretta, accanto al cuscino.

Lo chiusi con cura, lo misi sul suo comodino, e tappai la bottiglia di inchiostro che vi trovai. Sarei scesa di nuovo in cucina in cerca di lui ma il pensiero di affrontare ancora le scale mi trattenne. Invece, mi diressi verso l’ala est e la camera da letto di Zsuzsanna, richiamando alla mente il piacevole pensiero che avrei potuto passare il giorno con Dunya e la zia di mio figlio sistemando i vestiti e la biancheria di famiglia per il bambino e preparando la sua stanza. Ricordai che Zsuzsanna aveva sorriso tanto radiosamente, parlando di quanto sarebbe stato bello sentire ancora in questa casa le risa di bambini.

Si era fatto piuttosto tardi, quasi mezzogiorno, ma la sua porta era ancora chiusa. Bussai: non venne alcuna risposta. Chiamai: non udendo ancora risposta, aprii con circospezione la porta solo un po’ e sbirciai dentro.

La luce del sole entrava attraverso la finestra aperta, con le imposte aperte. I miei occhi videro, dapprima, il lontano sedile della finestra, poi notai che Dunya aveva gia tolto i fiori d’aglio.

E quindi mi si gelo il cuore quando udii il suono di un leggero russare e compresi che entrambe le donne erano ancora addormentate. Entrai e, quando lo sguardo mi cadde su Zsuzsanna, alzai una mano alla bocca e gridai forte:

«Mio Dio!».

Aveva scritto mentre giaceva nel letto, ma la debolezza le aveva fatto cadere la penna e rovesciare la bottiglia d’inchiostro; il nero liquido indelebile ora macchiava la coperta e le lenzuola. Il suo piccolo diario non era rivoltato, i fogli erano aperti come un ventaglio.

Ma non erano le grandi macchie nere sul letto che mi avevano fatto gridare. Zsuzsanna era piu pallida delle lenzuola, piu pallida del cuscino sul quale giaceva la sua testa. Ansimo, il petto le si sollevo mentre lottava per respirare, e il suo bianco viso contorto era segnato da lievi rughe grige che sembravano il risultato del pennello di un acquarellista. Le labbra aperte rivelavano delle gengive senza colore che si erano talmente ritirate da far apparire i denti diabolicamente lunghi.

«Zsuzsanna», dissi infine, e corsi al suo fianco.

Le presi la mano; era gelata e senza vita come quella di un morto.

Era completamente sveglia. I suoi occhi scuri, cerchiati di un’ombra viola e spalancati con infantile innocenza, mi fissavano con una lucidita spaventosamente intensa; lotto per inalare aria sufficiente per parlare, ma non ci riusci.

«Non ti muovere», bisbigliai. «Non parlare…».

Spostai il diario e l’inchiostro sul comodino, notando, cosi facendo, il crocifisso che vi si trovava, con la catenina rotta e arrotolata, come se lei (o qualcun altro) l’avesse strappata dal collo con impazienza. Mi sistemai accanto a lei, evitando la grande macchia umida sulla coperta, e con delicatezza le accarezzai i capelli all’indietro sulla fronte.

Il mondo sicuro, felice, che avevo cercato di creare per me stessa quella mattina, mi crollo completamente intorno. Sapevo che Vlad era tornato la notte precedente per far visita a Zsuzsanna… e per minacciarmi.

Lo uccidero prima di permettergli di fare del male a mio marito o a mio figlio.

Andai verso Dunya, che giaceva sul pavimento sotto una coperta, la presi per le spalle e la scossi. Il suo torpore era maggiore di quello che il laudano abbia mai provocato; mentre la testa di Dunya ciondolava sonnolenta

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