Arrivai a scoprire che la porta che conduceva al salotto di V. era aperta e il focolare e le candele spenti. Entrai, distolsi lo sguardo dal camino, e vidi una striscia di luce che indorava la porta leggermente socchiusa che conduceva alle camere privato dello zio.
Quella striscia di luce mi attirava come un magnete. Poggiai la lampada sul tavolino e attraversai il salotto fermandomi davanti a quella porta.
La realta vacillo. Sapevo che io, un adulto, sposato e presto padre, stavo allungando la mano per afferrare la maniglia. Nello stesso tempo ero Arkady, il bambino di vent’anni prima che si stringeva pieno di paura a suo padre, mentre Petru afferrava la maniglia.
La mano dell’Arkady adulto giro la maniglia e spinse; la mano fantasma di mio padre fece lo stesso.
E, al rumore dei cardini che cigolavano, la porta della memoria si apri per introdurmi nel mio passato. L’Arkady cresciuto svani, lasciando solo me bambino e mio padre nella realta, a lungo cancellata di venti anni prima, nei cupi giorni successivi alla morte di Stefan.
Nel secondo che ci volle perche la porta si aprisse, cigolando, ricordai:
Varcavo la soglia con mio padre, la sua mano stretta nella mia, e la sua voce era bassa e calma mentre diceva: «Non ti verra fatto alcun male, Kasha. Soltanto abbi fiducia in me e nello zio…».
La luce di cento candele luccico nei suoi occhi pieni di lacrime.
Passammo attraverso la stretta entrata, poi uscimmo in una grande sala. Il lato dove mi trovavo, a sinistra, era nascosto alla vista da una tenda di velluto nero che scendeva dal soffitto al pavimento, abbastanza grande per nascondere un piccolo palco.
Di fronte a noi, sul muro in fondo, c’era ancora un’altra porta chiusa che conduceva a un’altra camera segreta.
Alla nostra destra, dall’altra parte di quel misterioso teatro, c’era una piattaforma di legno scuro, lucido, con tre gradini che conducevano a un trono. La base della piattaforma aveva un intarsio d’oro, che recitava la frase JUSTUS ET PIUS.
Giusto e fedele.
Oltre il trono c’erano degli alti candelabri, carichi di candele accese, e sul trono era seduto lo zio, che stringeva i braccioli nella sua usuale posizione regale.
Emanava una tale fiduciosa potenza, una tale forza virile, che io lo guardai con la stessa paura e ammirazione che avrei avuto per un bel leone: terrorizzato per la sua collera, senza fiato per la sua magnificenza. I suoi abiti erano scarlatti, e sulla sua testa era posato un antico diadema d’oro tempestato di rubini. Dietro di lui, era appeso sul muro un fatiscente scudo di guerriero di eta incalcolabile; riuscii appena a distinguere su di esso il drago alato che stava scomparendo, e capii che era lo scudo rappresentato nel ritratto dell’Impalatore.
Alla destra di V. c’era un calice d’oro, con un grande e unico rubino, che era posato in uno speciale incavo nel bracciolo del trono in modo tale che il contenuto non si versasse.
Ma i gioielli che brillavano piu degli altri erano i suoi occhi che, risaltando contro il biancore della sua pelle e l’argento dei capelli che cadevano sulle sue spalle, mi trapassavano con la loro spietata lucentezza smeraldina, con la loro spaventosa intelligenza. La sua bellezza era simile a quella di Zsuzsanna quando si era alzata dalla tomba: come il sole, troppo radiosa da sopportare.
Tanto stupefatti da restare in reverente silenzio, ci avvicinammo al Principe sul trono. Infine mio padre si genuflesse, poi si inginocchio per mettermi le braccia intorno alle spalle e disse, con un tono indicibile di dolorosa rassegnazione:
«Ecco il ragazzo».
«Tu sei triste, Petru», disse il Principe meditabondo, con una voce profonda e bella; io rimasi senza fiato per la sorpresa, poiche era sembrato troppo irreale, troppo bello, troppo un’opera d’arte per parlare. «Ma non ce n’e motivo. Io amo il ragazzo e lo trattero bene».
«Come hai trattato me?».
Era un rimprovero, ma il Principe rimase distante, impassibile.
«Nessun male accadra a coloro che amera, a meno che non mi tradisca. Tutto cio gli sarebbe stato risparmiato; suo fratello Stefan sarebbe stato scelto poiche era il maggiore, e Arkady avrebbe vissuto una vita libera da questo incarico, ma sono state le tue azioni che lo hanno condotto qui. Tu solo sei il responsabile per il dolore che ha visitato la tua famiglia, Petru. Io sono severo, ma giusto. Rimani fedele a me, ed io rimarro fedele a te. E tutto cio che chiedo».
Sollevo un oggetto. T’argento lampeggio mentre faceva scorrere il coltello sul suo stesso polso e lo teneva sopra il calice d’oro sul bracciolo del trono. Sanguino poco, solo alcune gocce che uscirono soltanto perche incoraggiate, e poi tese il pugnale verso mio padre.
«E ora», disse.
Mio padre esito, poi cammino fino al trono e con riluttanza prese il coltello dal Principe. Lo tenne in alto per un momento ed io vidi ancora il luccichio della luce delle candele riflettersi sul metallo affilato.
«Non posso», grido mio padre, angosciato; la voce gli tremo.
«Devi», rispose il Principe, con una voce severa e inflessibile ma io udii la strana corrente di tenerezza nascosta. «Devi. Io non oso farlo da solo. E tuo figlio; sarai gentile».
Le dita di mio padre si strinsero sul pugnale. Lo abbasso lentamente, poi con l’altra mano prese il calice offerto dal Principe.
Lo guardai che ritornava al mio fianco, provando nient’altro che una curiosita infantile. Avevo fiducia in mio padre, anche quando sollevo il calice alle mie labbra e mi costrinse a berne un piccolo sorso. Soffocando, sentii il sapore del sale, del metallo e della putrefazione, ma l’effetto di quel piccolo assaggio fu oltremodo inebriante. Divenni instabile sulle gambe, poiche riscaldava come il vino ed era anche piacevole. Provai un’improvvisa esplosione d’amore e gratitudine, forte e inesplicabile, per lo zio, mentre mi mettevo seduto; mio padre si inginocchio accanto a me. Quando poso il calice per prendermi il braccio e voltarne l’interno verso di lui mentre sollevava il pugnale, non sentii alcun timore, soltanto una lieve apprensione per il fatto che il taglio potesse, per un po’, farmi male.
Certamente non temetti per la mia vita quando porto il bordo tagliente della lama del pugnale contro la tenera parte interna del polso e intacco una vena, mormorando:
«Mi dispiace. Un giorno capirai… e per il bene di tutti… Per il bene della famiglia, del villaggio, del paese…».
Il dolore mi risveglio dal mio piacevole torpore. Gridai per l’indignazione e continuai cosi mentre lui teneva la mia piccola ferita che sanguinava copiosamente sopra il calice, e la spremeva.
Lottai debolmente, ma papa mi tenne fermo il braccio finche il fondo della coppa d’oro fu ricoperto con il mio giovane sangue scuro. Poi tiro fuori dalla tasca un fazzoletto pulito e lo avvolse stretto sul taglio, stringendolo per un po’ per arrestare il flusso.
Infine si alzo, diede la coppa allo zio e ritorno da me. Io rimasi, leggermente stordito, con la testa sulle sue gambe, mentre lui mi accarezzava i capelli, sussurrandomi piano delle scuse e delle parole di conforto, mentre lo zio teneva il calice nelle mani a coppa e abbassava il viso sopra di esso, con gli occhi chiusi per pura beatitudine, annusando il suo odore come un esperto che inala la fragranza del migliore cognac vecchio di secoli.
Poi apri gli occhi, lucenti per il desiderio, e disse:
«Arkady. Cosi io ti lego a me. Puoi lasciare la tua casa… per un po’, ma questo assicurera il tuo ritorno a me, al momento giusto, e, al momento giusto, tu sarai restituito a te stesso e tutto ti sara svelato. Questo io giuro: a te e ai tuoi non sara mai fatto del male e saranno sostenuti con generosita, purche tu mi sostenga e mi obbedisca. Il tuo sangue per il mio. Questi sono i termini del Patto».
Affascinato, guardai con la testa sulle gambe di papa la luce delle candele che si rifletteva sull’oro mentre V. capovolgeva la coppa e beveva.
Gridai e mi afferrai la testa mentre artigli di ferro affondavano nel mio cervello.
All’improvviso ritornai in me, all’Arkady adulto del presente. L’intera memoria mi era ritornata, in pieno e