sul pavimento.
Mary sembro leggere nei miei pensieri. Prese la caraffa, tolse il bicchiere che era poggiato capovolto sul tappo e vi verso un po’ del contenuto.
«Sapevo che saresti stato terribilmente assetato», disse, con un tono carezzevole, persuasivo. «Ti ho portato del the con un po’ di brandy alla prugna dentro; e ancora caldo, per mandare via il freddo della sera».
La fragranza floreale, forte, del the e dello slivovitz era celestiale, tentatrice, come gli alti toni della melodia del liquido che riempiva il bicchiere. Mi resi conto, allora, di quanto la mia gola arsa mi dolesse, di come la lingua secca aderisse con dolore all’interno rasposo delle mie guance. Presi il bicchiere dalla mano di mia moglie e bevvi con avidita, scolandolo in tre sorsi, senza curarmi del the che mi colava per il mento.
«Ancora?», chiese, e riempi di nuovo il bicchiere prima che potessi rispondere. Cominciai a bere di nuovo, avidamente… poi, esitai dopo il secondo sorso, messo in allerta dall’istinto. Allontanai il bicchiere, lo fissai, poi fissai Mary.
La mia moglie connivente. Il mio amoroso Giuda.
Inghiottii e feci aderire la lingua contro il palato della mia bocca chiusa, assaporando criticamente: si, c’era il gusto di fiori e terra del the e il pizzico del brandy… ma c’era anche un altro componente, debole ma, nello stesso tempo, familiare.
Il gusto amaro dell’oppio.
Avrei dovuto arrabbiarmi, gridare contro di lei, e rimproverarla; scagliare il bicchiere contro il muro di marmo e vederlo frantumarsi in mille pezzi, ma il ricordo dell’amore per la mia antica famiglia e per la mia famiglia che ancora doveva nascere, fermo la mia mano. Posai il bicchiere e dissi, con tristezza:
«Tu mi hai tradito».
Una lama di sole rosso, morente, brillava alle sue spalle, lasciando in ombra i suoi lineamenti ma, anche nell’oscurita, vidi la determinazione nella fermezza delle spalle, nel mento alzato.
«Per amore», disse. «Per salvare te e il bambino. Arkady, vieni con me».
«Non posso», risposi, e lo dissi con un singhiozzo. «Non capisci?».
Mentre parlavo, si alzo in piedi, poi guardo in basso verso di me. La sua voce era estremamente stanca, estremamente decisa.
«Si. Si, capisco. Lui ti controlla… ma non lo fara ancora a lungo».
E se ne ando senza un’altra parola, uscendo nella debole luce del sole con l’espressione ferma di qualcuno che e risoluto a vincere. Sapevo che avrebbe soltanto atteso quel poco tempo necessario al laudano per fare il suo effetto, e poi sarebbe ritornata.
Ma l’istante era passato, e allora diedi sfogo a una furia irragionevole.
Come osava essere tanto impudente circa il suo piano? Poiche sapevo che lei intendeva farmi cadere preda del laudano nel mio stato di debolezza, e poi con l’aiuto di complici mi avrebbe portato via. E cosa avrebbero fatto alla povera Zsuzsa, una volta che fossi stato opportunamente tolto di mezzo?
Mi alzai in piedi, afferrai la caraffa e il bicchiere, e lo scagliai alla cieca, poi mi voltai, dando le spalle alla tintinnante pioggia di schegge per cadere in ginocchio, chinandomi in avanti finche la mia fronte non si fermo contro il freddo marmo. Rimasi cosi, in uno stato di estrema disperazione e confusione, allo stesso tempo innamorato di mia moglie e pieno di irragionevole rabbia verso di lei.
Mentre stavo li, rannicchiato, il sole tramonto, e le ombre si allungarono, poi si scolorirono completamente nel buio. Ben presto l’oppio comincio ad abbassare il suo grigio velo sulle mie facolta e il sonno a minacciarmi. Lottai contro di esso, cercai di concentrare la mia attenzione vagante sui rumori all’esterno della tomba, in ascolto degli intrusi che, presto, sarebbero certamente venuti. Ma caddi in un altro stato a meta tra la veglia e il sonno, con il viso ancora premuto contro il pavimento, le mani sugli occhi chiusi. Sentii ancora gli artigli penetrare nel mio cervello ma, questa volta, mi arresi serenamente e non lottai.
L’oscurita intorno a me riempiva tutto di una brillantezza soprannaturale e allora abbassai le mani per vedere gli occhi verdi dello zio, accesi di un’interna incandescenza. Ma il bordo scuro della sua forma restava invisibile: soltanto gli occhi apparivano, sebbene lo udissi parlare con chiarezza.
«
La sua voce era musicale, rasserenante, piacevole a sentirsi, e presto mi calmai. Ma, nonostante la sua insistenza, caddi dopo qualche minuto in un profondo sonno. Per quanto tempo abbia dormito non lo so, ma fui svegliato un po’ di tempo dopo, quando il corridoio si accese con il lontano e giallo chiarore di una lanterna e dei passi riecheggiarono all’entrata della tomba, seguiti dal ringhiare di un lupo e dalle grida d’orrore di un uomo.
Vacillando mi rimisi in piedi e annaspai nell’ombra in cerca del revolver: lo trovai sul pavimento freddo, poi corsi in direzione del trambusto.
Appena dentro l’entrata aperta dell’anticamera, c’era, da un lato, la lanterna, il cui olio si era versato in una pozza sul marmo e aveva preso fuoco. Guardai alla luce di quella piccola fiamma mentre un grosso lupo grigio spingeva il muso tra braccia che si muovevano convulse, poi affondava i denti nella gola di un uomo, e lo scuoteva come un terrier potrebbe fare con un topo.
Sollevai la pistola, pronto a fare fuoco, ma il movimento rapido, insieme alla mia estrema stanchezza e agli effetti del laudano, mi impediva di distinguere tra la vittima e l’aggressore. Gridai per la frustrazione, incapace di mirare, timoroso di fare fuoco, per paura di uccidere, per sbaglio, l’uomo.
La vittima emise un suono gutturale, soffocato; le braccia gli caddero all’indietro senza vita contro il marmo mentre il lupo si chinava ancora, affondando piu in profondita i denti nella carne, nel muscolo e nelle ossa prima di dare un’altra e piu poderosa scossa, alzando poi la sua vittima a piu di trenta centimetri da terra.
Il lupo lascio la presa, soddisfatto di aver fatto il suo lavoro, e osservo il suo operato. L’uomo cadde all’indietro, il cranio colpi il marmo con un brutto rumore, e per l’impatto delle grosse gocce di sangue si sparsero sulle mura bianche e sul pavimento.
Mi manco il respiro quando riconobbi il vecchio giardiniere, Ion. I suoi baffi bianchi erano bagnati di sangue, gli occhi scuri spalancati dal terrore, la bocca aperta lasciava uscire delle bolle della stessa schiuma rossa che fuoriusciva dalla trachea aperta.
Con occhi dorati, chiari e mortali, l’animale mi guardava emettendo un basso ringhio.
Alzai il revolver per sparare. Con mia sorpresa, l’animale si volto e, invece di attaccare, salto fuori dalla tomba in direzione del buio della notte. Non lo seguii ma, al contrario, mi inginocchiai accanto al povero Ion, che era gia morto. Soltanto allora notai sul pavimento accanto a lui una sacca di stoffa, macchiata di sangue.
L’aprii e all’interno vi trovai il martello, la sega, il palo e l’aglio. La vista mi riempi di un odio selvaggio e cieco; non riuscivo a perdonare Ion per quell’azione. Spinto da un irrefrenabile impulso, portai la sacca e il suo contenuto nel luogo sul pavimento dove l’olio si era versato e lo diedi alle fiamme, lentamente, avendo cura che tutto si consumasse il piu possibile. La sega di metallo rimase intatta e il manico del martello si anneri solo leggermente ma l’aglio sali al cielo come l’incenso piu pungente, con un fumo copioso, che irritava gli occhi. Provai piacere nel vedere il palo carbonizzato e rotto in piccoli pezzi.
Intanto, tutto l’olio si era consumato e il fuoco si era spento, lasciandomi in una nebbiosa oscurita. Feci scivolare il revolver nella cintura e mi alzai, stordito dal fumo e dall’oppio e ritornai, inciampando, verso la camera interna.
Mentre entravo nello stretto corridoio, intravidi all’estremita opposta un momentaneo bagliore bianco ed esitai, dapprima timoroso, ma, prima di scomparire, il lampo era stato gentilmente radioso, come il debole chiarore di una candela. Non era un lupo, ma una persona che portava una lampada che si spegneva… Mary, decisi, che era ritornata, e in qualche modo era scivolata nella camera interna senza che me ne accorgessi.
La chiamai per nome.
E udii riecheggiare all’interno della seconda camera, un debole sospiro, quasi un lamento, un suono che era, nello stesso tempo, umano, femminile, eppure stranamente funereo. E con quel suono… non capisco come o perche, ma con quel suono…
Tutta la confusione, tutti i dubbi scomparvero. C’era ancora la paura, si, piu profonda e forte quanto mai prima, e il dolore. Posso soltanto paragonare la mia esperienza mentale a quella di un uomo che, ignorante del fatto che e stato cieco per decenni, all’improvviso ritrova la vista. I freni del controllo caddero, gli artigli invisibili che mi stringevano il cranio scomparvero. Per la prima volta dalla mia infanzia, la mia mente fu veramente mia.
