completa, nella frazione di secondo necessaria ad aprire la porta e spalancarla.

Adesso attraversai da solo la soglia.

Passai attraverso la piccola entrata nella grande stanza.

Li, alla destra, c’era il trono del Principe, ora vuoto, sebbene uno dei candelabri a fianco, alto come me, fosse stato acceso.

Li, c’era anche l’antico scudo, sebbene mancasse il calice che, un tempo, aveva contenuto il mio sangue. Al centro del muro piu lontano c’era la porta che conduceva a misteri ancora piu profondi e, alla sinistra…

A sinistra, il velo di nero velluto era stato tirato da una parte per rivelare cio che un tempo era stato nascosto.

Inchiodata al muro, c’era una serie di nere manette di ferro; appoggiati, nei pressi, c’erano quattro pali oliati e luccicanti, due volte l’altezza di un uomo e consumati da un lato per avere delle punte arrotondate; una ruota di tortura e, dondolanti dal soffitto, le grosse catene di metallo di una “strappata”, usate per sollevare le vittime in aria per mezzo delle braccia. Sotto le manette e la “strappata” erano strategicamente poste delle vasche di legno, con gli interni puliti ma macchiati di un indelebile colore rossiccio, a causa di innumerevoli anni di uso.

Da un lato di questa camera degli orrori si trovava una cassa intagliata che conteneva un assortimento di mannaie e coltelli e, accanto ad essa, stava un robusto tavolo, alto fino alla vita, della lunghezza e della forma di una bara.

Su questo tavolo era steso Herr Mueller, nudo e bocconi, la carne nuda della schiena del bianco scioccante di una statua d’alabastro. Solo la parte superiore del corpo era appoggiata sul tavolo; le gambe penzolavano verso il pavimento, piegate leggermente alle ginocchia a causa della loro lunghezza, in modo che il suo corpo formasse una “L” con le due parti della stessa lunghezza, anche se non del tutto diritte. Sopra la sua intricata criniera di capelli ricci, del colore della sabbia, le braccia erano tese come quelle di un tuffatore e, dapprima, pensai che afferrasse il bordo del tavolo.

Ma no, le mani erano estremamente rilassate. Pensai immediatamente alla piccola bambola di pezza e porcellana, scivolata in avanti sul suo letto nuziale.

Era senza energia e senza vita come lei; morto. Completamente morto.

Ma si muoveva.

Si muoveva, il tronco senza vita scosso avanti e indietro, i ricci castano dorati, qua e la che sobbalzavano, la testa che pendeva leggermente, le braccia senza vita che scivolavano su e giu contro il tavolo, le dita prive della capacita di sentire, che lucidavano il legno opaco, senza vigore, orribilmente, allo sbattere ritmico della carne di un altro contro la sua.

Alzai lo sguardo e vidi Laszlo, con gli occhi chiusi, le labbra aperte in un’estasi di sogno, che afferrava il cadavere alle anche mentre stava dietro al bordo del tavolo. I suoi pantaloni erano aperti, tirati giu fino alle cosce e l’orlo della lunga camicia da contadino strusciava sopra il dorso del morto mentre lui spingeva.

Guardai nuovamente il corpo e seppi che il viso nascosto a me era gelato nello stesso ghigno di orrenda angoscia di Jeffries.

Non pensai, non riflettei, non indietreggiai. Alzai la pistola di mio padre, mirai precisamente al centro del cranio dell’uomo e aprii la bocca per gridare:

«Fermo! In nome di Dio, fermo, o faro fuoco».

Rapidamente, cosi rapidamente che non ebbi il tempo di pronunciare parola, Laszlo si libero dal cadavere, tiro fuori una mannaia dalla cassa e me la scaglio contro.

Il manico della mannaia mi fece cadere di mano il revolver che scivolo nell’ombra mentre Laszlo si gettava in avanti sopra il tavolo.

Anche alla luce tremolante delle candele, potei vedere che il suo volto si era trasformato. Non era piu l’ottuso e avido cocchiere ma una furia dagli occhi feroci. Si scaglio come il lupo che mi aveva attaccato nella foresta il giorno che avevo scoperto le tombe nascoste. Alzai le braccia per difendermi, quasi credendo che non mi avrebbe fatto del male che, come il lupo, fosse li semplicemente per minacciare, per scoraggiare, per mettere alla prova.

Barcollammo all’indietro come ballerini ostinati, con la sua mano destra che stringeva il mio polso sinistro e la mia mano sinistra che afferrava il polso della mano che voleva afferrarmi la gola. Eravamo vicini come due amanti, tanto che potevo sentire il suo odore: un sudore acido, mescolato al lieve odore di feci e decomposizione.

In questo modo procedemmo, con le braccia che tremavano forte nella stretta mortale, con la sua forza da pazzo che mi obbligava a indietreggiare, ad allontanarmi dal luogo macabro dove Mueller e Jeffries avevano incontrato la morte, finche le pietre sotto i miei piedi divennero ineguali, persi l’equilibrio e caddi.

Caddi con la schiena sul freddo pavimento di marmo, espirando dai polmoni. Lottai per rialzarmi subito, cercando la gola del mio aggressore e tentando invano di afferrarla, ma la mia spalla destra era bloccata saldamente, evocando l’immagine del lupo nella foresta, con le zampe sulle spalle, che mi teneva giu ma che resisteva alla tentazione di uccidere.

Ma quel lupo umano non aveva una tale ritrosia. Il mio tentativo di alzarmi non distolse la mia forza che per un secondo, ma fu sufficiente. Con il volto contorto nel dolore dello sforzo e i denti scoperti, ruppe la mia presa e mi afferro alla gola.

Gridai — un grido breve, indignato — e gli afferrai i polsi, lottando per l’aria che non arrivava. Temevo che la mia battaglia fosse finita, che anch’io avrei dovuto sottostare all’offesa dopo la morte che Jeffries e Herr Mueller avevano conosciuto.

Ma il mio grido fu seguito dopo due secondi — non di piu — da un’improvvisa, riecheggiante esplosione alla mia destra. Nella mia confusione, pensai che il revolver avesse sparato da solo ma, quando il mio sguardo rapidamente si mosse nella direzione del rumore, vidi che la porta della camera interna, da cui distavamo ora alcuni metri, era stata spalancata con forza.

V. era sulla soglia, avvampando, non di gloria ma per l’ira. Le sue scure sopracciglia erano aggrottate e i lineamenti contorti per una rabbia terribile a vedersi. Nello stesso tempo era anche bello, nella maniera implacabile, accecante, del sole, di un angolo vendicatore. I suoi capelli erano completamente neri, tranne che per alcune strisce rossicce, e la sua pelle irraggiava il colorito dell’eterna giovinezza virile. Pensai che stavo guardando un me stesso perfezionato, redento. I nostri sguardi si intrecciarono, e la furia nei suoi occhi si mescolo con un indicibile stupore.

«Che impudente magia e questa?», bisbiglio con passione. «Troppo presto… ti sei liberato troppo presto! Pensi di rovinare i miei piani?».

Lo fissai con vuota incomprensione. Socchiuse gli occhi e sembro giudicare sincera la mia reazione. Mentre guardavo, si avvicino con impossibile rapidita o, piuttosto, si mostro semplicemente piu grande nel mio campo visivo. Senza che sembrasse muoversi affatto, fu improvvisamente accanto a noi.

Alla sua vista, il mio aggressore indietreggio e si inginocchio come un penitente mentre io cadevo all’indietro, ansimando, sul pavimento. Tastai il collo che pulsava e, infine, riuscii a sedermi mentre Laszlo piangeva:

«Non ti arrabbiare, domnia ta! Ha cercato di uccidermi…».

V. parlo ancora e la sua voce, sebbene bassa, risuono nella stanza silenziosa come un tuono, come il vento e dei cembali che suonassero, come la voce di Dio.

«Allora avresti dovuto permetterglielo».

Il Principe apri il pollice e l’indice formando una v e afferro con forza la parte molle del collo di Laszlo. Con un braccio muscoloso sollevo il cocchiere che tremava… in alto, ancora piu in alto, finche i piedi di Laszlo penzolarono ad alcuni centimetri da terra e la sua faccia viola e senza fiato si trovo a circa trenta centimetri da quella di Vlad.

«La morte e tutto cio che meriti!», sibilo V., con gli occhi che gli scintillavano come lucenti stelle verdi. «Quando sei venuto da me, la prima volta, non ti ho fatto giurare sopra ogni altra cosa che non gli avresti mai fatto del male? Che non avresti mai gettato nemmeno uno sguardo sconveniente alla mia famiglia e, meno che mai, a lui? Non l’ho fatto? Non l’ho fatto?

Ti ho lasciato fare tutto cio che desideravi e tu mi hai disobbedito! Questo non te lo perdonero mai!».

Scosse l’uomo che stava soffocando come una marionetta; Laszlo scalciava nell’aria, lottando invano per respirare, per protestare, quando V. chiuse la mano intorno alla sua gola.

Вы читаете Il patto con il Vampiro
Добавить отзыв
ВСЕ ОТЗЫВЫ О КНИГЕ В ИЗБРАННОЕ

0

Вы можете отметить интересные вам фрагменты текста, которые будут доступны по уникальной ссылке в адресной строке браузера.

Отметить Добавить цитату