poiche la radiosita di mamma e pura bonta. Ma, poi, mi e diventato difficile guardare a lungo dentro di essi, poiche mi guardano e non mi vedono, come se stessero guardando oltre me, l’Infinito.

«Figlio mio, stai bene?».

Parlo nel natio inglese, poiche negli ultimi mesi sembra avere difficolta a ricordare l’olandese.

Le presi la mano fredda e sottile e la strinsi tra le mie per riscaldarla, rispondendo anch’io in inglese.

«Sto bene, mamma. Stavo solo sognando».

Il suo viso si contorse all’improvviso per il dolore e, sotto le coperte, le sue gambe si agitarono; sebbene si mordesse le labbra nello sforzo di trattenersi dal gridare, nondimeno le sfuggi un lamento. Compresi allora che era stato il suo grido, non il mio, che mi aveva svegliato. Ma lei era piu preoccupata per il mio turbamento mentale che per il suo dolore fisico.

Un’altra dose di morfina sarebbe stata pericolosa; gliene avevo data una dose solo un’ora prima. Cosi, con molte scuse, seguii il vecchio e saggio adagio medico che riguarda gli anziani e i morenti: se sei in dubbio, esamina le viscere e la vescica. Lo feci rapidamente, grato per il fatto che sia la malattia che il sedativo alleviavano un chiaro senso di imbarazzo: per lei (era fin troppo esausta per curarsene), se non per me. Esaminare un paziente e una cosa, esaminare la propria madre e completamente un’altra.

Quello che trovai mi fece stringere il cuore, poiche seppi che avrei dovuto causarle ulteriore dolore.

«Mamma», dissi con gentilezza, «temo che ti dovro aiutare ancora. C’e una grande quantita di feci qui, contro le tue piaghe; le dovro togliere per te».

Con una rassegnazione quasi lucida, emise un sospiro di fastidio, poi fece uno sforzo penoso per voltarsi su un fianco.

«Fai quello che devi».

Cosi presi la padella e l’unguento e l’aiutai a voltarsi sul fianco: gia quello solo era, per lei, tormentoso. Poi feci quanto era necessario, pregando continuamente che Dio o chiunque altro ne avesse il potere facesse in modo che le mie grosse dita divenissero sottili e piccole come quelle di Kalya. Mamma grido in un modo che mi strazio il cuore e lotto debolmente per spingermi via.

Combattendo contro le lacrime, dissi: «Mi dispiace molto infliggerti questa umiliazione, ma ti infetteresti terribilmente se non togliessi queste feci».

Immediatamente lei grido:

«No, no! Non le togliere o, certamente, morirai!».

Per un momento, rimasi confuso; poi lottai per trattenere una risata triste a causa della sua osservazione oscuramente comica e del tutto inconsapevole.

«Non preoccuparti, non moriro», la consolai. «Sono piuttosto robusto».

Sembro trarre da cio un po’ di conforto e, dopo, grido solo due volte. Ben presto ebbi finito e decisi di darle una piccolissima dose extra di morfina; ora dorme profondamente e bene, con l’espressione rilassata e riposata di un sonno profondo e senza dolore.

Controllai rapidamente Gerda — che non denotava nessun cambiamento — poi ritornai al capezzale di mamma per assicurarmi che il suo respiro restasse forte e regolare.

E qui siedo ancora nella sedia a dondolo al suo capezzale, ascoltando il debole russare e sapendo che questo suono familiare e qualcosa che presto non udro piu. Eppure ho la sensazione di essere sempre stato seduto qui, che lo saro sempre, e che le sue sofferenze non finiranno mai.

E chiaro che devo andare presto a Londra e portare Gerda con me, in modo da attendere la quando i Vampiri arriveranno. Non si puo permettere loro di essere liberi in Inghilterra: mio Dio, le vittime la sono talmente numerose che essi non sarebbero mai scoperti… non fino a che l’intero paese fosse costituito di Vampiri! La mia responsabilita verso quel luogo supera tutte le altre, persino quella verso la mia famiglia. So questo nel mio cervello, ma il mio cuore sa che sarebbe un crimine lasciare mamma sola in questa casa, a morire in presenza di estranei.

Bionda Elisabeth, chi sei? E che possibilita ho contro qualcuno cosi potente, senza l’intervento di Arminius?

Il diario di Zsuzsanna Tsepesh

16 maggio. Per una volta tanto nessuna registrazione; le cose si sono stabilizzate in una monotonia abbastanza piacevole, ma e pur sempre monotonia. Giorno dopo giorno, la nostra routine e consistita nel godere liberamente durante il celestiale regno del sole, gustando a nostro piacimento l’inglese e poi, subilo dopo, godendo di una parentesi sensuale. Dopo di cio, Elisabeth mi porta nelle sue stanze a scegliere dei vestiti dai suoi numerosi bauli e valige, e Dorka li aggiusta per me; oppure Dorka acconcia i miei capelli in uno stile alla moda (sebbene i miei capelli lisci rifiutino di tenere la minima piega, nonostante i suoi eroici sforzi); oppure Elisabeth mi istruisce nell’arte dei cosmetici. Rossetto, cipria, kajal — non avrei mai pensato che queste sciocchezze potessero aumentare ulteriormente il mio splendore immortale ma, in effetti, lo fanno. Non sono soltanto piu bella che mai, ma ho l’aspetto di quella che gli inglesi chiamano la Nuova Donna: sofisticata, moderna, alla moda… e presto, spero, indipendente.

Nel pomeriggio, dormiamo insieme fra la sontuosa biancheria da letto di Elisabeth per una manciata di ore, poi ci alziamo nuovamente al tramonto. Elisabeth, obbediente, se ne va nella stanze di Vlad “a fare una visita”, poiche, apparentemente, lui vuole essere sicuro che lei trascorra poco tempo con me (anche se, talvolta, la lascia andare alcune ore prima dell’alba). Senza dubbio teme che lei mi dica troppo della verita: non sa che e troppo tardi!

Le notti sono il momento piu difficile, poiche senza Elisabeth o il nostro inglese, ben poco mi aspetta oltre la noia… e la povera Dunya non ha ancora riacquistato il suo pieno vigore. Dorme tutto il giorno ed e evidente che ha bisogno di nutrirsi. Ma, ogni volta che affronto l’argomento, Elisabeth mi dice che e meglio semplicemente lasciare che la povera ragazza si riposi finche non verra il momento per tutti noi di lasciare il castello. Sospetto che ridare la forza a Dunya metterebbe troppo alla prova i poteri di Elisabeth, sebbene lei non lo ammetta. Le piace conservare un’aura di onnipotenza e, di fatto, e molto vicina ad essere onnipotente.

Ma se lo e, perche non possiamo partire? E angoscioso restare qui, in questo palazzo in rovina, abbandonato, a pensare alle glorie di Londra! Ad ogni alba vado alla finestra aperta e tendo il braccio per il desiderio di sentire su di esso il caldo e piacevole bacio della luce del sole.

Quanto devo aspettare?

Sospiro, impaziente, scrivendo questo mentre Elisabeth e Dunya ancora giacciono addormentate nel grande letto. Sospiro e scrivo. Basta! Devo mantenere la mia sanita mentale; indugiare sulla mia prigionia servira soltanto a tormentarmi. E cosi, adesso che l’inquietudine si e impossessata di me, scrivo…

Ieri mi sono svegliata al primo chiarore del mattino (che strano scrivere ancora questa parola, dopo cosi tanti anni) tra le braccia di Elisabeth, e ho fissato per un po’ fuori dalla finestra senza persiane mentre la luce grigia diventava di un pallido rosa (avevamo saltato il nostro sonnellino pomeridiano e cosi avevamo usato le ore piu buie del mattino per riposare).

Dopo un po’ il mio amore si e mosso e mi ha guardato con un sorriso insonnolito, con i lunghi capelli biondi che le ricadevano in piacevole disordine sulle spalle, sulla schiena e sui seni d’avorio. Il calore del suo corpo era piacevole, essendo il mattino fresco. Cosi rimasi accanto a lei e indugiammo in languida conversazione sotto le coperte. Io, come sempre, chiedevo: «Per quanto tempo? Per quanto tempo?». Ed Elisabeth, come sempre rispondeva: «Presto, presto…».

Ben presto la conversazione cadde su Vlad, e l’atteggiamento di lei divenne notevolmente strano. Si mise seduta di scatto, lasciando che le coperte cadessero (sebbene l’aria del primo mattino fosse fresca) e, con le ginocchia piegate e le lunghe braccia sottili strette intorno ad esse, domando:

«Hai parlato in precedenza del Patto che Vlad fece con la tua famiglia e con gli abitanti del paese, ma non ho ancora udito niente del Patto che lui ha, di sicuro, con l’Oscuro Signore. Che cosa ne sai?».

Al suono del nome di quell’entita — e all’intensita, dura e brillante come un diamante, dei suoi occhi fissi intensamente nei miei — rabbrividii. Ma risposi onestamente ed esaurientemente: ossia che Vlad aveva offerto all’Oscuro Signore il figlio maggiore di ogni generazione della sua famiglia, che un sacrificio veniva richiesto a ogni generazione per procacciare una rinnovata immortalita a Vlad, e che, nel 1842, mio fratello Arkady aveva (sia come mortale che poi come Vampiro) opposto resistenza nell’espletare il malvagio servizio di Vlad. La seconda morte di Arkady — quella come Vampiro — avrebbe dovuto portare all’immediata distruzione di Vlad, ma non era

Вы читаете Il Signore dei Vampiri
Добавить отзыв
ВСЕ ОТЗЫВЫ О КНИГЕ В ОБРАНЕ

0

Вы можете отметить интересные вам фрагменты текста, которые будут доступны по уникальной ссылке в адресной строке браузера.

Отметить Добавить цитату