Il Mangiatore sbuffa. Spinge la faccia un po’ piu avanti nella stanza. Clay contempla a disagio il modo in cui la parete levigata di plastica intorno all’uscio sta cominciando a scricchiolare. Se lo mangerebbe in tre bocconi, quell’orrore.
Clay dice:
Poderosa pressione contro la parete. Scricchiolii nelle strutture portanti.
Il Mangiatore dice:
L’enorme bocca si spalanca. I denti feroci brillano minacciosi. Clay, che ha scorto un piccolo tombino nella parte opposta della stanza durante il suo colloquio con il mostro, si precipita per raggiungerlo, riesce ad aprirlo; e, con grande sollievo, si affretta a entrarvi, fuggendo. I ruggiti del Mangiatore risuonano mentre Clay si allontana. Adesso si trova in una specie di galleria di servizio, scura, polverosa, in cui una serie di passaggi a spirale creano un inquietante labirinto. I suoi occhi cominciano ad abituarsi dopo qualche momento al nuovo ambiente che lo circonda. Animali di un centinaio di tipi vivono in queste gallerie. Non riesce a comprenderne l’ecologia: di cosa si nutrono gli erbivori? Inutile cercare qui una forma logica. E attraverso i corridoi si spostano i Mangiatori, ne vede almeno una dozzina, che riempiono i passaggi. Ognuno ha un territorio proprio. Non ci sono sconfinamenti. Cacciano continuamente, e non trovano mai abbastanza carne. Clay impara a intuirne la presenza, feroce e goffa, molto tempo prima di avvicinarglisi troppo, e cosi evita ogni pericolo. Riuscira a trovare nuovamente il percorso per tornare alla porta che e rimasta aperta per lui? Potra tornare al sicuro a quella parte del mondo-galleria difeso dai robot?
Vaga per un’eternita nei corridoi che si intersecano. I peli crescono nuovamente sul suo corpo. Per la prima volta da quando ha trasferito la sua fame a Hanmer sente un bisogno debole, ma definito di cibo. Lo preoccupa il fatto di essere nudo. Solleva troppa polvere. Cercando di evitare i Mangiatori, non nota nemmeno piccoli carnivori, e parecchie volte viene morso alle caviglie e ai polpacci. Ogni passaggio porta in un altro, ma non si avvicina mai a una zona familiare. La disperazione lo avvolge. Vaghera per sempre in quel mondo sotterraneo. Oppure, se riuscira a guadagnare la superficie, si ritrovera semplicemente nel deserto di allucinazioni in cui l’ha abbandonato la sua guida-sferoide. L’incontro con il Mangiatore gli ha incupito l’umore. E oppresso dal fatto di sapere che una bestia del genere e un suo discendente.
Come forma di azione tenta di convincere se stesso di aver frainteso i Mangiatori. Inventa una cultura anche per loro. Si crea una visione di Mangiatori in preghiera, infiammati di zelo e tenerezza spirituale. Inventa una poesia dei Mangiatori. Cerca di figurarsi un gruppo di Mangiatori raccolti accanto a una parete da cui pendono quadri, e ascolta le loro idee sull’estetica. Visualizza matematici Mangiatori, che tracciano simboli nella polvere con le terribili mascelle. La sua anima e piena di compassione per loro. Voi siete umani, siete umani, siete umani, siete umani, insiste, ed e pronto ad abbracciarli fraternamente. Un sentimento di amore si impadronisce di lui. La sua coscienza penetra nel mondo dei Mangiatori, oscuro, fantastico, incerto, attraversato da passioni possenti, e, tremolando e luccicando, tremolando e aprendosi, porta il suo messaggio d’amore ai mostri, compone la sua Epistola agli Atroci, ed essi si affollano intorno a lui, ringraziandolo per il dono della grazia, facendo scricchiolare i denti paurosi in gentili armonie, benedicendolo per aver saputo riconoscere l’umanita essenziale nascosta in quella carne d’incubo. In questa condizione si muove serenamente attraverso il labirintico mondo-galleria, e alla fine vede davanti a se luci brillanti, un sentiero che porta verso l’alto, e ode un coro celeste, e una voce gli dice: — Vieni, questa e la strada. — Sale. Cori di angeli che cantano. Passa attraverso una porta ottagonale e la dolcezza dell’aria fresca gli solletica le narici. E non si tratta di un sogno, in quanto emerge in un prato di erba tosata e dorata, e i suoi amici sono tutti li, e Hanmer dice: — Sei arrivato in tempo per unirti a noi nella Melodia dell’Oscurita.
14
Gli Sfioratori lo circondano e gli danno un caloroso benvenuto. Tutti e sei hanno assunto forma femminile in suo onore; lo baciano e lo accarezzano e si strofinano contro di lui. Hanmer, Ti, Bril, Serifice, Angelon, Ninameen. Serifice? Serifice. Non gli lasciano la possibilita di fare domande. Ridacchiando, lo portano a un minuscolo laghetto nel mezzo del prato, e lo ripuliscono dalla polvere del mondo-galleria. Le loro mani arrivano ovunque, come quelle esperte delle ragazze di un harem. Non riesce nemmeno a vedere, tra gli spruzzi d’acqua.
— Serifice? — chiede — Sei davvero Serifice?
Si avvicina alla figura magra, Serifice annuisce. C’e nuova saggezza negli occhi scarlatti. Hanmer dice: — Serifice, si. La morte lo annoiava.
— Ma…
— La Melodia dell’Oscurita! — grida Ninameen, e si alzano tutti quanti, affollandosi intorno a Clay e urlando. Perfino lo sferoide si unisce al clamore generale. — Andavi troppo velocemente per me — dice Clay con tono di rimprovero. — Mi hai lasciato indietro in quel terribile deserto. — Lo sferoide, colpito, sembra abbattuto, cambia colore e si sposta a disagio sulle ruote. Ma l’allegria degli altri rende subito inopportuni tali scambi di accuse e colpe. La loro danza selvaggia sembra una preparazione per il rito che sta per iniziare, e lui sente che stanno traendo energia dalla terra, e la raccolgono in pulsazioni risonanti con cui si avvolgono il corpo. Un tetto ionizzato, tintinnante e sibilante, li copre. Un meraviglioso bagliore blu sorge dall’erba. Nell’intessere i loro incantesimi gli Sfioratori passano da un sesso all’altro, concentrati in cose completamente aliene. Lui vaga in mezzo al gruppo, a disagio. Il cielo si oscura; il sole si sposta come se fosse spinto da qualcuno, e le stelle cominciano a splendere attraverso la nube di elettroni ronzanti, man mano che il giorno si avvicina alla fine. Clay si avvicina a Serifice, che e femmina. Lei si muove avanti e indietro, avanti e indietro, compiendo un passo intricato senza mai spostarsi da un fazzoletto di terra di un metro quadrato. Le sue braccia descrivono una serie di movimenti a elica e ruotano. Scintille pallide scaturiscono dai suoi polpastrelli. — Tu eri morta — le dice. — Non e cosi? — Lei non interrompe il suo passo. Con un piccolo sospiro, promette: — Ti diro tutto. — Lui cade nel ritmo dei movimenti di lei. — Dove sei andata? — chiede. — Com’era? Come hai fatto a trovare il modo di tornare? — Lei solleva un braccio e lo inonda di scintille che ronzano e fischiano contro la sua pelle. — Piu tardi — gli dice. — Ti daro notizie sulla morte. Ma adesso dobbiamo sintonizzarci con l’oscurita.
— Posso partecipare al rito?
— Certo — dice lei. — Certo, certo, certo.
Adesso dal cuore del mondo proviene un torrente di energia, una colonna blu luminosa che sorge come un