eventi.
Quel pomeriggio di novembre captai vibrazioni di terrore in tutti gli angoli, mentre, spaventato, me ne andavo verso casa. Paranoia generalizzata in tutti e dappertutto. La gente camminava di traverso guardandosi cautamente attorno, spalla contro spalla, pronta a darsela a gambe. Pallide facce di donna occhieggiavano da dietro le tendine appena scostate delle finestre di torreggianti condomini, alti sopra le strade silenti. I conducenti di automobili guardavano in ogni direzione agli incroci, come se si aspettassero di veder comparire i carri armati delle truppe d’assalto rombanti giu per Broadway (a quell’ora quasi tutti ritenevano che l’assassinio fosse il primo colpo di un tentativo rivoluzionario di estrema destra). Assolutamente nessuno indugiava all’aperto; tutti se la filavano verso i rifugi. Adesso tutto poteva succedere. Mute di volpi potevano irrompere fuori dal Riverside Drive. Patrioti impazziti potevano lanciarsi in un
Verso sera telefonai a Nyquist. A quell’ora le linee erano libere. — C’e Kitty? — chiesi. — Si — disse lui. — Aspetta un minuto. — E ti passo il telefono. Tu mi spiegasti che te n’eri andata a vivere con lui per un po’, finche fossi riuscita a vederci chiaro. Lui ti era stato molto di aiuto. No, tu non provavi rancore nei miei riguardi, proprio per niente. Era soltanto per quello che io sembravo, si, insensibile, mentre lui… lui era istintivo, afferrava subito i tuoi bisogni emotivi, lui riusciva a cogliere da dentro il tuo cammino, Kitty, mentre io non riuscivo a farlo. Per questo sei andata da lui, per conforto e amore. Arrivederci, dicesti, e grazie di tutto, e io bisbigliai un arrivederci e misi giu la cornetta. Durante la notte il tempo cambio, e un week-end dal cielo plumbeo con una pioggia gelida accompagno nella sua tomba John Fitzgerald Kennedy. Ho scordato tutto, la cassa da morto nella rotonda, la vedova coraggiosa e i bravi bambini, l’assassinio di Oswald, il funerale, tutta la storia di quel momento. Sabato e domenica dormii fino a tardi, mi ubriacai, lessi diversi libri senza assimilare una sola parola. Il lunedi, il giorno di lutto nazionale, ti scrissi quella lettera incoerente, Kitty, spiegandoti ogni cosa, dicendoti quello che avevo cercato di cavar fuori da te e perche, confessandoti il mio potere e descrivendoti le conseguenze che aveva avuto sulla mia vita, parlandoti anche di Nyquist, mettendoti in guardia su quello che lui era, che anche lui aveva il potere, che poteva leggerti nel pensiero e che non avresti potuto avere nessun segreto per lui, avvertendoti di non prenderlo per un essere umano, perche era una macchina, autoprogrammata per il massimo di autorealizzazione, dicendoti che il potere lo aveva reso gelido e forte mentre aveva reso me debole e nervoso, insistendo che in fondo in fondo lui era malato quanto me, un manipolatore, incapace di dare amore, capace soltanto di servirsene. Ti dissi che ti avrebbe ferita se tu fossi diventata vulnerabile ai suoi colpi. Non mi rispondesti. Non ho mai piu sentito parlare di te, non ti ho rivista mai piu, e neppure ho sentito parlare di lui ne l’ho piu rivisto. Tredici anni. Non ho la minima idea di cosa puo esservi successo. Probabilmente non lo sapro mai. Pero ascolta. Ascolta. Io ti amavo, signora, alla mia goffa maniera. Ti amo ancora adesso. Eppure, per me, sei perduta per sempre.
25
Lui si sveglia, sentendosi rigido e dolorante e intontito, in una nuda, tetra, corsia d’ospedale. Evidentemente e il St. Luke, forse la sala d’emergenza. Il suo labbro inferiore e gonfio, l’occhio sinistro si apre a fatica, e il naso produce un fischio insolito a ogni respiro. Lo hanno portato qui su una barella dopo che i giocatori di basket hanno finito di massacrarlo? Ora respira, e immagina di riuscire a vedere gli orli lacerati coperti di sangue raggrumato. Ma quando gli capita di guardare in giu — il suo collo, stranamente irrigidito, non vuole obbedirgli — vede soltanto quel candore sbiadito della biancheria d’ospedale. Ogni volta che respira, immagina di sentire gli spuntoni rotti delle costole che scricchiolano; fa scivolare una mano sotto le coperte e si tocca il petto nudo e scopre che non e stato bendato. Non sa se esserne sollevato o impaurito.
Con molta attenzione si mette a sedere. Impressioni tumultuose lo aggrediscono. La stanza e affollata e rumorosa, con i letti schiacciati l’uno contro l’altro: I letti hanno le tendine ma nessuna tendina e tirata. La maggioranza dei suoi compagni di stanza e di degenza sono negri, e parecchi di loro sono in condizioni gravi, circondati da un mucchio di attrezzature. Mutilati a coltellate? Sfracellati contro i parabrezza? Amici e parenti, ammucchiandosi attorno a ogni letto, gesticolano e discutono e rimproverano; il tono normale delle voci e un guaito vociante. Infermieri impassibili attraversano la stanza, mostrando quell’atteggiamento distaccato verso i pazienti che i custodi dei musei mostrano verso le mummie in esposizione. Nessuno presta la minima attenzione a Selig tranne Selig, che ritorna a esaminare se stesso. Le punte delle sue dita esplorano le guance. Senza uno specchio non sa dire quanto hanno pestato la sua faccia, comunque ci sono parecchi punti che cedono sotto le dita. La clavicola sinistra e dolorante per un colpo di karate agile, guizzante. Il ginocchio destro irradia dolori lancinanti e fitte acute, come se se lo fosse storto cadendo. Insomma, prova meno dolore di quanto immaginava, forse gli hanno somministrato qualche sedativo.
La sua mente e obnubilata. Sta ricevendo alcune emissioni mentali da quelli che lo circondano nella corsia, ma sono sprazzi, niente di distinto; coglie le aure ma non verbalizzazioni intelligibili. Nel tentativo di tenersi su, chiede tre volte alle infermiere che passano di dirgli che ora e, perche il suo orologio da polso e partito; loro filano via, ignorandolo. Finalmente una negra massiccia, sorridente, con un abito rosa lo squadra e dice: — Un quarto alle quattro, tesoro. — Del mattino? Del pomeriggio? Probabilmente del pomeriggio, decide lui. Dalla parte opposta della corsia, in diagonale, due infermiere hanno cominciato a montare quello che forse e un sistema di nutrizione tramite ipodermoclisi, con un tubo di plastica che striscia dentro le narici di un enorme negro svenuto tutto avvolto da fasciature. Lo stomaco di Selig non da nessun segnale di appetito. Quell’odore di sostanze chimiche nell’atmosfera di ospedale gli provoca nausea; fa fatica anche a deglutire. Gli daranno da mangiare la sera? Per quanto tempo dovra restare li? Chi paga? Dovrebbe chiedere di informare Judith? Sono gravi le lesioni?
Un interno entra nella corsia: un piccoletto scuro di carnagione, di poche parole, ben piantato, a lui sembra un pakistano, che si muove con precisione deliziosa. Un fazzoletto sgualcito e macchiato che sporge dal taschino sul petto, pero, sciupa l’ordinato, elegante effetto della sua attillata candida uniforme. Sorprendentemente viene dritto verso Selig. — I raggi X non rivelano nessuna frattura — dice senza preamboli, con voce decisa ma piatta. — Percio i vostri unici danni sono abrasioni minori, contusioni, tagli, e una leggerissima commozione cerebrale. Siete pronto per essere dimesso. Su, alzatevi.
— Un attimo — disse Selig senza forza. — Sono appena arrivato. Non so neppure che cosa e successo. Chi mi ha portato qui? Per quanto tempo sono rimasto senza conoscenza? Che cosa…
— Io non ne so niente. La vostra degenza e finita e l’ospedale ha bisogno del vostro letto. Per favore, in piedi, su, subito. Ho molto da fare.
— Una commozione cerebrale? Se ho una commozione cerebrale, almeno dovrei passare la notte qui. Oppure l’ho
— Siete entrato oggi verso mezzogiorno — dice l’interno, facendosi sempre piu di cattivo umore. — Siete