prosperare in queste temperature: il freddo trascina via ogni puzza, ogni segno di realta organica. Soltanto il concreto trionfa qui. Il silenzio regna. Negri macilenti e gatti grigi, immobili, statue di se stessi, occhieggiano dai viali. Il traffico e leggero. Camminando svelto per le strade dalla stazione del metro fino all’abitazione di Judith, distolgo i miei occhi dai volti della poca gente che incontro. Mi sento intimidito e impacciato, vergognoso tra loro, come un veterano della guerra che sia appena stato dimesso dal centro riabilitazione e sia imbarazzato per le sue mutilazioni. Naturalmente non sono capace di dire che cosa la gente sta pensando; adesso le loro menti sono chiuse per me e mi passano accanto portando scudi di impenetrabile ghiaccio; ma, ironia della sorte, ho l’impressione, l’illusione che tutti loro abbiano accesso a me. Possono guardare dritto dentro il mio essere e vedermi cosi come mi sono ridotto. Ecco David Selig, staranno pensando. Quanto e stato imprudente! Che cattivo custode del suo potere! Lo ha rovinato e ha lasciato che gli sfuggisse, quell’imbecille. Mi sento in colpa perche provoco in loro questa delusione. Eppure non provo ancora quel senso di colpa che penso potrei provare. A qualche livello, l’ultimo livello, non mando tutti al diavolo. E questo quello che sono, dico a me stesso. E questo che saro d’ora in poi. Se non vi piace, allora merda! Tentate di accettarmi. Se non ce la fate, ignoratemi.

«Come la societa perfetta si avvicina sempre di piu alla solitudine, cosi il linguaggio piu elaborato alla fine si riduce a silenzio. Il silenzio e udibile per tutti gli uomini, in tutti i tempi, e in tutti i luoghi.» Cosi diceva Thoreau, nel 1849, in Una settimana sui fiumi Concord e Merrimack. Naturalmente Thoreau era un pesce fuor d’acqua, un outsider con seri problemi nervosi. Quando era un giovanotto appena uscito dal college, si innamoro di una ragazza di nome Ellen Sewall, ma lei lo fece girare alla larga, e lui non si sposo mai. Mi chiedo se abbia mai fatto l’amore con qualcuno. Probabilmente no. Io non riesco a immaginarmi Thoreau che sta facendo all’amore, e voi? Oh, puo anche darsi che non sia morto vergine, ma scommetto che la sua vita sessuale e stata una frana. Forse non si e mai masturbato. Riuscite a figurarvi Thoreau che se ne sta seduto accanto a quello stagno e se lo mena? Io no. Povero Thoreau. Il silenzio e udibile, Henry.

Mentre mi avvicino al palazzo dove abita Judith, mi immagino di incontrare Toni per la strada. Mi pare di scorgere una figura alta che cammina verso di me da Riverside Drive, senza cappello, avvolta in un voluminoso cappotto color arancio. Ci separa circa meta isolato, quando la riconosco. Stranamente, non provo ne eccitazione ne apprensione per questa riunione inattesa; sono assolutamente calmo, quasi impassibile. In altri momenti forse avrei potuto passare sull’altro lato della strada per evitare un incontro che poteva infastidirmi, non pero oggi: con freddezza la fermo, sorrido, allungo una mano per salutarla. — Toni? — dico. — Non mi riconosci?

Lei mi studia, aggrotta le ciglia, sembra per un attimo imbarazzata. Pero solo un attimo.

— David. Salve.

Il suo volto appare smunto, gli zigomi sono piu sporgenti e duri. Nei suoi capelli c’e una spruzzatina di grigio. Quando la frequentavo io, aveva un curioso riuffo grigio su una tempia, stranissimo; adesso il grigio e sparpagliato e molto piu abbondante in mezzo al nero dei suoi capelli. Del resto e naturale: e nel bel mezzo della trentina. Non e piu una ragazza. In realta e vecchia come lo ero io quando la incontrai per la prima volta. Pero, tutto sommato, e cambiata poco, solo un po’ piu matura. Mi sembra bellissima come sempre. Eppure ogni desiderio mi e ignoto, assente. La passione si e logorata, Selig. La passione si e logorata. E anche lei, misteriosamente, e libera da agitazioni. Ricordo bene il nostro ultimo incontro, quello sguardo sofferente sul suo volto, quell’ossessionante mucchio di cicche di sigarette. Adesso la sua espressione e dolce, quotidiana. Tutti e due siamo passati attraverso la zona delle burrasche.

— Hai una bella cera — dico. — Quanto tempo e, otto anni, nove?

La risposta la conosco gia. Solo un test per lei. E lei supera l’esame dicendo: — L’estate del ’68. — Mi sento sollevato vedendo che non ha dimenticato. Sono ancora un capitolo della sua autobiografia, dunque. — Come te la sei passata, David?

— Non male. — Le solite sciocchezze, solo per parlare. — Che cosa stai facendo di questi tempi?

— Adesso sono alla Random House. E tu?

— Lavoro indipendente — rispondo. — Qua e la. — E sposata? Le sue mani inguantate non mi forniscono nessuna informazione. Non ho il coraggio di chiederglielo. Sono assolutamente impotente a sondarle la mente. Faccio un sorriso forzato e oscillo spostando il mio peso da piede a piede. Il silenzio che e sceso all’improvviso su di noi sembra invalicabile. Abbiamo esaurito cosi presto tutti gli argomenti possibili? Non sono rimaste zone di contatto da riaprire, al di fuori di quelle troppo intrise di dolore?

Lei dice: — Sei cambiato.

— Sono piu vecchio. Piu stanco. Piu nudo.

— Non e questo. In qualche modo sei cambiato dentro.

— Suppongo di si.

— Di solito mi facevi sentire a disagio. Avevo una specie di sensazione di nausea. Non e piu cosi.

— Vuoi dire, dopo il viaggio?

— Prima e dopo — dice lei.

— Ti sei sempre sentita a disagio con me?

— Sempre. Non ho mai capito il perche. Anche quando noi eravamo vicinissimi, in intimita, mi sentivo, non so, sulla difensiva, sbilanciata, non a mio agio, quando ero con te. E questo adesso e sparito. E completamente sparito. Mi chiedo perche.

— Il tempo guarisce tutte le ferite — dico io. Saggezza da oracolo.

— Forse hai ragione. Perbacco, che freddo! Pensi che nevichera?

— Per forza, fra non molto.

— Odio il freddo. — Si stringe nel cappotto. Non l’ho mai conosciuta in una stagione fredda. Primavera e estate, poi addio, vai fuori dai piedi, addio, addio. Strano come non provi quasi niente per lei, adesso. Se mi invitasse su, nel suo appartamento, probabilmente direi: no, grazie, sto andando a trovare mia sorella. Si, naturale, lei e soltanto immaginaria; questo puo averci qualcosa a che fare. Tuttavia non capto nessuna aura proveniente da lei. Non sta trasmettendo, o, perlomeno, io non sto ricevendo. E soltanto una statua di se stessa, come i gatti sul viale. Saro incapace di provare qualcosa, adesso che sono incapace di ricevere qualcosa? Dice: — Sono contenta di averti incontrato, David. Vediamoci qualche volta, vuoi?

— Ma certo! Ci faremo un drink e chiacchiereremo dei vecchi tempi.

— Mi piacerebbe.

— Anche a me. Moltissimo.

— Abbi cura di te, David.

— Anche tu, Toni.

Sorridiamo. Le do un piccolo mezzo-sorriso di saluto. Ci separiamo; io continuo a camminare verso ovest, lei si affretta sulla strada ventosa verso Broadway. Mi sento un po’ piu caldo per averla incontrata. Pero tra noi tutto e diventato freddo, da amici, distaccato. Tutto, in realta, e morto. Ogni passione si e logorata. Sono contenta di averti incontrato, David. Vediamoci qualche volta, vuoi? Quando arrivo all’angolo mi rendo conto di essermi dimenticato di chiederle il numero di telefono. Toni? Toni? Lei, pero, e fuori vista. Come se non fosse mai stata li, per niente. 

E stata la piccola incrinatura nel liuto Che poco a poco il complesso ha reso muto E allargandosi ha immerso tutto nel silenzio.

E Tennyson: Merlino e Viviana. Avete ascoltato quel verso, prima, sull’incrinatura nel liuto. L’avevate mai sentito? Non sapevate che fosse Tennyson. Neppure io. Il mio liuto si e spaccato. Tuang. Tuing. Tuong.

Ecco un’altra piccola gemma letteraria:

Ogni suono finira nel silenzio, ma il silenzio non muore mai.

L’ha scritto Samuel Miller Hageman, nel 1876, in un poema 184 intitolato Silenzio.

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