prendendo le misure per la bara. — Un uomo sulla quarantina, ben vestito, abito di taglio moderno. Scarpe costose, di vera pelle… Giusto, signor Tavern?
— E pelle di vacca — disse Jason.
— I documenti la identificano come musicista. Suona uno strumento?
— Canto.
— Allora canti qualcosa per noi — disse McNulty.
— Vada all’inferno — ribatte Jason, e riusci a controllare il ritmo del respiro. Le parole uscirono esattamente con il tono che voleva.
McNulty disse a Kathy: — Non sembra spaventato. Sa chi sono?
— Si — rispose Kathy. — Gliel’ho detto.
— Gli ha detto di Jack? — McNulty poi si rivolse a Jason. — Non c’e nessun Jack. Lei ne e convinta, ma e un’illusione psicotica. Suo marito e morto tre anni fa in un incidente con il trabi. Non e mai stato in un campo di lavori forzati.
— Jack e ancora vivo — disse Kathy.
— Visto? — continuo McNulty rivolgendosi a Jason. — Si e adattata piuttosto bene al mondo esterno, a parte questa idea fissa che non la lascera mai. Se la portera dietro per il resto della vita. — Scrollo le spalle. — E un’idea innocua e serve benissimo ai nostri scopi. Quindi non abbiamo neanche provato a farla curare.
Kathy si era messa a piangere, in silenzio. Grandi lacrime le scendevano dalle guance e cadevano a goccioloni sulla camicetta. Delle macchie apparvero qua e la, erano dei grossi cerchi scuri.
— Tra un paio di giorni parlero con Ed Pracim — disse McNulty. — Gli chiedero perche le ha messo addosso un microtras. Ha delle intuizioni felici, a volte. — Riflette. — Tenga presente che i documenti nel suo portafogli sono riproduzioni di originali archiviati in diverse banche dati centrali su tutto il pianeta. Sono copie a posto, ma forse mi verra voglia di controllare gli originali. Speriamo siano in ordine come le copie che lei ha con se.
Kathy disse, con un filo di voce: — Ma e una procedura insolita. Statisticamente…
— In questo caso — rispose McNulty, — penso che valga la pena tentare.
— Perche? — chiese Kathy.
— Perche non pensiamo che lei ci consegni tutti quanti.
Mezz’ora fa, questo signor Tavern ha superato un punto mobile di controllo. L’abbiamo seguito servendoci del microtras. E i suoi documenti mi sembrano in ordine. Ma Ed dice…
— Ed beve — intervenne Kathy.
— Ma su di lui possiamo fare affidamento. — McNulty sorrise: un raggio di sole professionale nella stanza squallida. — Su di lei, invece, no. Non del tutto.
Jason prese la sua tessera del servizio militare, accarezzo la piccola foto quadridimensionale del suo profilo. E la foto disse, pronunciando le parole con voce metallica: — E adesso, vacca miseria?
— Come si puo falsificare una cosa del genere? — chiese Jason. — E il tono di voce che avevo dieci anni fa, quando ho fatto il naz di leva.
— Ne dubito. — McNulty controllo l’orologio. — Le devo qualcosa, signorina Nelson? O per questa settimana siamo a posto?
— A posto — rispose Kathy, con uno sforzo. Poi, a voce bassa, insicura, quasi sussurro: — Quando Jack sara fuori, non potrete piu contare su di me.
— Per lei — disse allegramente McNulty, — Jack non sara mai fuori. — Strizzo l’occhio a Jason. Jason lo ricambio. Due volte. Capiva McNulty. L’uomo si nutriva delle debolezze altrui; probabilmente Kathy aveva imparato da lui il particolare modo di fare che aveva. E dai suoi pittoreschi, allegri compagni.
Adesso si rendeva conto del modo in cui lei fosse diventata cio che era. Il tradimento era un evento quotidiano; il rifiuto di tradire, come nel suo caso, miracoloso. Poteva solo meravigliarsene e provare un vago senso di gratitudine.
“Viviamo nel tradimento” si rese conto. “Quando ero una celebrita, ne ero immune. Adesso sono come tutti gli altri; devo affrontare le loro difficolta. E quel che ho gia passato anch’io ai vecchi tempi, quel che ho gia vissuto e poi cancellato dalla memoria. Perche era troppo stressante da credere… Ho avuto la possibilita di scegliere, e ho scelto di non credere.”
McNulty appoggio la mano carnosa, chiazzata di rosso, sulla spalla di Jason e disse: — Venga con me.
— Dove? — domando Jason, scostandosi da McNulty esattamente come Kathy si era scostata da
— Non puo accusarlo di niente! — disse Kathy con voce roca e stringendo i pugni.
McNulty ribatte, tranquillo: — Ma non l’accuso di nulla. Voglio solo le sue impronte digitali e vocali, quelle dei piedi e il tracciato dell’elettroencefalogramma. D’accordo, signor Tavern?
Jason comincio a dire: — Non mi piace correggere un funzionario di polizia… — Poi s’interruppe all’occhiata d’avvertimento di Kathy. — … Che sta facendo il suo dovere — concluse, — quindi verro con lei. — Magari Kathy non aveva tutti i torti; magari poteva essere un bene che il funzionario pol sbagliasse il cognome di Jason. Chi poteva saperlo? Solo il tempo l’avrebbe detto.
— Signor Tavern — disse pigramente McNulty, spingendo Jason verso la porta della stanza. — Il suo nome suggerisce l’idea di birra e calore e posticini intimi, no? — Si giro a guardare Kathy e chiese in tono secco: — No?
— Il signor Tavern e un uomo caldo — rispose Kathy a denti stretti. La porta si chiuse alle loro spalle, e McNulty spinse con garbo Jason in corridoio, verso le scale, respirando l’odore di cipolla e sugo che giungeva da ogni dove.
Alla stazione di polizia del distretto 469, Jason Taverner si trovo sperso tra una moltitudine di uomini e donne che si muovevano senza uno scopo, che aspettavano di entrare, aspettavano di uscire, aspettavano informazioni, aspettavano di sentirsi dire cosa fare. McNulty aveva messo sul bavero di Jason una targhetta colorata; solo Dio e la polizia sapevano cosa significasse.
Era chiaro che qualcosa voleva dire. Un agente in uniforme, seduto a una scrivania che andava da parete a parete, gli fece cenno di avvicinarsi.
— Okay — disse il pol. — L’ispettore McNulty ha compilato una parte del suo modulo J-2. Jason Tavern. Indirizzo: Vine Street, 2048.
Jason si chiese dove diavolo McNulty l’avesse scoperto. Vine Street. Poi si rese conto che era l’indirizzo di Kathy. McNulty aveva dato per scontato che vivessero insieme. Oberato di lavoro come tutti i pol, aveva scritto il dato che richiedeva il minimo sforzo. Una legge di natura: un oggetto, o una creatura vivente, sceglie la via piu breve tra due punti. Jason compilo il resto del modulo.
— Metta la mano in quella fessura — disse l’agente, indicando una macchina per il rilevamento delle impronte. Jason obbedi. — Adesso — continuo l’agente — si tolga una scarpa. La destra o la sinistra. E il calzino. Puo sedersi qui. — Fece ruotare una sezione della scrivania. Apparve un’apertura e, dietro, una sedia.
— Grazie. — Jason sedette.
Dopo che gli ebbero preso l’impronta del piede, recito la frase: — Ambaraba cicci cocco, tre civette sul como, che facevano l’amore con la figlia del dottore. — Serviva per le impronte vocali. Poi, di nuovo seduto, si lascio piazzare degli elettrodi sulla testa. La macchina sputo un metro di foglio coperto di ghiribizzi, e quello fu tutto. L’elettroencefalogramma. I test erano finiti.
McNulty apparve alla scrivania, allegro. Nell’impietosa luce bianca che scendeva dal soffitto, la barba ricresciuta nella giornata si vedeva benissimo sul mento, sul labbro superiore, sulla parte alta del collo. — Come va col signor Tavern? — chiese.
L’agente rispose: — Siamo pronti per il controllo anagrafico.
— Perfetto — disse McNulty. — Resto qui a vedere cosa salta fuori.
L’agente in uniforme infilo in una fessura il modulo che Jason aveva compilato e premette dei pulsanti contrassegnati da varie lettere, tutti verdi. Per qualche motivo, Jason lo noto. E le lettere erano maiuscole.
Da un’apertura simile a una bocca sulla lunga scrivania emerse una fotocopia, che cadde in un cestino di metallo.
— Jason Tavern — disse l’agente, studiando il documento.
— Di Kememmer, nel Wyoming. Eta: trentanove anni. Meccanico di motori diesel. — Diede un’occhiata alla fotografia.
