— Da questa parte — disse il sergente, con un cenno deciso della mano in direzione del tubo di discesa. I pol di Los Angeles sembravano a Jason un po’ piu rozzi, un po’ piu duri e anziani di quelli di Las Vegas. O forse era la sua immaginazione. Forse si trattava solo delle sue paure che aumentavano.
“Cosa si dice a un generale di polizia?” si chiese. “Specialmente quando tutte le spiegazioni che puoi dare non reggono, quando non sai niente, non credi in niente, e il resto e buio. Ma che se ne vada al diavolo!” decise esausto. E si lascio cadere, praticamente a peso morto, nel tubo di discesa assieme a Ruth Rae e ai pol.
E al tredicesimo piano uscirono dal tubo.
Di fronte a loro c’era un uomo ben vestito. Portava occhiali con la montatura a giorno, il soprabito sul braccio, scarpe di pelle con la punta, e Jason noto che aveva due capsule d’oro in bocca. Un uomo, gli parve, piu o meno della sua stessa eta. Alto, grigio di capelli, con un’espressione di autentico calore umano sul viso aristocratico, dai lineamenti quasi perfetti. Non sembrava un pol.
— Lei e Jason Taverner? — chiese l’uomo. Porse la mano. Jason la strinse solo per un riflesso automatico. A Ruth, il generale di polizia disse: — Lei puo scendere ai piani inferiori. La interroghero piu tardi. Per adesso voglio parlare col signor Taverner.
I pol portarono via Ruth. Jason la senti che continuava a lamentarsi finche non scomparve. Dopo di che, si trovo davanti solo il generale di polizia, e nessun altro. Nessun uomo armato.
— Sono Felix Buckman — disse il generale di polizia. Indico la porta aperta e il corridoio alle sue spalle. — Venga nel mio ufficio. — Giro sui tacchi e guido con garbo Jason davanti a se, in una grande suite con le pareti tinte in toni pastello blu e grigi. Jason sgrano gli occhi: non aveva mai visto prima un ufficio di polizia. Non aveva mai immaginato che potesse essere tanto elegante.
Incredulo, un istante piu tardi si trovo seduto su una poltrona in pelle, con la morbidezza dello styroflex dietro la schiena. Buckman, comunque, non si accomodo alla scrivania in quercia, cosi alta e imponente da incutere timore. Apri invece un armadio per riporre il soprabito.
— Sarei venuto ad accoglierla sul tetto — spiego. — Ma, a quest’ora, la sopra il vento Santana soffia troppo forte. E un problema per la mia sinusite. — A quel punto, si volto a guardare Jason. — Vedo in lei qualcosa che non risulta dalle sue foto quadridimensionali. Non si vede mai. E sempre una sorpresa, almeno per me. Lei e un Sei, giusto?
Improvvisamente all’erta, Jason si rizzo sulla schiena. — E un Sei anche lei, generale?
Con un grande sorriso, mettendo in mostra i denti incapsulati in oro, Felix Buckman alzo sette dita.
15
Nella sua carriera di ufficiale della polizia, Felix Buckman aveva usato quel trucchetto ogni volta che si era trovato di fronte un Sei. Vi faceva affidamento soprattutto quando, come in quel caso, l’incontro risultava imprevisto. Ne aveva conosciuti quattro. Alla fine, tutti quanti gli avevano creduto. Lo trovava divertente. I Sei, esperimenti genetici, per di piu segreti, parevano insolitamente creduloni di fronte all’asserzione che fosse stato portato a termine un ulteriore progetto genetico, segreto quanto il loro.
Senza quella bugia, per un Sei lui sarebbe stato semplicemente un Ordinario. Una posizione di svantaggio dalla quale non avrebbe potuto trattare con un Sei nel migliore dei modi. Quindi, l’inganno. Grazie al quale il suo rapporto con un Sei si capovolgeva. E, in quelle condizioni artefatte, poteva gestire con successo un essere umano che, diversamente, sarebbe sfuggito al suo controllo.
Una volta, in un momento di relax, aveva detto ad Alys:
— Riesco a pensare meglio di un Sei all’incirca dai dieci ai quindici minuti. Ma se la cosa va avanti… — Aveva fatto un cenno con la mano, accartocciando un pacchetto di sigarette acquistate al mercato nero. Ne conteneva ancora due.
— Dopo quel periodo, le loro facolta iperamplificate hanno il sopravvento. Quello che mi occorre e un grimaldello per aprire quelle loro boriose, stramaledette menti. — E, col tempo, l’aveva trovato.
— Perche un Sette? — aveva chiesto Alys. — Se imbrogli, perche non dire che sei un Otto o un Trentotto?
— Il peccato della vanagloria. L’esagerazione. — Buckman non voleva commettere quell’errore. — Diro loro — aveva confessato a sua sorella — qualcosa che, secondo me, crederanno. — E, alla fine, la sua ipotesi si era dimostrata giusta.
— Non la berranno — aveva detto Alys.
— Oh, diavolo se la berranno! — aveva ribattuto lui. — E la loro paura segreta, la loro bestia nera. Sono al sesto posto in una serie di sistemi di ricostruzione del dna e sanno che, se e stato possibile farlo a loro, potrebbe essere fatto anche ad altri, con tecniche piu avanzate.
Alys, indifferente, aveva commentato distratta: — Tu dovresti andare in televisione a vendere saponette. — Questa era stata l’unica sua reazione. Se ad Alys non interessava qualcosa, quel qualcosa, per lei, smetteva di esistere. Probabilmente non avrebbe dovuto farla franca con quell’atteggiamento per tutto quel tempo… “Ma, una volta o l’altra” aveva spesso pensato lui, “arrivera la giusta punizione:
E Alys, aveva pensato molte volte, era un caso patologico davvero strano, un caso clinico del tutto bizzarro.
Buckman aveva questa intuizione senza riuscire a definirla con esattezza. Comunque, molte delle sue intuizioni avevano queste caratteristiche. L’idea non lo turbava, per quanto amasse sua sorella. Sapeva di avere ragione.
E ora, di fronte a Jason Taverner, profuse tutto il suo impegno nel trucchetto che aveva gia funzionato altre volte.
— Eravamo in pochissimi — disse, sedendosi alla gigantesca scrivania di quercia. — Quattro in tutto. Uno e gia morto, quindi restiamo in tre. Non ho la piu pallida idea di dove siano gli altri. Manteniamo tra noi contatti ancora piu ridotti di quanto facciate voi Sei. E gia voi ne avete ben pochi.
— Chi era il suo mutatore? — chiese Jason.
— Dill-Temko. Lo stesso vostro. Si e occupato dei gruppi dal Cinque al Sette, poi e andato in pensione. Come lei sapra senz’altro, adesso e morto.
— Si — disse Jason. — E stato uno shock per tutti.
— Anche per noi. — Buckman fece ricorso al suo tono piu grave. — Dill-Temko era il nostro genitore. Il nostro
— Come sarebbero stati?
— Solo Dill-Temko lo sapeva — rispose Buckman, e senti crescere la propria superiorita sul Sei. Eppure, quanto era fragile il suo vantaggio psicologico. Un solo sbaglio, una semplice frase di troppo, e sarebbe svanito. Una volta perso, non l’avrebbe piu recuperato.
Era proprio questo il rischio che correva. Ma gli piaceva: gli era sempre piaciuto scommettere contro le proprie possibilita, giocare d’azzardo al buio. In momenti come quello, avvertiva quasi sensibilmente tutta la sua abilita. E non riteneva che fosse solo un prodotto della sua immaginazione, a dispetto di cio che avrebbe detto un Sei al corrente della sua natura di Ordinario. La cosa non gli dava il minimo fastidio.
Premette un pulsante. — Peggy, portaci una caraffa di caffe con la panna e il resto. Grazie. — Poi si appoggio all’indietro sulla poltrona con studiata noncuranza. E scruto Jason Taverner.
Chiunque avesse gia incontrato un Sei avrebbe riconosciuto la vera natura di Taverner. Il petto robusto, la struttura massiccia di braccia e schiena. La testa forte, da ariete. Ma la maggioranza degli Ordinari non si sarebbero mai resi conto di avere a che fare con un Sei. Non avevano l’esperienza di Buckman. Le conoscenze sul conto dei Sei che lui aveva mentalmente archiviato con tanta cura.
Una volta aveva detto ad Alys: — Non si impadroniranno mai del potere. Non governeranno il
— Tu non hai un mondo. Tu hai un ufficio. A quel punto, lui aveva chiuso il discorso.
