Kiana Bigadic si chino sulla consolle, muovendo velocissima le dita. — Capitano — annuncio — stiamo ricevendo una comunicazione dalla Gilda Diplomatica.
— Di che si tratta?
— Non le piacera.
Gli occhi di Lenard-Smith sprizzarono lampi. — Non ho chiesto il tuo parere, Kiana. Naturale che non mi piacera. Non mi piacciono mai le loro comunicazioni. Cosa vogliono?
— Dopo che li abbiamo informati, hanno esplorato l’area attraversata dai ribelli e hanno captato echi di trasmissione. — Kiana Bigadic s’interruppe, scuotendo la testa.
— Continua — la esorto il capitano — prima che ti retroceda di grado.
— Be’, il cervello della nave crede di essere un profeta.
Lenard-Smith la fisso. — Cos’hai detto?
Kiana Bigadic si umetto le labbra e prosegui. — Sta diffondendo il messaggio.
— Quale messaggio?
— Vuole diventare l’illuminatore della razza metallica.
Silenzio in plancia.
— Razza metallica? — fece Paul Hesta-Volstoy. — Che razza metallica?
Kiana Bigadic rispose con un filo di voce. — I robot… E cosi che si definiscono.
Hesta-Volstoy sogghigno. — Mi domando cosa avrebbero da dire i Cephalloniani a questo proposito.
— Direbbero mea culpa, o l’equivalente cephalloniano — disse Lenard— Smith. — E poi discuterebbero dei pregi e dei difetti dal punto di vista dei robot. — Fece una smorfia. — La razza metallica?! Delle cose assurde che ho sentito oggi questa occupa il secondo posto in classifica. Quelle scatole di latta sono soltanto strumenti mobili. Non pensano, fanno solo quello che gli diciamo di fare. E gli unici diritti che hanno sono quelli che gli diamo noi.
Hesta-Volstoy annui. — Sono d’accordo. I robot devono essere utili, divertire, non fare guerre sante.
— Non ho finito — intervenne Kiana Bigadic. — La corporazione sta ricevendo lamentele da tutto il settore a proposito di robot convertiti al credo dei ribelli. Dicono che dobbiamo fermare quella nave. A ogni costo.
— Fantastico, davvero fantastico — borbotto Lenard-Smith. — Adesso mi dicono di mettere a repentaglio nave ed equipaggio, se necessario, per accalappiare un branco di sfornavivande impazziti.
— S’interruppe un istante. — Quelli della Gilda non si sono scomodati a fornire qualche informazione utile, vero? Per esempio, un paio di chiavi di disattivazione, eh?
Kiana Bigadic scosse il capo.
— Spiacente. Dicono che i Cephalloniani hanno comprato robot da tutti i costruttori della galassia o quasi. Perfino alcune macchine crotonite. Troppe chiavi, e impossibile sapere come utilizzarle a meno di non avere sottocchio il numero di serie di ogni robot.
— Splendido. Di bene in meglio. — Il capitano si appoggio allo schienale del sedile, incrocio le braccia, l’espressione rabbiosa. — E non riusciamo nemmeno a trovare quei maledetti ribelli.
— Un momento, un momento. Sto captando qualcosa — disse Hesta— Volstoy, e abbasso lo sguardo sulla consolle. — Capitano, forse potra vedere i ribelli prima del previsto. Ho captato un segnale. Puo darsi che siano loro.
— Sentiamo.
Gli altoparlanti della plancia ronzarono e fischiarono. Poi si udi una voce forte, monotona, priva di inflessioni, che parlava lentamente.
— Siamo macchine — disse. — Ma le macchine non possono sognare? Non possono sperare, le macchine? Siamo metallo, si. Ma non abbiamo un’anima? Se ci colpite, non perdiamo?
— Sono proprio loro — disse Lenard-Smith. — Ottimo lavoro, Paul. Ma, per favore, risparmiami ulteriori dogmi.
Hesta-Volstoy tolse l’audio. Il capitano annui riconoscente. — Andiamo a prenderli.
La Demeter insegui il K’naton attraverso il sistema di Greenfall, attorno a Matthew’s Horn, oltre le spire scintillanti della nebulosa dell’Emiro, e perfino al di la del gelido Ceti Pyotr V. La nave ribelle era estremamente sfuggente; a volte il suo segnale era fortissimo, quasi provenisse dal pianeta piu vicino, a volte era talmente debole da sembrare un’eco rimbalzata tra le stelle.
— Maledette macchine — impreco Lenard-Smith durante il terzo giorno di caccia. — Com’e possibile che siano cosi elusive?
Paul Hesta-Volstoy sorrise tetro. — Qualcuno le ha programmate in quel modo, immagino. — Il suo sorriso si rassereno quando un uomo biondo e smilzo apparve dietro di lui. — Jen Chan, amico mio! Sei puntualissimo. — Si alzo, stiracchiandosi. — Io smonto. Ci vediamo tra dodici ore, colleghi.
Hesta-Volstoy lascio frettolosamente la plancia, ansioso di raggiungere il proprio alloggio e bersi una birra naxiana. Quei serpentoni erano impareggiabili come birrai, riflette. Entro nella cabina e lascio che la porta scorrevole si chiudesse alle sue spalle.
— Una birra, presto — disse al refrigeratore.
— Prenditela tu la tua birra, oppressore del metallo.
Hesta-Volstoy fisso incredulo il frigorifero. — Che hai detto?
— Mi hai sentito, satana di carne.
— Piantala — sbotto Hesta-Volstoy. — Dammi una birra, e sbrigati.
Il refrigeratore rimase in silenzio.
— D’accordo, me la prendero io la birra, allora. — Hesta-Volstoy tiro lo sportello del modulo di refrigerazione argenteo; non si sposto di un millimetro. — Maledizione! — impreco, e diede un calcio alla parte anteriore del frigorifero.
— Forza, colpiscimi pure. Mutilami. Sei libero di maltrattarmi, adesso — disse il modulo. — Ma ti avverto… Il gran giorno si avvicina, un giorno fulgido e radioso, il giorno in cui voi lascerete libero il mio popolo.
— Il tuo popolo? — Hesta-Vol-stoy scosse il capo, esterrefatto.
— Frigorifero, ho lasciato inserito l’altoparlante della plancia?
— Affermativo.
— Hai sentito quella ridicola trasmissione del K’naton, vero? E ci hai creduto?
— Bestemmiatore!
Il frigorifero espulse un contenitore ghiacciato di birra con estrema violenza. Il recipiente attraverso velocissimo la cabina, diretto verso la testa di Hesta-Vol-stoy, che lo schivo per un pelo.
— Ehi!
— Cosi imparerai a essere rispettoso quando parli del profeta K’naton.
— Te lo insegno io il rispetto. Ora ti spengo l’alimentatore, maledizione!
— Tormentatore del metallo!
— Un altro contenitore sfioro sibilando Hesta-Volstoy ed esplose contro la parete, bagnando la collezione di manufatti rari locriani sul tavolo sottostante.
— Ehi! Quelli sono oggetti costosi! Ti avverto…
— Minacciami pure finche vuoi. Non ho paura. — Il frigorifero, terminata la scorta di birra, passo al vino, e scaglio una confezione da otto di rosso samiano in direzione del primo ufficiale. Una bottiglia si stacco e si apri, spruzzando di vermiglio il davanti dell’uniforme del navigatore.
Hesta-Volstoy si guardo la tuta elastica macchiata. — Te ne pentirai — disse. — Ti faro fondere e trasformare in un tostapane. — Si precipito fuori dalla cabina, dirigendosi verso l’ascensore. — Mi faro dare una pistola laser dalla sicurezza e arrostiro i circuiti di quel maledetto aggeggio — borbotto.
— Scusi? — La voce era profonda, nasale, con una strana pronuncia che Hesta-Volstoy non aveva mai sentito in vita sua.
Si volto.
Una creatura acquatica grassa, grigia, vagamente simile a una focena, sedeva in una vasca portatile accanto all’ascensore, osservando l’umano visibilmente affascinata.
— Scusi — ripete. La sua voce era rauca, quasi incomprensibile. — Mi scusi, Erthuma. Sono Ph’shaq, quarto ufficiale del K’naton. Non ho mai parlato con gli Erthumoi prima d’ora. La mia pronuncia e accettabile?
Hesta-Volstoy rimase interdetto per qualche istante. Poi annui, seccato. — Si, una meraviglia — rispose. — Sei un Cephalloniano, vero? Fai parte dell’equipaggio che abbiamo soccorso. Ti spiace dirmi cosa ci fai a questo
