miliardo di chilometri dal nemico, voi dovrete mettervi accanto ai rispettivi gusci. Quando saremo a meno di cinquecento milioni di chilometri, voi dovrete esserci dentro, e tutti i compartimenti verranno allagati e pressurizzati. Non potremo stare ad aspettare nessuno.

'Questo e quanto avevo da dire. Vicemaggiore?'

— Parlero ai miei piu tardi, commodoro. Grazie.

— In liberta. — E nessuna di quelle stupidaggini tipo: 'Fatti fottere, signore'. La Marina le considerava poco dignitose. Ci mettemmo sull’attenti, tutti eccettuato Stott, fino a che il commodoro non fu uscito dalla sala. Poi qualche altro marinaio ripete: 'In liberta' e ce ne andammo. Io andai in sala sottufficiali a cercare un po’ di soia, un po’ di compagnia, e magari anche qualche informazione.

Non sentii altro che ipotesi piu o meno oziose, percio presi la Rogers e andai a letto. Marygay era sparita di nuovo, forse con la speranza di estorcere qualche notizia a Singhe.

18

Il promesso incontro con il vicemaggiore ebbe luogo la mattina dopo. Ripete piu o meno quanto aveva detto il commodoro, nei termini tipici della fanteria e con la sua voce monotona. Mise in risalto il fatto che tutto quello che sapevamo delle forze di terra dei taurani era che, siccome la loro efficienza astronautica era migliorata, era molto probabile che questa volta fossero in grado di tenerci testa meglio dell’ultima volta.

Questo sollevava una questione interessante. Otto mesi (o nove anni) prima, noi avevamo un vantaggio enorme: i taurani sembravano non capire quello che succedeva. Bellicosi com’erano nello spazio, ci eravamo aspettati che al suolo fossero degli autentici unni. Invece, in pratica s’erano messi in fila per farsi scannare. Uno era riuscito a scappare, e presumibilmente aveva descritto ai suoi simili l’idea del combattimento all’antica.

Ma naturalmente questo non significava che la notizia fosse arrivata per forza di cose anche a quelli li, i taurani che facevano la guardia a Yod-4. L’unico modo a noi noto per comunicare a velocita superiori a quella della luce consiste nel portare fisicamente il messaggio attraverso balzi successivi da collapsar a collapsar. E non c’era modo di sapere quanti balzi ci fossero tra Yod-4 e la base centrale taurana… percio questi di Yod-4 potevano essere passivi come gli ultimi che avevamo incontrati, si, ma potevano anche avere fatto esercitazioni tattiche di fanteria per circa un decennio. Lo avremmo scoperto quando fossimo arrivati sul posto.

Io e l’armiere stavamo aiutando la mia squadra a infilare quelli della Manutenzione nei loro scafandri da combattimento, quando passammo il limite dei mille milioni di chilometri e dovemmo correre a metterci in posizione vicino ai gusci.

Avevamo all’incirca cinque ore da far passare prima di doverci infilare nei nostri bozzoli. Io feci una partita a scacchi con Rabi e persi. Poi la Rogers guido il plotone in una serie di vigorosi esercizi ginnici, probabilmente per far dimenticare la prospettiva di dover stare semischiacciati dentro ai gusci per almeno quattro ore. Al massimo ci eravamo rimasti per due ore soltanto.

Dieci minuti prima di arrivare ai cinquecento milioni di chilometri, noi comandanti di squadra provvedemmo a far ingusciare tutti. Dopo otto minuti eravamo tutti chiusi e allagati, in balia dei capricci del computer logistico… o al sicuro tra le sue braccia, a seconda dell’umore.

Mentre me ne stavo li supercompresso, un pensiero sciocco si impadroni del mio cervello e continuo a girare e a girare come una corrente elettrica in un superconduttore. Secondo il formalismo militare, la conduzione di una guerra si divide in due precise categorie: tattica e logistica. La logistica deve provvedere a spostare le truppe, a sfamarle e a fare praticamente tutto, tranne combattere, la qual cosa spetta alla tattica. E adesso stavamo combattendo, ma non avevamo un computer tattico a guidarci all’attacco e alla difesa, bensi un enorme, superefficiente, pacifista commesso alimentarista cibernetico, il computer logistico, segnatevi bene questa parola, logistico.

L’altra parte del mio cervello, forse un po’ meno esasperata, ribatteva che non aveva importanza il nome dato a un computer: e un mucchio di cristalli-memoria, di banchi logici, dadi e bulloni… Se lo programmi per essere Ghengis Khan, un computer tattico, anche se il suo compito abituale consiste nel seguire il mercato azionario o controllare la conversione dei rifiuti organici.

Ma l’altra voce era ostinata, e diceva che, in base a quel tipo di ragionamento, un uomo era un ciuffo di capelli e un po’ d’osso e di carne tigliosa: non importa che genere d’uomo e, e se gli insegni a dovere, puoi prendere un monaco zen e trasformarlo in un guerriero assetato di sangue.

E allora cosa diavolo sei tu, cosa siamo noi, cosa sono io, rispose l’altra parte. Uno specialista saldatore a vuoto, amante della pace, insegnante di fisica, arraffato dalla Legge della Coscrizione Elitaria e riprogrammato per diventare una macchina per uccidere. Tu, io ho ucciso, e mi e anche piaciuto.

Ma quella era ipnosi, condizionamento motivazionale, risposi a me stesso. Adesso non lo fanno piu.

E l’unica ragione per cui non lo fanno piu, dissi io, e che sono convinti che ucciderai meglio senza. E logico.

A proposito di logica, il problema originale era: perche mandano un computer logistico a fare un lavoro da uomo? O qualcosa del genere… e via daccapo.

La luce verde si accese, e io spinsi automaticamente l’interruttore con il mento. La pressione scese a 1,3, e finalmente mi resi conto che voleva dire che eravamo vivi e che avevamo vinto la prima schermaglia.

Avevo ragione solo in parte.

19

Mi stavo allacciando la cintura della tunica quando il mio anello mi fece il solletico, e lo alzai per ascoltare. Era la Rogers.

— Mandella, vai a controllare il vano 3. E successo qualcosa: Dalton ha dovuto depressurizzarlo dalla Centrale.

Il vano 3… era la squadra di Marygay! Mi precipitai nel corridoio a piedi nudi e arrivai sul posto proprio mentre aprivano la porta dall’interno della camera a pressione e cominciavano a uscire sparpagliati.

Il primo a uscire fu Bergman. Lo afferrai per un braccio. — Cosa diavolo succede, Bergman?

— Eh? — Mi guardo, ancora stordito, come tutti quelli che uscivano dalla camera. — Oh, sei tu, Mandella. Non lo so. Cosa intendi dire?

Mi infilai oltre la porta, senza mollarlo. — Siete in ritardo, avete depressurizzato in ritardo. Che cos’e successo?

Egli scrollo la testa per schiarirsela. — In ritardo? Come, in ritardo? In ritardo di quanto?

Guardai il mio orologio, per la prima volta. — Non troppo… Gesu Cristo. — Uh, siamo entrati nei gusci alle 0520, no?

— Si, credo di si.

Ancora non vedevo Marygay tra le figure che si muovevano tra le file di cuccette e i grovigli di tubi. — Uhm, eravate in ritardo solo di un paio di minuti… ma dovevamo stare sotto pressione per quattro ore soltanto, magari meno. Sono le 1050.

— Uhm. — Bergman scrollo di nuovo il capo. Lo lasciai, passai di nuovo dalla porta e raggiunsi Stiller e Demy.

— Tutti in ritardo, allora — disse Bergman. — Quindi non ci sono difficolta.

— Uh… — Inutile insistere. — Giusto, giusto… Ehi, Stiller! Hai visto…

Dall’interno: — Medico! Medico!

Stava uscendo qualcuna che non era Marygay. La spinsi bruscamente da parte, mi tuffai oltre la porta, andai a sbattere contro qualcuno e raggiunsi Struve, l’assistente di Marygay, che stava accanto a un bozzolo e parlava, forte e in tono concitato, nel suo anello.

— … e sangue Dio si che ne abbiamo bisogno…

Era Marygay ancora distesa dentro al guscio ed era…

— … ho sentivo da Dalton…

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