— Verreste con me in Svezia?
Carlsen sorrise, con entusiasmo. — Certamente.
— Von Geijerstam ha acconsentito a riceverci. Se prendiamo il volo delle tre e quarantadue saremo a Karlsborg alle sei e trenta.
— Dov’e Karlsborg?
— E una cittadina sull’estremita nord del Golfo di Bothnia. Von Geijerstam ci mandera un aerotassi.
— Cosa devo portare con me?
— Solo il necessario per un paio di giorni. E il libro di von Geijerstam. Vorrei rileggerlo durante il viaggio.
L’elitassi di Carlsen arrivo all’aeroporto all’ultimo momento. Carlsen e Fallada ebbero appena il tempo di scambiare due parole prima di allacciare le cinture di sicurezza a bordo del jet di una linea aerea russa, diretto a Mosca via Stoccolma e S. Pietroburgo.
Nonostante tutto, Carlsen non aveva mai perso completamente il gusto infantile per i viaggi in aereo. Ora, mentre vedeva svanire i prati verdi dell’Inghilterra meridionale, sostituiti dalla distesa argentea del mare, provo un’eccitazione nuova, come se stesse cominciando un’avventura appassionante.
Fallada chiese: — Siete mai stato nel nord della Svezia?
— Non piu su di Stoccolma. E voi?
— Ci sono stato per preparare la mia tesi sul fenomeno dei suicidi in quel paese. Ho passato molte settimane nel nord. La gente e cupa e riservata ma il paesaggio e stupendo.
Una hostess arrivo con i cocktail, e tutti e due accettarono un martini. Era un po’ presto per bere, ma Carlsen si sentiva come in vacanza. Chiese a Fallada: — Avete parlato personalmente con von Geijerstam?
— Si. Una conversazione di un quarto d’ora. E un simpaticissimo vecchio. Quando gli ho parlato dei miei esperimenti si e appassionato come un ragazzo.
— Che cosa gli avete detto degli alieni?
— Niente. Non mi e sembrato prudente parlarne per teleschermo. Gli ho detto semplicemente che sto affrontando il piu bizzarro e complesso caso che mi sia mai capitato. Mi ha subito invitato ad andare da lui per raccontargli tutti i particolari. Dev’essere alquanto ricco. Si e offerto di pagarmi le spese di viaggio! Naturalmente gli ho detto che saranno a carico dell’Istituto. A proposito, l’Istituto rimborsera anche le vostre spese. Siete qui infatti in forma ufficiale, come mio assistente.
Carlsen rise. — Cerchero di non deludere la vostra fiducia.
Cambiarono aereo a Stoccolma, passando su un apparecchio piu piccolo, delle linee svedesi. Fallada torno a immergersi nella lettura di “Vampirismo psichico”. Carlsen guardava scorrere in basso la campagna di pini, e infine la tundra chiazzata di neve. Il sole d’aprile era sbiadito, come se i suoi raggi filtrassero attraverso uno strato di ghiaccio.
Il servizio di bordo offri pesce con biscotti salati, e vodka. Fallada mangio distrattamente, senza staccare gli occhi dal libro. Leggeva in fretta ma con grande concentrazione. Nelle due ore e mezzo da quando avevano lasciato Londra, aveva letto quasi tre quarti del libro di von Geijerstam.
L’aereo si abbasso tra una fitta distesa di nuvole e plano su isole parzialmente coperte di neve. L’aeroporto di Karlsborg sembrava assurdamente piccolo. C’era solo una torre di controllo, e un piccolo campo d’atterraggio circondato da capanne di tronchi. Sbarcando dall’aereo, Carlsen venne colto di sorpresa dal freddo secco dall’aria.
Il pilota dell’aerotassi ando loro incontro. Non sembrava affatto uno scandinavo. I capelli neri e la faccia tonda ricordavano un esquimese. L’uomo prese i bagagli, e li guido verso un elicottero a sei posti in attesa su un campo che fiancheggiava l’aeroporto. Pochi minuti dopo sorvolavano a bassa quota prima una campagna coperta di neve e poi una distesa d’acqua.
Carlsen scopri che il pilota parlava un po’ di norvegese. Era un lappone. Quando Carlsen gli chiese quanto fosse grande Storavan, il pilota lo guardo sorpreso e poi disse: — Circa dieci chilometri.
— Allora e una citta molto grande.
— Non e una citta, e un lago.
Non disse altro. Il paesaggio cambio un’altra volta: ora stavano sorvolando montagne coperte di foreste. Di tanto in tanto si vedeva di sfuggita una renna. Fallada continuava la sua lettura.
Finalmente richiuse il libro. — Interessante, ma assolutamente pazzesco.
— Volete dire privo di logica?
— No, non questo. Ma von Geijerstam e convinto che i vampiri siano spiriti maligni.
Carlsen sorrise. — E non e cosi?
— Avete visto la murena attaccare il polipo. Era uno spirito maligno?
— Ma se questi alieni possono vivere fuori del corpo, non si potrebbe definirli spiriti?
— Non nel senso di von Geijerstam. Lui parla di fantasmi e di demoni.
Carlsen guardo le foreste che scorrevano a una trentina di metri sotto di loro. In un paese come quello non era difficile credere ai fantasmi e ai demoni. Si vedevano piccoli laghi scuri, in cui si rifletteva il cielo trasformandoli in lastre di vetro azzurro. Una cascata, precipitando da una scarpata granitica, sollevava nell’aria una nuvola di vapore bianco. Carlsen udiva il rombo della cascata sopra il rumore dell’aereo. A occidente il cielo stava passando dall’oro al rosso. Era un paesaggio irreale, da favola.
Un quarto d’ora piu tardi il pilota indico davanti a se.
— Heimskringla — disse.
Videro un lago che si snodava fra le montagne a perdita d’occhio. Piu a sud c’era un altro lago le cui acque luccicavano fra gli alberi. Sulla destra si vedeva una cittadina. Carlsen penso che fosse Heimskringla, ma si rese conto subito che stavano sorpassandola.
Chiese al pilota: — “Var a Heimskringla?”
Il pilota indico nuovamente. — “Dar” — rispose.
E allora Carlsen vide un’isola in mezzo al lago. Fra i pini si intravedeva un tetto. A mano a mano che si abbassavano si riusciva a distinguere la facciata della casa, grigia, con torrette che la rendevano simile a un castello. Il retro dava sul lago. Davanti c’era un giardino, con sentieri tortuosi che si perdevano fra gli alberi. In una radura sul margine del lago sorgeva una cappella fatta di tronchi.
L’elicottero si poso leggermente sulla ghiaia davanti alla casa. Mentre le eliche rallentavano e poi si fermavano, un uomo usci dalla casa e ando verso l’aerotassi. Lo seguivano tre ragazze.
— Un simpatico comitato di ricevimento — disse Fallada.
L’uomo che veniva loro incontro era alto e snello, e camminava con passo elastico e sicuro. Fallada disse: — Non puo certo essere il conte. E troppo giovane.
Smontati dall’elicottero vennero investiti da un vento freddo che sapeva di neve. L’uomo tese la mano. — Molto onorato di avervi miei ospiti. Sono Ernst von Geijerstam. Siete stati di una cortesia squisita ad affrontare questo viaggio per venire a trovare un povero vecchio.
Carlsen si chiese se stesse scherzando. Anche se i baffi erano grigi e la bella faccia era segnata da rughe, l’uomo non dimostrava piu di sessant’anni.
L’effetto giovanile era aumentato da una tenuta perfetta: giacca nera, pantaloni a righe sottili, cravatta bianca a farfalla. Il conte von Geijerstam parlava un inglese perfetto, senza traccia di accento.
Carlsen e Fallada si presentarono. Von Geijerstam si giro a indicare le tre ragazze. — E queste sono tre delle mie allieve: Selma Bengtsson, Anneleise Freytag, Louise Curel.
La signorina Bengtsson, una bionda alta, trattenne la mano di Carlsen un attimo piu del necessario. Abituato a riconoscere un certo scintillio nello sguardo degli estranei, Carlsen intui quello che la bionda avrebbe detto. Selma, infatti, disse: — Vi ho visto in televisione. Voi siete il Comandante della…
— Della “Hermes”, si — completo Carlsen.
Von Geijerstam disse: — E siete qui in veste di assistente del dottor Fallada. — Lo disse come un dato di fatto, senza ironia.
— E quello che risultera, quando chiedero il rimborso delle spese — disse Fallada.
— Capisco. — Il conte rivolse poi qualche parola in lettone al pilota. L’uomo saluto e risali sull’elicottero.
— Gli ho detto di tornare domani pomeriggio, a meno che, naturalmente, decidiate di restare piu a lungo… Adesso volete vedere il lago, prima di entrare in casa?
