— Si. Perche?
— Perche ho notato che i gradini non sono affatto consumati dall’uso.
— Un’osservazione che ho fatto anch’io — disse il conte. — Forse sono sempre stati usati poco.
Anche qui, come nel castello, le pareti erano coperte di pannelli di legno di pino. Von Geijerstam sali per primo le scale, Fallada e Carlsen lo seguirono. Tre rampe di gradini. Su ogni pianerottolo il conte si fermo a mostrare i ritratti appesi alle pareti.
— Questi sono opera di Gonzales Coques, il pittore spagnolo. Da giovane, il Conte Magnus fu mandato in missione diplomatica ad Anversa, dove Coques stava lavorando al ritratto del governatore olandese. Magnus chiese a Coques di fargli i ritratti dei grandi alchimisti. Questo e Albertus Magnus. E questo, Cornelio Agrippa. Ed ecco Basil Valentinus, frate benedettino oltre che alchimista. Notate qualcosa di curioso in questi ritratti?
Carlsen osservo attentamente gli antichi dipinti a olio, poi scosse la testa. — Non saprei — disse. — Forse questo: il pittore ha dato a tutti un portamento nobile, maestoso.
Fallada approvo con un cenno. — Sembrano ritratti di santi — disse.
— Magnus aveva circa venticinque anni quando li ordino a Coques. A mio parere, questi quadri rivelano che a quel tempo era dotato di nobili ideali. Eppure, solo dieci anni piu tardi faceva massacrare i contadini di Vastergotland e si preparava a vendere l’anima al diavolo.
— Come mai?
Il conte si strinse nelle spalle. — Appunto, come mai? Credo di essere arrivato a una conclusione, ma ci vorrebbe troppo per spiegarlo.
Li precedette sull’ultima rampa di scale. Dalla finestra di vetri piombati si vedeva il lago illuminato dalla luna.
La porta davanti a cui si fermarono era appesantita da strisce di metallo e da borchie. Lo stipite di destra mostrava segni di scassinatura. Era scheggiato, e c’erano le tacche lasciate da un’accetta.
Von Geijerstam disse: — Probabilmente questa stanza e stata sigillata dopo la morte del Conte Magnus, e forse la chiave e stata gettata via. Qualcuno, di una generazione successiva, l’ha forzata. — Spinse il battente e la porta si apri.
La stanza era molto piu grande di quanto si erano aspettati. Nell’aria stagnava un curioso odore sgradevole. Il conte giro un interruttore, ma la luce non si accese. — E strano — disse il conte — qui dentro le lampadine durano pochissimo.
Carlsen disse in tono scherzoso: — Forse la luce elettrica non va a genio al Conte Magnus?
— Oppure c’e qualcosa che non va nell’impianto. — Cosi dicendo von Geijerstam accese due lampade a olio posate su un tavolo d’angolo.
Carlsen se ne ricordo improvvisamente: era l’odore di un laboratorio dove per qualche ragione si sezionano cadaveri.
Alla luce delle lampade a olio videro una grossa stufa di mattoni e una specie di tenda da campo, nera. Carlsen la tocco e senti che la tenda era fatta di seta, la seta piu pesante che avesse mai visto.
Von Geijerstam spiego: — Questa era una specie di camera oscura. Certe operazioni di alchimia devono essere fatte nell’oscurita totale.
Sugli scaffali c’erano bottiglie di vetro e recipienti di varie forme e misure. C’era anche un piccolo alligatore impagliato, e un mostricciattolo con la testa d’uccello, il corpo di gatto e la coda di lucertola. Carlsen si avvicino per vederlo meglio, ma non riusci a distinguere alcuna traccia di congiunzione. In un angolo c’era un apparecchio strampalato, di metallo, con vari tubi che ne uscivano e un pesante coperchio di terracotta.
Von Geijerstam prese un volume rilegato in pelle, dagli angoli consunti, e lo mise, aperto, sul banco di lavoro.
— Questo e il diario di alchimia del Conte Magnus. Pare che avesse il talento di un vero scienziato. All’inizio tutti i suoi esperimenti furono rivolti a produrre un liquido chiamato “alkaherst” e che aveva le proprieta di ridurre qualsiasi materia al suo stato primitivo. Questo fu il suo primo passo in alchimia. Una volta ridotta la materia allo stato primitivo, il passo successivo sarebbe stato quello di sigillarla in un recipiente e di metterla nell’“athanor”, ovvero in quella fornace. Magnus passo quasi un anno nei tentativi di trasformare in “alkaherst” sangue umano e urina.
Sfoglio il volume piu avanti. La calligrafia era angolosa, disordinata e a svolazzi, ma i disegni che accompagnavano lo scritto, schizzi di apparecchi d’analisi chimica, alambicchi, e altro, erano fatti con la massima cura e precisione.
Von Geijerstam richiuse il volume.
Mentre lo rimetteva a posto riprese a parlare. — Il dieci gennaio del milleseicentoottantatre, Magnus si convinse d’essere riuscito a ottenere l’“alkaherst” da urina di bambini e cremore di tartaro. Il volume successivo fu iniziato due mesi piu tardi perche lui aveva bisogno della rugiada primaverile per la sua materia primeva. Annoto di avere speso anche duecento fiorini d’oro per acquistare veleno di cobra importato dall’Egitto.
Disgustato, Fallada esclamo: — Non c’e da meravigliarsi se alla fine e impazzito!
— Eppure, leggendo questi diari lo si direbbe in pieno possesso delle sue facolta mentali. Dice di aver salvato la vita alla moglie del fattore, durante un parto, e di aver curato un suo pastore che soffriva di gotta, servendosi di un miscuglio di “alkaherst” e di olio allo zolfo. Sentite la conclusione: “Il pastore riusci ad arrampicarsi fino in cima all’albero vicino alla fontana”. — Sfoglio qualche pagina, poi si fermo a indicare. — Ma ora, guardate qui… che cosa notate? — disse.
Carlsen scosse la testa. Fallada disse: — Niente, tranne il fatto che la scrittura sembra peggiorata.
— Esatto. Era disperato. Una volta un esperto grafologo mi disse che questa e la calligrafia di un uomo che medita il suicidio. Sentite: “Or n’est il fleur, homme, femme, beaute, que la mort a sa fin ne le chace”. E in francese dell’epoca. Dice: “Non esiste fiore, uomo, donna, bellezza, che la morte alla fine non cancelli”. Questa e altre riflessioni simili indicano che era ossessionato dal pensiero della morte.
Fallada chiese: — Perche ogni tanto scriveva in francese?
— Lui era francese. La Corte svedese del millesettecento pullulava di nobili francesi. E ora guardate.
Prese un altro diario, rilegato in pelle nera.
— Qui scrisse la data in codice, ma io l’ho decifrata: maggio milleseicentonovantuno, un mese dopo la sua espulsione dalla Corte. Dice: “Colui che volesse bere il sangue dei suoi nemici e ottenere fedeli servitori dovrebbe andare alla citta di Chorazin, e cola rendere omaggio al Principe dell’Aria”. Poi non scrisse piu niente fino al novembre successivo. Salto sei mesi, insomma. E guardate adesso la calligrafia.
— Ma non sembra neppure quella della stessa persona — disse Carlsen.
La calligrafia infatti aveva ora caratteristiche completamente diverse: era chiara, piu minuta e allo stesso tempo piu decisa.
— Ma e sempre la sua — riprese il conte. — Ci sono altri documenti firmati da lui, con questa stessa calligrafia. Magnus di Skane… e il suo luogo di nascita. E la calligrafia cambia di nuovo, piu avanti. — Sfoglio qualche altra pagina. Carlsen riconobbe la calligrafia di prima, appuntita e un po’ disordinata. — Il grafologo dice che e un chiaro sdoppiamento di personalita. Fa ancora esperimenti di alchimia, ma ora li annota servendosi di un codice… Ah, ecco quello che cercavo… — Il conte era arrivato quasi alla fine del diario. In mezzo a una pagina bianca c’era il disegno di un polipo.
Carlsen e Fallada si chinarono per osservarlo meglio. Il disegno non aveva la precisione meticolosa di quelli visti in precedenza. Le linee erano incerte.
Fallada osservo: — Qui c’e un’inesattezza: ha disegnato un’unica fila di ventose. E gli ha dato una specie di faccia umana… — Guardo Carlsen — Quei polipi della “Stranger” avevano qualcosa in comune con questi?
— No — rispose Carlsen corrugando la fronte. — Sono certo che non avevano affatto fisionomia umana, come questo.
Von Geijerstam chiuse il libro e lo rimise sullo scaffale da dove l’aveva preso. — Andiamo — disse. — Voglio mostrarvi altre cose. — Spense le due lampade a olio, e li precedette sul pianerottolo. Carlsen provo un gran sollievo a uscire da quella stanza. Quel vago odore di muffa e di chissa che altro cominciava a dargli la nausea. Appena furono all’aperto respiro profondamente la frizzante aria notturna.
Von Geijerstam svolto a sinistra e li guido lungo il sentiero, poi attraverso il prato, fino al laghetto artificiale e oltre. La luna rendeva l’erba grigio argentea.
— Dove stiamo andando?
— Al mausoleo.
