— Se la Donaldson fosse ancora invasata dal vampiro, non farebbe domande. Cercherebbe di non farsi notare in nessun modo.
Fallada disse con aria pensosa: — E vero. — Poi sorrise. — Stai diventando una specie di Sherlock Holmes! — disse.
La sala da pranzo di Armstrong era inondata di sole. Heseltine era gia seduto a tavola. Armstrong si stropiccio le mani. — Buongiorno — saluto. — E una magnifica giornata. Dormito bene?
Tutti e due fecero un mormorio affermativo.
Armstrong disse: — Lamson ha dato un tranquillante a Reeves. Nel caffe. Gli ho anche detto di preparare una iniezione leggermente ipnotica. Probabilmente e il modo piu semplice, se volete fargli domande.
Fallada disse, soprappensiero: — Ottimo. Voi pensate sempre a tutto.
— Sono contento di essere utile. Proprio contento. — Grido verso la cucina: — George, altro caffe per favore. — Era in piedi, vicino alla porta, e li guardava soddisfatto. — Ma prego, accomodatevi. Non aspettate me, io ho gia fatto colazione. Adesso vado a fare il solito giro d’ispezione. George vi dara tutto quello che vi occorre. — Usci, chiudendo la porta senza far rumore. Il giovane strabico, che ora indossava un camice bianco, porto un vassoio con caffe e fette di pompelmo.
Quando rimasero soli, Fallada disse: — Temo che sara solo una perdita di tempo.
Heseltine alzo gli occhi. — Perche? — chiese.
— E soltanto un sospetto — disse Carlsen. — Ho parlato con Lamson. Mi ha detto che Reeves e cambiato di nuovo. Non sembra piu attento come i giorni scorsi…
Era ancora riluttante a parlare di quello che gli era successo durante la notte.
Heseltine scosse la testa. — Allora, cosa consigliate?
Carlsen disse: — Continuiamo come avevamo deciso. Non fara danno interrogare questo Reeves.
Fallada disse: — Potrebbe essere ancora in contatto mentale con la aliena, come lo eri tu. Potrebbe persino dirci dov’e adesso.
— Puo darsi — disse Carlsen, ma sapeva che non era cosi.
Il giovane in camice bianco porto uova e pancetta. Continuarono la colazione in silenzio. Carlsen sentiva che i suoi due compagni erano depressi all’idea che il loro progetto potesse fallire. Quanto a lui, i suoi sentimenti erano stranamente passivi e assopiti, come se la tensione degli ultimi giorni l’avesse esaurito.
Armstrong torno mentre stavano finendo di mangiare. Era seguito da Lamson e da un altro infermiere.
— Avete mangiato abbastanza? Bene — disse. — Io comincio sempre la giornata con una colazione abbondante. — Armstrong indossava un camice bianco. E Carlsen noto che era di ottimo umore. Il direttore aggiunse: — Sono convinto che e questo il guaio dei nostri ricoverati.
Heseltine lo guardo sorpreso. — La prima colazione? — disse.
— O la mancanza della prima colazione. Non hanno mai preso l’abitudine di farla. Risultato: tensione nervosa, cattivo umore, ulcere, stress emotivo. Dico sul serio. Se volete diminuire la criminalita in Inghilterra, dovreste convincere tutti a fare un’abbondante colazione al mattino. — Poso una mano sulla spalla di Carlsen: — Vero, Comandante?
Carlsen disse: — Sono d’accordo. — Ora si rendeva conto che in lui c’era qualcosa di diverso: non riusciva piu a leggere nella mente degli altri. Se n’era accorto quando Armstrong l’aveva toccato sulla spalla: il contatto era stato del tutto anonimo, e non gli aveva dato alcuna percezione.
Armstrong si stropiccio le mani. — Dunque, signori, siamo pronti per cominciare?
Tutti guardarono Carlsen, come se fosse sottinteso che la decisione toccava a lui. — Si, certo — disse.
— Allora suggerirei che Lamson e io si entri per primi. Cosi Reeves credera che si tratti di una normale visita di controllo. — Si rivolse a Fallada. — Controllo il suo livello di adrenalina durante i periodi di luna piena. Se sale troppo, c’e pericolo di panico psicopatico, e in tal caso gli somministriamo dei tranquillanti. — Si volse poi a Carlsen e a Heseltine: — Sara forse meglio se non vi fate vedere finche non gli avremo fatto l’iniezione.
Lo seguirono lungo il corridoio e su per due rampe di scale. Carlsen trovo che il posto era deprimente. L’ospedale era stato costruito all’inizio del secolo, quando la percentuale dei malati mentali era aumentata in maniera impressionante. L’architettura era puramente funzionale. I muri di plastica, che una volta davano l’impressione di luce e aria, adesso erano sporchi e graffiati. Su ogni pianerottolo le porte metalliche tinte di verde perdevano la vernice a pezzi.
— Qui ci sono i padiglioni principali — disse Armstrong. — I malati in isolamento sono al piano superiore. Le loro stanze hanno pareti insonorizzate, in modo che gli altri non siano disturbati. Norton, volete aprire, per favore? — L’infermiere inseri le chiavi nelle due serrature e le giro simultaneamente. La porta si apri senza far rumore. Le pareti del corridoio oltre la porta erano coperte con un mosaico di plastica che rappresentava un paesaggio montano. Armstrong disse: — Reeves e nella stanza in fondo.
Carlsen noto che evitava di dire cella.
La porta in fondo al corridoio si apri e ne usci Ellen Donaldson che richiuse con cura. Ebbe un’espressione di sorpresa nel vedere il gruppo di persone che avanzavano, e quando il suo sguardo incrocio quello di Carlsen, la donna impallidi. Mentre Armstrong le passava accanto, l’infermiera lo afferro per una manica. — Posso parlarvi un momento, dottore? — chiese.
— Non adesso, signorina Donaldson. Abbiamo da fare — disse lui, e passo oltre.
— Ma si tratta di Reeves…
Armstrong si volto di scatto: — Non adesso, ho detto. — Aveva parlato a voce bassa, ma con un tono aspro di comando. I due infermieri si scambiarono un’occhiata sorpresa. Senza dire altro, l’infermiera si allontano.
Carlsen si aspettava che lei lo guardasse ancora, ma la donna se ne ando senza alzare gli occhi. Il suo comportamento lo lascio perplesso. Non era la reazione di una capo infermiera congedata in modo irritante. Ellen sembrava sottomessa e senza risentimento.
Norton aprila porta, e si fece da parte per lasciar entrare Armstrong. Senza voltarsi il direttore fece un gesto perentorio con la mano, per ordinare agli altri di non avvicinarsi. Lamson stava riempiendo una siringa col liquido contenuto in un flaconcino.
In quel momento Carlsen comprese. Di colpo, senza il minimo dubbio, si rese conto che l’aliena si era impossessata di Armstrong. E nello stesso momento, con lo stesso processo mentale, intui che cosa bisognava fare. Tese una mano verso Lamson, sorridendo. Lamson lo guardo sorpreso, ma gli cedette la siringa. Con un solo passo, Carlsen supero Norton. In quell’attimo, Armstrong stava chinandosi su un uomo disteso sul letto.
— Buon giorno, Reeves… — disse il direttore.
Prima che dicesse altro, Carlsen gli aveva passato il braccio sinistro intorno alla gola, e lo tirava all’indietro. Norton grido qualcosa. Carlsen agi con estrema calma. Con una forza che lo meraviglio, si tiro la testa di Armstrong contro il petto, e, fissando la siringa, gliene inietto il contenuto attraverso il tessuto del camice. Senti il sussulto di Armstrong sotto la puntura. Poi, senza fretta, Carlsen premette lo stantuffo della siringa. Lamson era andato a mettersi in modo da vedere Carlsen in faccia. Quando i loro sguardi si incontrarono, Carlsen sorrise, con un cenno d’intesa. Sentiva di controllare perfettamente la situazione. Conto fino a dieci, e senti che Armstrong si rilassava. Lascio scivolare il corpo sul pavimento. Ma d’un tratto Armstrong si mosse. Si giro a faccia in giu e afferro Carlsen per le gambe. Carlsen aveva previsto questa possibilita, e subito si lascio cadere in ginocchio sulle spalle di Armstrong, immobilizzandolo al suolo. Contemporaneamente Lamson si era chinato ad afferrare le gambe di Armstrong. Per qualche secondo, Armstrong continuo a dibattersi, poi i suoi sforzi si indebolirono e cessarono. Quando Carlsen lo rigiro sulla schiena, aveva gli occhi vitrei.
Heseltine, con voce inaspettatamente calma, chiese: — Perche tutto questo?
Carlsen sorrise a Lamson. — Grazie per l’aiuto.
Lamson disse: — Avreste dovuto dirmelo. Avevo sempre pensato che ci fosse qualcosa di strano in lui.
— Non volevo correre rischi — disse Carlsen, poi si rivolse a Fallada e a Heseltine. — Portiamolo in una stanza vuota. Voglio interrogarlo prima che l’effetto dell’iniezione svanisca. — E chiese a Lamson: — Dove possiamo portarlo?
— Giu nel gabinetto medico, direi. Un momento. Vado a prendere una sedia a rotelle. — Torno dopo pochi secondi con una sedia pieghevole, di tela. — Dacci una mano, Ken — disse all’altro infermiere.
Per la prima volta Carlsen guardo l’uomo disteso sul letto. Pareva che tutta quella confusione non l’avesse affatto scosso.
Fissava il soffitto, la faccia apatica. Era alto e robusto, ma con la pelle floscia e giallognola. Nonostante le
