— Davvero molto… come dire… molto notevole. Come avete localizzato questo… questo vampiro?
— L’esperto svedese ci ha insegnato come fare — disse Carlsen. — Gli abbiamo promesso di non rivelare il sistema.
— Capisco. E gli altri due alieni?
— Ne abbiamo rintracciato uno a New York, L’altro e qui a Londra.
— Come intendete trovarlo?
— Come primo passo bisognerebbe far trasmettere su tutte le reti questa registrazione perche il pubblico sia messo al corrente della loro esistenza. Ho fissato un’intervista alla televisione per questa sera alle dieci — disse Carlsen.
— Cosa? — Le folte sopracciglia di Jamieson si inarcarono in un’espressione di sorpresa. — Ma questa e una contravvenzione ai nostri accordi!
— Quando abbiamo fatto quell’accordo, voi credevate che gli alieni fossero morti — disse Carlsen. — Ora la situazione e diversa.
Jamieson batte la mano sulla scrivania. — Mi dispiace, signori, ma devo categoricamente proibire un’iniziativa simile!
Carlsen disse, calmo: — Vi prego di scusarmi, ma non potete impedire niente. Siete il Primo Ministro di questo paese, non il dittatore.
Jamieson sospiro. — Comandante, mi state facendo perdere tempo. — Cosi dicendo premette un pulsante rosso sul registratore. — Ora la bobina e cancellata.
— Non serve a niente — disse Carlsen. — Prima di venire qui, ne abbiamo fatte diverse copie.
— Voglio anche quelle.
— Una e gia alla stazione televisiva — aggiunse Carlsen.
— Allora dovete farvela ridare.
Carlsen lo guardo senza parlare. Vide un’ombra di incertezza negli occhi che tentavano di fargli abbassare lo sguardo, poi Jamieson disse in tono discorsivo: — O siete molto coraggioso o siete molto stupido. O forse l’uno e l’altro. — Mentre il Primo Ministro parlava, la sua faccia cambio. Non fu un mutamento fisico, e la sua espressione rimase impassibile; ma gli occhi rivelarono l’esistenza di una diversa personalita. Lo sguardo si fece d’un tratto duro e remoto. Per i tre uomini fu come trovarsi in presenza di un despota con poteri illimitati. Quando Jamieson parlo, anche la voce suono diversa. Persa l’ampollosita bonaria e cortese, era adesso spersonalizzata, con un timbro metallico. Il tono freddo, distaccato, diede i brividi a Carlsen.
— Dottor Fallada, chiamate il laboratorio e dite al vostro assistente di mandare qui il dottor Armstrong — disse Jamieson.
— Dunque sapevate gia — disse Fallada.
Jamieson lo ignoro. Premette un pulsante, e subito comparve la ragazza gallese.
— Vraal, chiama il laboratorio del dottor Fallada sulla linea privata. Il dottore vuole parlare col suo assistente, Grey.
Fallada fece per alzarsi, poi sulla faccia gli passo un’espressione di sorpresa, e lui ricadde sulla poltrona. Carlsen provo un improvviso senso di languore, come se gli avessero iniettato un anestetico. Tento di alzarsi, ma non gli fu possibile: il sedile si era trasformato in una calamita che lo tratteneva con forza. Chiuse gli occhi, con la sensazione che il suo corpo fosse diventato un masso inamovibile.
La ragazza premette un tasto collegato a un elenco elettronico, e compose un numero. Quando una voce femminile rispose, Vraal disse: — Il dottor Fallada desidera parlare col dottor Grey.
Carlsen noto lo stesso curioso timbro metallico nella voce della ragazza gallese.
Jamieson e la ragazza guardavano Fallada. Lo scienziato ebbe un sussulto, poi si irrigidi, i muscoli della faccia ebbero un movimento convulso. Mentre i due continuavano a fissarlo, Fallada si alzo e si avvicino con mosse rigide allo schermo.
— Non lo fare, Hans! — disse Heseltine.
Ma Fallada non l’ascolto. Si mise davanti al teleschermo. — Salve, Norman — disse con voce roca. — Mandatemi Armstrong al dieci di Downing Street. Potete farlo subito?
— Si, dottor Fallada. E l’iniezione ipnotica? Devo fargliene un’altra?
— No, portatelo cosi com’e. Voglio che l’effetto della dose precedente gli passi.
In tono preoccupato Grey chiese: — Vi sentite bene?
Fallada sorrise. — Si, benissimo. Sono solo un po’ stanco. Prendete la cavalletta dell’Istituto.
— D’accordo.
La ragazza allungo la mano e chiuse la comunicazione. Fallada barcollo e dovette appoggiarsi alla scrivania. Sembrava invecchiato di colpo.
Con uno sforzo doloroso, Heseltine si rivolse a Carlsen. — Cosa ci stanno facendo? — chiese con voce impastata.
— Si servono di pressione-volonta. Non preoccupatevi. Non possono continuare a lungo. E una cosa snervante.
Con la sua nuova voce atona, Jamieson disse: — Continueremo fin che sara necessario.
Fallada ricadde sulla sua poltrona. Aveva la faccia lucida di sudore. Carlsen provo un forte rimorso per averlo esposto a quella estrema umiliazione: l’uso del proprio corpo e della propria voce al servizio della volonta di un altro. Gli disse: — Hans, non cedere al sonno. Finche lotti e ti opponi, non possono piegare la tua resistenza. L’altro ha tentato con me questa notte, ma non c’e riuscito.
Jamieson lo guardo con curiosita. — Sono molte le cose che ancora non sappiamo sul vostro conto, Carlsen. Per esempio, come fate a sapere della pressione-volonta. — Guardo Fallada ed Heseltine. — Non fatevi fuorviare da quella che e stata la sua esperienza. Lui ha avuto tempo di esercitarsi a opporre resistenza. Voi, no. Inoltre, non avete scelta. Vi faremo una proposta.
Tacque. Heseltine disse: — Sentiamola.
La voce disse: — Abbiamo bisogno della vostra collaborazione, e le alternative sono due. O voi fate quello che vi diciamo, o noi vi uccidiamo per entrare nei vostri corpi.
Carlsen disse: — In ogni caso significa prendere possesso dei nostri corpi.
— Nel caso crediate che sia spiacevole, posso rassicurarvi — disse Jamieson. Si rivolse alla ragazza: — Vraal, dai una dimostrazione all’Alto Commissario Heseltine.
Vraal ando dietro la poltrona di Heseltine, e gli piego leggermente all’indietro la testa mettendogli una mano sulla fronte. Poi gli appoggio l’altra mano sulla gola. Osservando la faccia di Heseltine, Carlsen si accorse del tentativo di resistenza. Ma subito il Commissario crollo. Fece un nuovo tentativo di opporsi, poi si arrese. Gli occhi di Heseltine si chiusero, il suo respiro si fece profondo.
Jamieson disse: — Basta cosi, Vraal. — La ragazza stacco le mani con una certa riluttanza, ma la destra rimase posata leggermente sulla spalla di Heseltine. — Basta, ho detto! — scatto Jamieson.
La mano ricadde, Heseltine apri gli occhi lentamente e guardo Carlsen senza vederlo.
La ragazza si volto verso Olaf. Aveva le labbra umide. Jamieson le disse: — No. Non c’e bisogno di dimostrazioni per il Comandante Carlsen. Ne ha gia avute.
Il vento fece svolazzare le tende della finestra. Jamieson si sistemo meglio sulla poltrona, fissando i tre uomini. La sua faccia sembrava di pietra. Nella stanza stagnava un silenzio innaturale. Il rumore del traffico sembrava lontano. Carlsen raccolse tutte le sue energie per non cedere alla sonnolenza, mentre Heseltine e Fallada erano gia sul punto di addormentarsi. L’atmosfera non era di panico, ma di languore quasi sessuale. Il tempo sembrava aver perso importanza. Nella mente di Carlsen passarono ricordi lontani, favole dell’infanzia: i campi di papaveri di “Il mago di Oz”, la casetta di pandizucchero di “Hansel e Gretel”… Si sentiva completamente rilassato, con la sensazione che tutto andava bene. Quando cerco di dirsi che era in pericolo, non gliene venne alcun senso d’allarme. Una specie di magica nebbia dorata gli offuscava la mente confondendogli i perir sieri.
Si udi il suono di un campanello, e Carlsen si rese conto di essersi addormentato. Jamieson disse: — Questo dev’essere il nostro amico.
Usci. Quando torno dopo qualche minuto, Carlsen raccolse energia sufficiente per girarsi a guardare. Con Jamieson c’era Armstrong. Aveva la faccia cerea e camminava lentamente, con movimenti goffi. Jamieson lo accompagno a una poltrona. Armstrong guardo Carlsen, poi Fallada ed Heseltine, senza dimostrare interesse. Aveva il respiro pesante e gli occhi arrossati.
Jamieson gli disse: — Guardatemi! — Armstrong alzo faticosamente la testa.
