— Facce. Voci. Domande. Rumori. La visione.

— Terra. Il Settore Deserto. Cosa accadde? — Silenzio. — Terra, mi dicesti addio e ti recasti in quel settore e io non… io mai… non tornasti mai indietro, tu…

Il sole era scuro, nella mente del Mago, sullo schermo della Macchina dei Sogni.

— Andasti nel deserto e…

La visione era luce.

Le labbra del Mago si aprirono. Soffocato, cieco nelle tenebre agogno la luce, sogno la luce, immagino la luce. Creo la luce.

— Terra. Tu eri… — La voce si spezzo. Si copri il viso. — Non posso — mormoro. — Non posso, non posso, non posso…

— La visione — disse il dottor Fiori. — Chiedetele cos’e la visione. Chiedeteglielo, Michelle.

— Terra, che cosa… che cos’e la visione? Cosa vedi?

Terra nascose ancora il viso contro le ginocchia. Emise un respiro stridente, esausto. Degluti. — Parole. Domande. Parole senza suono — disse infine.

— Parole senza suono… — Michelle si giro finalmente a guardare con stupore la Macchina dei Sogni. Una macchia viscosa, vagamente giallastra, ribolli fra gli spruzzi nella mente del Mago. Si acquieto e svani nel litorale crepuscolare, dove giaceva l’ovale piegato, di nessun colore o di tutti i colori, isolato e immutabile come una luna. Il Mago desidero affidare il corpo immobile al tempo, annegare la mente nella fresca acqua viola.

— Una parola senza suono — sussurro Michelle. — Ma cosa significa?

— La visione.

Il Mago vide sabbia d’ametista, scabra, traslucida; si ritrovo nella sabbia; fu lui la sabbia. Non vide niente, non udi niente. Poi l’occhio di Dio, il sole rosso, squarcio le tenebre, e lui senti un comando che lo trascinava come un’onda di marea sulla sabbia, che revocava il passato, trasformava i confini del mondo. Non riusci a parlare, non percepi sensazioni. C’era solo la fame, inesorabile e assoluta; e con la fame, la visione.

La visione era luce. Fiammeggio nella sua mente da cento direzioni; dove era ingoiata dalle vuote tenebre inanimate, li irraggiava di nuovo, ancora, combattendo la lunga notte finche il buio non si arriccio via per rivelare caos e altra luce. Il sole giallo contro un violento cielo azzurro… che fissava in basso un paesaggio cangiante in cui confuse sagome ossessivamente familiari si trasformavano in luce. La sabbia, smorta, arida, divenne all’improvviso una distesa ardente di vetro fuso. Sotto l’occhio giallo anche l’ovale si fuse.

Divenne un viso di bambina stravolto in un muto urlo di terrore. E poi l’urlo non fu piu muto.

Terra si era alzata; batteva i pugni contro la parete della bolla, urlando lo stesso urlo della bambina. Il Mago, barcollando, allungo le mani alla cieca. Colpi lo spigolo della Macchina dei Sogni, e poi due persone che lottavano.

— No. Non c’e nessun pericolo. Non puo farsi male.

— Lasciatemi! — Era la sua cubista, ricordo, la Regina di Cuori. Il dottor Fiori le rispose rapidamente, cercando di calmarla. — Va bene, va bene, ora vi lascio andare.

Le due persone si separarono; il Mago si stacco da loro, riacquisto l’equilibrio e la capacita di vedere. Per un secondo il dottor Fiori abbandono l’inesorabile inseguimento di Terra e si giro verso di lui.

— State bene? — chiese sorpreso. — Sembrate un cadavere. — Prima che il Mago potesse rispondere, aggiunse: — Ce la fate a resistere? Comincia a ricordare. Comincia ad affrontare la realta. Avete visto com’e cambiato il simbolo.

— Simbolo. — Michelle, con il viso bizzarramente sporco di lacrime e di colori, lo fissava, cercando di capire il senso delle sue parole.

— Sta mascherando le proprie azioni dietro uno schermo di simboli che sono per lei piu accettabili. Voi l’aiutate ad affrontare la verita.

Lei lo fisso ancora per un attimo, poi guardo le ombre, il computer, la detenuta rapata e piangente, gli assistenti e le guardie, il segmento del vasto anello ricurvo che li circondava. Altre lacrime le rigarono il viso. — A che scopo? — gli chiese. — Vi prego, ditemelo. A che scopo?

4

Durante il tragitto di ritorno dall’infermeria, il Mago non vide niente, non disse niente, finche, dopo esser stati scortati dalle guardie nei quartieri degli ospiti, si arresto davanti a una porta che non si apriva da sola.

— La maniglia — disse piano Michelle Viridian, e la giro.

— Oh.

Dentro c’erano i bagagli; ma non gli altri componenti del complesso. Il Mago immagino che fossero da qualche parte a sistemare il palco. Credeva di non essersi mosso; si sentiva dentro qualcosa che lo bloccava. Invece aveva attraversato la stanza; aveva aperto una valigia; stava svitando il tappo di una bottiglia. Ci fu un altro istante vuoto, tranquillo, silenzioso. Poi senti in gola il gusto dello scotch. Poso la bottiglia e d’un tratto rabbrividi violentemente.

Si giro. La Regina di Cuori era seduta su un divano, e continuava a piangere, muta, assente. La vernice del viso le macchiava le mani. Nel pallore della sua pelle, nei suoi occhi grigi, ossessionati, che guardavano senza vedere, il Mago scorse un soprannaturale riflesso del viso di Terra.

Bevve ancora. Poi trovo nel bagno un bicchiere, lo riempi di scotch e lo spinse fra le mani di Michelle.

— Bevi. — Aspetto. Michelle fisso il bicchiere sulle sue ginocchia, poi lo alzo e inghiotti un sorso. Si scosto con le dita i capelli dagli occhi, striandoli d’oro. Una forcina a cuore si stacco; lei fisso il cuore sul palmo della mano, il duro, lucido acrilico nero, di nessun valore. Nella mente del Mago si insinuo un ricordo che non gli apparteneva: forcine a cuore disseminate fra capelli cosi chiari che sembravano brillare qua e la di fuoco bianco.

Disse: — Queste forcine a forma di cuore. Appartenevano a Terra.

Lei annui. Poi, senza sollevare la testa dalla forcina, lo guardo con la coda dell’occhio, come un bambino messo sul chi vive da una forma intravista nell’ombra. — Si — mormoro.

Rimase in silenzio per un istante; sollevo il viso con cautela, verso le tenebre. — L’hanno rapata a zero. Magico Capo, come hai fatto a scorgere le forcine nei suoi capelli?

Lui alzo di nuovo la bottiglia. Sudava ancora; sentiva il gelo sul viso, lungo la schiena. — Perche non mi hai mai parlato di Terra?

— Non… non potevo.

— Cosa temevi che facessi? Non l’hai mai detto a nessuno?

— No.

— Oddio, Signora dei Cuori. — Si sedette in equilibrio sul bracciolo del divano accanto a lei, con la bottiglia sulle ginocchia. — Michelle. — Le tocco la spalla, e fu sopraffatto dalla duplice solitudine: una donna imprigionata in una visione, l’altra dietro una maschera. Con la mente ancora piena degli occhi di Terra, del potere di Terra, la sollecito: — Parlami di lei.

— C’e ben poco da dire. Quasi niente.

— Dimmi dove e cominciato.

— Non lo so! — Ancora una volta i suoi occhi si riempirono di lacrime. — Non lo so.

— Dimmi quello che sai, allora. Non sei nata sulla Luna. Non sulla nostra. Dimmi.

Lei trasse un lungo sospiro; la sua voce era scossa. — Dove siamo nate, c’era l’orizzonte ristretto di una luna. Spazio. Notte. La faccia del pianeta. Il pianeta rosso. C’era un suono costante, sempre lo stesso. Il battito del cuore. I generatori. Non si fermavano mai. Come lo scorrere del sangue. Il primo suono che abbiamo udito. Per me divenne il rullio dei cubi. Per lei, resto sempre il battito del cuore. — La voce si affievoli. Il Mago la sfioro, supplicando.

— Dimmi quello che ricordi. Qualsiasi cosa. Tutto. Parlami delle forcine a forma di cuore.

— Le forcine… Todd le regalo a Terra… Magico Capo, siamo nate a un minuto di distanza. Per anni, quando guardavo negli occhi di Terra, vedevo me stessa. Un’estensione di me stessa. Per anni non ci sono state separazioni, fra noi, ne di mente ne di corpo. Conoscevamo tutti, nella colonia. Tutti gli altri 18 bambini, tutti gli adulti. Erano la nostra famiglia, il nostro mondo. L’intero universo era in quei corridoi curvi piastrellati di bianco e

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