— Lo giuro, mia signora.

Ardda sollevo le mani e le batte tre volte, poi altre tre e infine ancora tre volte, scandendo il numero sacro nelle giuste proporzioni, e Gweniver si senti pervadere da una pace solenne e al tempo stesso meravigliosa, mentre una dolcezza simile a quella del sidro le inondava il corpo. Finalmente si era decisa e aveva pronunciato il suo voto.

— Fra tutti gli dei — prosegui Ardda, — soltanto la Nostra Signora ha un nome ignoto alla gente comune. Noi sentiamo parlare di Epona, sentiamo parlare di Sirona, sentiamo parlare di Aranrhodda, ma sempre la Nostra Signora e soltanto la Dea della Luna. — Ardda s’interruppe e si giro verso le tre testimoni, chiedendo: — Perche una cosa del genere?

— Il suo nome e un segreto.

— E un mistero.

— E un enigma.

— E tuttavia — riprese Ardda, dopo quelle risposte, — e un enigma facile da risolvere. Qual e il nome della Dea?

— Epona.

— Sirona.

— Aranrhodda.

— E — aggiunsero le tre, all’unisono, — tutti gli altri.

— Avete detto il vero — scandi Ardda, rivolgendosi a Gweniver. — Questa e la risposta all’enigma. Tutte le dee sono una sola dea, che risponde a tutti i nomi e a nessuno, perche lei e Una.

Gweniver prese a tremare per la gioia.

— Indipendentemente da come gli uomini o le donne la possono chiamare, lei e Una — prosegui Ardda. — Esiste soltanto un ordine sacerdotale che la serve. Lei e come la pura luce del sole che colpisce il cielo pieno di pioggia e lo trasforma in un arcobaleno… molti colori ma solo Una fonte.

— Lo pensavo da tempo — sussurro Gweniver. — Ora lo so.

Di nuovo la somma sacerdotessa scandi i nove colpi, poi si giro verso le testimoni.

— C’e un interrogativo riguardo a come Gweniver, ora non piu nobile dama ma sacerdotessa, dovra servire la Dea. Che la novizia s’inginocchi e presenti la sua petizione davanti all’altare.

Gweniver si lascio cadere in ginocchio davanti ad esso; nello specchio poteva vedere la propria immagine resa ombrosa dalla tremolante luce delle lampade, ma stento a riconoscersi con i capelli corti, la bocca incupita e gli occhi che ardevano per la bramosia di vendetta.

Aiutami, o Signora dei Cieli, prego, io voglio sangue e vendetta, non lacrime e lutto.

— Guarda nello specchio — sussurro Ardda, — e prega la Dea di venire a te.

Gweniver adagio le mani sull’altare e inizio la sua veglia. In un primo tempo non vide nulla tranne il proprio volto e il tempio che si allargava alle sue spalle, poi Ardda prese a intonare un canto acuto e lamentoso nella lingua antica e parve che la luce delle lampade si mettesse a ondeggiare all’unisono con i ritmi lenti e oscillanti del canto che si diffondeva nel tempio come il soffio freddo del vento del nord. Nello specchio la luce cambio, si attenuo e divenne oscurita, un’oscurita che tremava come un freddo cielo senza stelle. Mentre il suono lamentoso e antico del canto continuava a levarsi, Gweniver senti i capelli che le si rizzavano sulla nuca allorche nell’oscurita dello specchio apparvero le stelle, che iniziarono la loro interminabile danza nell’infinita celeste. Poi fra di esse si formo l’immagine di Un’Altra.

La figura torreggio fra le stelle con il volto cupo e assetato di sangue, scuotendo il capo fino ad allargare la vasta chioma nera che copri il cielo. Gweniver quasi smise di respirare quando gli occhi neri la fissarono. Quella era la Dea del Tempo Oscuro, la Dea che aveva il cuore trafitto di spade e che esigeva lo stesso da quanti l’adoravano.

— Mia signora — sussurro Gweniver, — accettami come sacrificio. Ti serviro sempre.

Gli occhi la fissarono per un lungo momento, intensi, luminosi, pervasi da un’assoluta freddezza, e Gweniver avverti la presenza della dea tutt’intorno, come se essa si fosse trovata non soltanto davanti a lei ma anche al suo fianco e alle sue spalle.

— Prendimi — disse. — Non saro altro che una spada nella tua mano.

Sull’altare, la sua spada fiammeggio di una luce sanguigna, proiettando verso l’alto un bagliore che tinse di rosso lo specchio. Il canto lamentoso s’interruppe: Ardda aveva visto il presagio.

— Giurale fedelta — ingiunse la sacerdotessa, con voce tremante. — Giura che la servirai nella vita… e nella morte — concluse, affranta.

— Lo giuro, dal profondo del mio cuore.

Nello specchio, gli occhi della Dea emanarono gioia. La luce sulla spada si levo verso l’alto come una lingua di fiamma, poi ricadde fino a svanire e lo specchio si scuri, mostrando dapprima le stelle e poi soltanto il nulla.

— E fatto! — esclamo Ardda, battendo le mani con un colpo che echeggio nel tempio.

Adesso lo specchio rifletteva il volto pallido e sudato di Gweniver.

— Lei e venuta a te — disse la somma sacerdotessa, — e ti ha elargito una benedizione che molti considererebbero una maledizione. Sei stata scelta e hai giurato: servila bene, altrimenti la morte sara la minore delle tue preoccupazioni.

— Non la tradiro mai. Come potrei, ora che ho guardato negli occhi della Notte?

Mentre Ardda scandiva altri nove colpi, divisi in gruppi di tre, Gweniver si rialzo in piedi, ancora tremante, e recupero la spada dall’altare.

— Non pensavo proprio che lei ti avrebbe accettata — osservo Ardda, prossima a scoppiare in pianto, — ma adesso tutto quello che posso fare e pregare per te.

— Le tue preghiere mi saranno preziose, per quanto lontano io possa andare.

Intanto altre due sacerdotesse erano entrate nel tempio, una con una ciotola d’argento piena di una fine polvere azzurra e l’altra con un paio di sottili aghi dello stesso metallo. Quando videro la spada nelle mani di Gweniver, le due donne si scambiarono uno sguardo colmo di sorpresa.

— Apponetele il marchio sulla guancia sinistra — disse Ardda. — Lei serve la Nostra Signora dell’Oscurita.

Grazie alle provviste sottratte agli uomini del Cinghiale, Ricyn e i suoi compagni si poterono concedere la prima abbondante colazione calda da alcuni giorni a quella parte, a base di porridge di orzo e di pancetta salata, e la mangiarono lentamente, assaporando ogni boccone e godendo ancor di piu della temporanea sicurezza offerta dal tempio.

Stavano finendo quando Ricyn senti qualcuno avvicinarsi alla capanna con un cavallo e subito balzo in piedi con la spada sguainata, nell’eventualita che si trattasse di una spia del Cinghiale. Era pero soltanto Gweniver, vestita con gli abiti del fratello, che si tirava dietro per la cavezza un grosso cavallo da guerra grigio; sotto il sole del mattino la sua guancia sinistra appariva come bruciata da quanto era rossa e gonfia, e al centro di quel gonfiore spiccava la sagoma azzurra di una luna crescente. I tre uomini fissarono in silenzio la ragazza, che sorrise imparzialmente a tutti e tre.

— Mia signora? — chiese infine Dagwyn. — Intendi dunque rimanere al tempio?

— No. Oggi stesso partiremo per Cerrmor. Caricate sui cavalli catturati tutte le provviste che possono portare.

I tre annuirono con assoluta obbedienza, ma Ricyn indugio ancora a guardarla, incapace di distogliere lo sguardo dal suo volto. Anche se nessuno avrebbe potuto definirla bella (il suo viso era troppo largo, la sua mascella troppo forte), Gweniver era pero attraente, con un fisico alto e snello dotato della grazia di un animale selvatico, e da anni Ricyn era innamorato di lei senza speranza. Ogni inverno aveva trascorso lunghe ore seduto da un lato nella grande sala della rocca, intento a fissare la ragazza che sedeva al tavolo d’onore e che era per lui irraggiungibile. Vedere che Gweniver si era votata alla Dea destava ora nel suo animo una sorta di cupa soddisfazione, perche questo significava che nessun altro uomo avrebbe mai potuto averla.

— C’e qualcosa che non va? — gli chiese Gweniver.

— Nulla, mia signora. Se mi e permesso chiederlo, mi stavo soltanto domandando perche il tatuaggio si trova sul lato sinistro della tua faccia.

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