Laura lo noto per la prima volta subito dopo il suo arrivo, mentre un’assistente sociale, la signora Bowmaine, le stava mostrando la stanza che avrebbe dovuto dividere — cosi le disse — con le gemelle Ackerson e con Tammy. Sheener stava spazzando il pavimento del corridoio.
Era un uomo sulla trentina, forte, di corporatura robusta, carnagione pallida, tutto lentigginoso, con capelli rosso rame e occhi verdi. Sorrise e mentre lavorava sibilo: «Come sta questa mattina, signora Bowmaine?»
«Benone, Willy.» Si vedeva che aveva un debole per Sheener. «Questa e Laura Shane, una nuova ragazza. Laura, questo e il signor Sheener.»
Sheener fisso Laura con un’intensita che metteva i brividi. Con voce impastata rispose: «…Ehm… benvenuta a McIlroy».
Mentre seguiva l’assistente sociale, Laura si volto a guardarlo e Sheener, portatosi la mano alla patta dei pantaloni, comincio a toccarsi sfacciatamente.
Laura distolse immediatamente lo sguardo.
Piu tardi, mentre stava sistemando le sue poche cose, cercando di rendere piu accogliente quell’angolo di stanza al terzo piano che le era stato assegnato, si volto e vide Sheener fermo sulla porta. In quel momento era sola. Gli altri bambini stavano giocando nel cortile. Sorrideva, ma il suo sorriso era diverso da quello che aveva rivolto alla signora Bowmaine: era un sorriso freddo, da predatore. Il fascio di luce che entrava da una delle piccole finestre, andava a illuminare proprio l’entrata e si rifletteva nei suoi occhi con un’angolazione tale che apparivano argentei invece che verdi, come la cataratta che vela gli occhi di un morto.
Laura cerco di parlare senza riuscirci. Comincio a indietreggiare finche si ritrovo contro la parete accanto al suo letto.
L’uomo era immobile, le braccia abbandonate lungo i fianchi e le mani chiuse a pugno.
L’istituto McIlroy non aveva l’aria condizionata. Le finestre della camera da letto erano aperte, ma dentro il caldo era torrido. Tuttavia Laura aveva cominciato a sudare solo quando si era voltata e aveva visto Sheener. Ora la sua maglietta era completamente bagnata.
Fuori, i bambini urlavano e ridevano. Erano vicini, ma sembravano lontanissimi.
Il respiro ansimante di Sheener sembrava sempre piu forte, fino a coprire gradualmente le voci dei bambini.
Per un momento che sembro lunghissimo nessuno dei due si mosse o parlo. Poi, improvvisamente, l’uomo si volto e ando via.
Con le ginocchia tremanti, madida di sudore, Laura si mosse verso il letto e si sedette sul bordo. Il materasso molle sprofondo e le molle cigolarono.
Mentre il battito furioso del suo cuore andava rallentando, getto uno sguardo alla grigia stanza e fu colta dalla disperazione. Ai quattro angoli erano sistemati dei lettini di ferro, con consunti copriletti in ciniglia e cuscini tutti bitorzoluti. Accanto a ogni letto c’erano dei comodini malconci, con il piano in formica, su cui poggiava una lampada di metallo. C’era poi un cassettone tutto graffiato con otto cassetti, di cui due erano suoi, e c’erano anche due armadi, e lei ne poteva usare solo la meta di uno. Vecchie tende sbiadite e macchiate pendevano da bacchette semiarrugginite. L’intero edificio stava andando in rovina e sembrava abitato dai fantasmi; nell’aria aleggiava un odore sgradevole e Willy Sheener sembrava vagare nelle stanze come uno spirito malvagio in attesa della luna piena e degli scherzi sanguinali che sarebbero seguiti.
Dopo cena le gemelle Ackerson chiusero la porta della stanza e invitarono Laura a unirsi a loro sul logoro tappeto marrone, dove potevano sedersi in cerchio e condividere i loro segreti.
Tammy, una strana e tranquilla biondina, non parve interessata alla proposta. Appoggiata ai cuscini, rimase seduta sul letto a leggere un libro, mordicchiandosi le unghie come un topolino.
A Laura, Thelma e Ruth Ackerson piacquero immediatamente. Avevano da poco compiuto dodici anni e quindi avevano piu o meno la stessa eta di Laura, ma erano piuttosto mature. Erano rimaste orfane tre anni prima e trovare dei genitori adottivi alla loro eta era difficile, soprattutto considerato che erano due gemelle decise a non separarsi.
Non belle, ma incredibilmente identiche nella loro semplicita, avevano capelli castani, occhi marrone affetti da miopia, viso largo con il mento schiacciato e grandi bocche. Nonostante non avessero particolari requisiti fisici, erano incredibilmente intelligenti, energiche e di indole buona.
Ruth indossava un pigiama blu con bordini verde scuro e pantofole blu; i capelli erano raccolti a coda di cavallo. Thelma indossava invece un pigiama rosso scuro e un paio di pantofole gialle tutte pelose, su cui erano stati disegnati due cerchi a rappresentare gli occhi; teneva i capelli sciolti. Con il calar della sera, l’insopportabile calura del giorno se n’era andata. Solo una decina di chilometri li separava dal Pacifico, cosi che la brezza notturna rendeva il loro sonno piacevole. Dalle finestre aperte entrava un’arietta leggera che muoveva le vecchie tende e circolava nella stanza.
«L’estate e una noia», spiego Ruth mentre si sedevano in cerchio sul pavimento. «Non e permesso allontanarsi dall’istituto e qui non e abbastanza grande. E in estate tutte le ‘benefattrici’ sono in vacanza e si dimenticano di noi.»
«Invece Natale e bello», intervenne Thelma.
«Si, novembre e dicembre sono fantastici», preciso Ruth. «Proprio cosi», confermo Thelma. «Ci sono delle belle feste perche le dame di carita cominciano a sentirsi in colpa per avere tanto, quando invece noi, povere meschine senza casa, dobbiamo indossare cappotti smessi, scarpe dalla suola di cartone e mangiare pancotto a Capodanno. E cosi ci mandano cestini pieni di leccornie, ci portano in giro per negozi e al cinema, ma mai a vedere i film
«Oh, a me alcuni piacciono», obietto Ruth.
«Gia, quel genere di film in cui non succede mai un cavolo, nessuno che salta per aria e soprattutto
«Devi scusare mia sorella», disse Ruth a Laura, «ma pensa di essere arrivata alla soglia della puberta…»
«Io
«La mancanza di una guida materna e paterna l’ha segnata duramente, purtroppo. Non si e adattata tanto bene a essere orfana.»
«Devi scusare
«E che cosa mi dite di Willy Sheener?» chiese Laura.
Le gemelle Ackerson si lanciarono uno sguardo d’intesa e iniziarono a parlare con una tale sincronia che fra una risposta e l’altra non passo lo spazio di una frazione di secondo. «Oh, un uomo disturbato», dichiaro Ruth. Thelma s’intromise: «Feccia». Ruth riprese: «Ha bisogno di un dottore». Thelma aggiunse: «No, no, quello li ha bisogno di prendersi delle belle legnate sulla testa con una mazza da baseball, almeno una mezza dozzina di volte, anzi di piu, e poi dovrebbe essere rinchiuso per il resto dei suoi giorni».
Laura racconto alle gemelle quanto era accaduto nel pomeriggio.
«Non ha detto nulla?» si informo Ruth. «Molto strano, solitamente dice: ‘Ma che bella bambina’, oppure…»
«…‘Ti offro delle caramelle’», fini per lei Thelma con una smorfia di disgusto. «Te lo
«Nessuna caramella», disse Laura, tremando al ricordo degli occhi e del respiro ansimante di Sheener.
Thelma si chino in avanti, abbassando la voce fino a farla diventare un sussurro. «Si direbbe che l’Anguilla Bianca avesse la lingua attorcigliata, troppo eccitato persino per
«Anguilla Bianca?»
«Si, e Sheener», svelo Ruth. «O semplicemente Anguilla per farla breve.»
«Pallido e viscido com’e», prosegui Thelma, «il nome gli sta a pennello. Scommetto che l’Anguilla ha un debole per te. Intendo dire, bimba, che
