la sua energia. La stanza divento sfuocata, irreale, come se davanti ai suoi occhi fosse calato un sottile schermo argenteo, una leggera cascata d’acqua. Lui fluttuava in giu, come una foglia caduta da un albero altissimo. Insieme provava uno stimolo erotico nei muscoli del basso ventre e dei lombi. Per un attimo si rilasso, godendo della sensazione, poi si sforzo di resistere. La fuga di energia cesso immediatamente. Ora si sentiva pesante e stanco. L’aliena stava ancora suggendo energia, ma in piccola quantita. Con sorpresa si rese conto che lei non era conscia della sua vicinanza fisica. Per loro la distanza non contava: un milione di chilometri o pochi passi era lo stesso.

Torno a udire la voce di Armstrong, e si senti raggelare alle incredibili cose che diceva. Poi si accorse che in realta Armstrong quelle cose non stava dicendole… L’uomo stava parlando di uno dei pazienti, ma le inflessioni della voce rivelavano i suoi pensieri e le sue sensazioni piu profonde. Parve a Carlsen che il direttore del manicomio criminale fosse una specie di enorme ameba che galleggiava nel flusso psichico del suo manicomio come una medusa o un polipo in un mare caldo. La sua era una natura plurisessuata, non attratta solo da uomini o donne, ma da tutte le creature pulsanti di vita. Cio che allarmava era la profonda, insoddisfatta voracita della sua bramosia. L’uomo era attratto dai ricoverati del suo ospedale con grande curiosita lasciva. Nella sua immaginazione aveva commesso violazioni piu gravi di tutti i loro crimini. Un giorno, se il suo senso della realta si fosse indebolito, avrebbe commesso un delitto di sadismo. Ma per ora si muoveva con prudenza estrema, con la cautela istintiva di un animale braccato.

Armstrong stava dicendo: — Si chiama Ellen, non Helen. Ellen Donaldson. E a capo del personale femminile da due anni.

Heseltine chiese: — Non e pericoloso per le donne lavorare in questo posto?

— Non quanto pensate. E poi, le donne vanno molto bene per i pazienti maschi, hanno su di loro un’influenza calmante.

Carlsen chiese: — Potrei vederla? — E tutti lo guardarono sorpresi.

Armstrong disse: — Certo. Non credo che sia gia a letto. Posso chiederle di venire qui.

— No. Vorrei vederla da solo — disse Carlsen.

Un silenzio, poi Fallada disse: — Ti pare prudente?

— Non c’e pericolo. L’ho gia incontrata prima, e sono sopravvissuto.

— L’avete incontrata? — chiese Armstrong, stupito.

Heseltine spiego: — Alludeva alla aliena.

— Oh, capisco — disse Armstrong. Carlsen gli lesse nella mente: il direttore pensava che erano tutti un po’ matti, o almeno con le idee confuse. Questa certezza gli dava un senso di superiorita. Completamente assorbito dai suoi desideri ed emozioni, restava incredulo di fronte a tutto cio che esulava dalla sua limitata comprensione.

Fallada disse: — Perche vuoi vederla a quest’ora? Non puoi aspettare fino a domattina?

Carlsen scosse la testa. — Di notte sono piu attivi — disse. — E meglio adesso.

Heseltine annui. — Si, forse avete ragione. Pero prendete questo — disse, e porse a Carlsen una scatoletta di plastica di due o tre centimetri di lato. Premette il pulsante inserito al centro, e subito un richiamo acuto, intermittente, venne da una tasca di Heseltine. — Se avete bisogno di noi, premete qui. Saremo da voi in pochi secondi. — Sollevo il pollice dal pulsante e il richiamo tacque.

Carlsen chiese: — Dov’e Ellen?

Armstrong si alzo. — Vi accompagno io — disse.

Guido Carlsen fuori dall’edificio lungo un sentiero che girando attorno a un laghetto con ninfee attraversava un giardino cintato, fino a un cancello chiuso. Tolse di tasca una chiave e apri. Carlsen vide una costruzione lunga e bassa con diverse porte, ciascuna illuminata da una lampada. — E l’ala delle infermiere — disse Armstrong. — Ellen Donaldson e al numero uno, l’ultima porta.

— Grazie.

— Non sarebbe meglio che vi accompagnassi per presentarvi?

— Preferisco di no.

— Come volete. Dall’interno, il cancello puo essere aperto senza chiave. Se non sarete tornato entro mezz’ora, verremo a cercarvi. — Il tono era scherzoso, ma sotto si sentiva che diceva sul serio.

Il cancello si chiuse alle sue spalle. Carlsen ando alla porta del primo appartamento e suono il campanello. Una voce femminile rispose attraverso il citofono.

— Chi e?

Avvicino la bocca alla grata. — Mi chiamo Carlsen. Vorrei parlarvi.

Si aspettava altre domande, ma il citofono resto muto. Un attimo dopo la porta si apri con uno scatto. La donna lo guardo con curiosita, senza timore. — Che cosa volete? — chiese.

— Posso entrare?

— Come siete arrivato fin qui?

— Mi ha accompagnato il Dottor Armstrong.

— Accomodatevi. — Si fece da parte per lasciarlo entrare. Poi chiuse la porta e si avvicino allo schermo per le comunicazioni interne.

Subito la voce di Armstrong disse: — Pronto?

— C’e qui un certo Carlsen. Ne siete al corrente?

— Si, l’ho accompagnato io. E il Comandante Carlsen.

— Va bene. — Chiuse la comunicazione. Carlsen era rimasto vicino alla porta, a osservarla. Era deluso. Chissa perche, si era immaginato che fosse bella. Invece era un tipo estremamente comune, di circa trentacinque anni, con la pelle ruvida. Il corpo doveva essere stato ben modellato, ma adesso cominciava a sfasciarsi. Noto che l’orlo del vestito di lana verde era scucito in piu punti.

— Per che cosa volevate vedermi? — La voce aveva un’intonazione meccanica, come quella di una telefonista. Carlsen si chiese se non si fosse sbagliato.

— Posso sedermi?

Lei si strinse nelle spalle e gli indico una poltrona. Carlsen cercava una scusa per toccarla, ma la donna era troppo lontana. Disse: — Volevo parlavi dell’uomo con il quale avete passato il pomeriggio, il signor Pryce.

— Non capisco cosa dite.

— Credo invece che lo sappiate benissimo. Mostratemi la mano.

Lei lo guardo sorpresa. — Come avete detto?

— Mostratemi la mano.

Ellen era in piedi, appoggiata a un tavolino sistemato contro la parete. Un attimo ancora, poi di colpo si stabili il contatto. Stavano giocando un gioco che entrambi conoscevano bene. Lei lo guardo, poi si avvicino lentamente. Lui tese le mani e prese tra le sue quelle della donna. Il flusso di energia fu come una scarica elettrica. La donna barcollo, e Carlsen si alzo a sorreggerla. L’energia fluiva da Ellen a lui.

La guardo negli occhi: aveva lo sguardo vuoto. Senti chiaramente, come se fosse stato fatto a voce alta, un commento solo pensato. Le strinse forte le braccia nude: — Come si chiama?

Lei gli stava appoggiata addosso. — Non lo so.

— Ditemelo! — Lei scosse la testa. — Attenta, vi faro male! — Strinse piu forte. Lei scosse di nuovo la testa. Deliberatamente, come se stesse facendo una mossa su una scacchiera, Carlsen la stacco da se e le diede uno schiaffo. Ancora lei scosse la testa.

Senti bussare alla porta. Lui sussulto, ma Ellen parve non aver sentito. Carlsen chiese: — Chi e? — Bussarono di nuovo. Lui fece sedere Ellen in poltrona e ando ad aprire. Era Fallada.

— Tutto bene?

— Si. Entra.

Fallada entro e vide la donna. — Buona sera — disse. Poi guardo Carlsen. — Cos’ha? Sta male?

Carlsen sedette sul bracciolo della poltrona. La faccia di Ellen era ancora rossa per lo schiaffo, e le lacrime le scorrevano lungo le guance.

— No, non sta male — disse Carlsen. E intuendo la prossima domanda di Fallada aggiunse: — E innocua.

— Puo sentirci?

— Probabilmente si — rispose Carlsen — ma non le interessa. E come un bambino affamato.

— Cioe?

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