— Vuole che le faccia male.

— Dici sul serio?

— Certo. Quando e invasata dalla aliena, Ellen assorbe energia dalle sue vittime, ma poi la cede tutta. E come una donna che rubi per l’amante. Ora, se io prendo energia da lei… — le mise una mano sul braccio — lei risponde automaticamente. E condizionata a dare.

— Adesso stai prendendo energia?

— Un po’, solo per tenerla in stato di semi incoscienza. Se smetto si sveglia.

— Come la ragazza di ieri sera… Selma Bengtsson?

— Si. Ma per Selma era solo un normale desiderio di resa. Questa e molto peggio. A questa piace venire completamente distrutta.

— Masochismo spinto all’estremo?

— Esatto.

— Non sarebbe meglio lasciarla in pace?

— Dopo che avro scoperto chi e l’internato che assorbe la sua energia.

Fallada si chino sulla donna e le sollevo una palpebra. Ellen lo guardo con indifferenza. A lei interessava soltanto Carlsen.

— Non puoi leggerglielo nella mente?

— Fa resistenza. Non vuole farmelo sapere.

— Perche?

— Te l’ho detto. Vuole che io la costringa a dirmelo.

Fallada si raddrizzo. — Preferisci che me ne vada?

— Non e necessario… se non ti secca aspettare. A me non dara nessun piacere, sai? — Si rivolse alla donna. — Alzati! — le disse.

Lei si alzo adagio, le labbra tirate da un sorriso appena accennato. Carlsen l’abbraccio. Lei fece una smorfia quando le mani di lui le premettero la schiena. Le chiese di nuovo: — Dimmi come si chiama. — Lei scosse la testa, sorridendo. Lui la strinse piu forte. Ellen gemette e si contorse, ma scosse ancora la testa.

Fallada disse: — Come mai sente dolore?

— Non so… — Carlsen prese fra le dita il gancio della chiusura lampo e la fece scorrere fino alla vita. Il vestito si apri. La schiena era tutta segnata da graffi.

Fallada guardo i graffi da vicino. — Sono ferite recenti — disse. — Forse il ricordo dell’amante di oggi.

Carlsen sentiva l’energia passare dalla schiena nuda di Ellen alla sua mano. Le fece scivolare il vestito dalle spalle.

— Cosa fai? — chiese Fallada.

— Se non vuoi vedere, vai nell’altra stanza.

— Non ci penso nemmeno. Sono un guardone per natura, non lo sapevi?

Il vestito si affloscio sul pavimento. Le braccia della donna si strinsero intorno al collo di Carlsen. Lui sentiva il calore del corpo nudo attraverso i propri vestiti. Avrebbe voluto toglierseli per avere un contatto piu diretto, ma la presenza di Fallada lo inibiva. Strinse a se la donna con violenza, facendosela aderire addosso, una mano premuta sulla schiena ferita. Lei fece una smorfia.

Poi, quando Carlsen le poso le labbra sulla bocca, si abbandono completamente. La vitalita di Ellen scorreva dalle sue labbra a quelle di Carlsen, si travasava in lui dalle punte dei seni, dal pube, da tutto il corpo.

Fallada si schiari la gola. — E incredibile! — I segni sulla schiena stavano impallidendo…

La donna stacco le labbra per mormorare: — Adesso, adesso!

Fallada disse: — Sei sicuro di non volere che me ne vada?

Carlsen non rispose. Fece come la donna voleva, assorbendone brutalmente l’energia come se intendesse distruggerla. Sentiva l’ardore del suo corpo, e la stretta delle braccia quasi gli mozzava il respiro. Poi la stretta si allento e le ginocchia si unirono di colpo, e subito la mente di lei si dischiuse.

Fallada aiuto Carlsen a sostenerla. Poi Carlsen prese Ellen in braccio e la porto in camera da letto. C’era una lampada rosata accesa, e le coperte erano gia state scostate. La distese sul letto.

Fallada, dalla soglia, disse: — E la prima volta che sento di una donna che raggiunge l’orgasmo stando in piedi. Kinsey ne sarebbe stato affascinato.

Carlsen la copri. La donna aveva i capelli appiccicati sulla fronte dal sudore. Una goccia di saliva le colava da un angolo della bocca. Lui spense la luce e usci dalla stanza in silenzio.

Quando Carlsen e Fallada uscirono, cominciava a piovere. Una pioggia leggera soffiata dal vento che veniva dalla brughiera. L’aria era profumata di eriche e ginestre. Carlsen fu colpito dalla forte sensazione di piacere che gli scorreva nel corpo come una carica di elettricita. Poi, come spenta con un interruttore, cesso. Ne resto perplesso ma un attimo dopo se n’era gia dimenticato.

Fallada disse: — E ancora non sei riuscito a scoprire quello che ti interessava.

— Ho scoperto abbastanza — rispose.

Il prato adesso era immerso nell’oscurita. Potevano vedere la sagoma della cavalletta grazie alla vernice fosforescente. Dalla fila di basse costruzioni, un uomo veniva verso di loro, attraverso il prato.

La voce di Armstrong chiese: — Tutto bene?

Carlsen rispose: — Benissimo, grazie.

— Il vostro pilota ha deciso di andare a dormire. Siete sistemati la in fondo, le ultime tre stanze. — Indico la fila di edifici illuminati.

Insieme tornarono al padiglione principale. L’ingresso era in penombra, illuminato soltanto dalla luce azzurrata della lampada per la notte. Nello studio trovarono Heseltine che camminava su e giu.

— Finalmente — disse vedendoli. — Cominciavo a preoccuparmi. — Si rivolse ad Armstrong: — Ho sentito un gran trambusto, di sopra… Qualcuno che gridava…

Senza scomporsi Armstrong disse: — Molti ricoverati soffrono di incubi.

Carlsen disse: — Se vi descrivessi un ricoverato, sareste in grado di dirmi chi e?

— E probabile. Se non ci riuscissi io, potra diverlo sicuramente il capo infermiere.

— E un uomo alto circa uno e ottantadue, con il naso pronunciato, a becco, capelli rossi con una chiazza di calvizie.

Armstrong l’interruppe. — E Reeves — disse. — Jeff Reeves.

— L’infanticida? — fece Fallada.

— Proprio lui.

Carlsen disse: — Potete dirmi qualcosa di questo Reeves?

Armstrong disse: — Ecco… e qui da circa cinque anni. Un tipo subnormale. Ha il quoziente d’intelligenza d’un bambino di dieci anni. Ha commesso quasi tutti i suoi crimini nei periodi di luna piena… quattro omicidi e circa venti violenze carnali. Ci vollero due anni per prenderlo. La madre lo proteggeva.

Fallada disse: — Se ricordo bene, ha dichiarato di essere posseduto dal demonio.

— O da qualche diavolo non specificato. — Armstrong si rivolse a Carlsen. — Scusate se ve lo chiedo, ma come avete avuto questa descrizione?

— Dall’infermiera… Ellen Donaldson.

— E non poteva dirvi il nome?

— Non gliel’ho chiesto.

Armstrong si strinse nelle spalle. Carlsen sentiva che il direttore li sospettava di nascondergli qualcosa.

Heseltine chiese: — Quest’uomo e con gli altri prigionieri?

— Non ancora. Quando c’e luna piena diventa violento. Domani sara luna piena, quindi e stato messo in isolamento.

Heseltine chiese a Carlsen: — Volete vederlo questa sera? — Carlsen scosse la testa. — Sara meglio aspettare domani. Di giorno sono meno attivi.

Armstrong disse: — Volete che chiami Lamson, il capo infermiere? Lui potrebbe dirvi se Reeves ha mostrato qualche segno di… vampirismo. — L’ironia era appena percettibile nel suo tono.

— Non e necessario — disse Carlsen. — E poi non puo aver notato niente, tranne forse che Reeves e un po’ meno stupido del solito.

Armstrong disse: — Allora chiediamoglielo. Sono molto curioso.

Carlsen si strinse nelle spalle. Armstrong l’interpreto come un consenso e premette un pulsante

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