Ancora una volta Carlsen ebbe un barlume di conoscenza seguito immediatamente da un senso di confusione, come se stesse guardando nella nebbia. Disse: — Non so cosa pensare. Non lo so proprio.

Fallada si alzo. — Sei stanco. Ti lascio andare a letto. — Si fermo con la mano sulla maniglia. — Ma pensaci sopra. Non si potrebbe trovare il modo di stabilire una specie di intesa con queste creature? Adesso sappiamo che non e indispensabile che uccidano o distruggano per nutrirsi, per sopravvivere. Pensa a quel Pryce. Io ho avuto l’impressione che cedere energia gli desse piacere. E lo fara di nuovo, per poter tornare a letto con quella donna… Vale la pena di rifletterci.

Carlsen sorrise. — Va bene, prometto che ci pensero.

— Buona notte — disse Fallada. — Sono nella camera accanto, nel caso avessi bisogno.

Usci senza dire altro. Carlsen ando alla porta e fece scattare la serratura. Udi Fallada entrare nella stanza vicina, e senti anche il rumore dell’acqua che scorreva in bagno. Si mise a letto e spense la luce. Fallada aveva ragione: era molto stanco. Ma appena chiuse gli occhi provo una curiosa impressione di sdoppiamento. Una parte di lui era a letto, e pensava a quello che avrebbe fatto il giorno dopo, e l’altra parte, staccata dal resto, lo osservava come se fosse un estraneo. Era una sensazione bizzarra, estranea a lui. Lascio che il suo corpo sprofondasse nel sonno, mentre la mente osservava con distacco. Un minuto dopo perse conoscenza.

Il ritorno alla coscienza fu come il risalire da buie acque profonde. Resto la disteso, semiaddormentato, avvolto in un calore simile a quello del grembo materno. Era un senso di sicurezza, di profondo, beato rilassamento, accompagnato da una impressione di inesistenza del tempo. Allora Carlsen si rese conto che la aliena era li. La ragazza bionda, snella, che lui aveva visto per l’ultima volta nell’edificio delle Ricerche Spaziali, era distesa accanto a lui.

Indossava un indumento di stoffa leggera come velo. Adesso era sveglio a sufficienza per dirsi che era impossibile, che quel corpo era rimasto a Hyde Park. Lei scosse la testa sorridendo. Cosciente di avere gli occhi chiusi, Carlsen si rese conto che l’immagine era quella di un sogno. Eppure, a differenza di un sogno, la visione possedeva una certa consistenza reale.

La mano di lei s’infilo nell’apertura del pigiama, e le dita fresche gli sfiorarono il petto. Lui senti, in risposta, uno stimolo di desiderio. Lei gli premette la bocca contro la sua cercando di fargli schiudere le labbra. Lui aveva le braccia allungate lungo i fianchi, ed era incapace di muoverle. Cerco nuovamente di capire se stava sognando, ma non ci riusci.

Lei non parlava, ma gli comunicava direttamente i suoi sentimenti. Gli si offriva, gli diceva di prenderla, e le dita si muovevano sul suo corpo. Al contatto Carlsen si sentiva elettrizzato, come se i suoi centi nervosi si accendessero di riflessi simili a cristalli che riflettano la luce del sole. Non aveva mai provato un piacere fisico di tale intensita, provo di nuovo a muovere le braccia, ma il suo copro sembrava paralizzato, inerte.

La ragazza sposto la testa, e le sue labbra gli sfiorarono il collo e poi il petto. Il piacere raggiunse un’intensita quasi dolorosa.

Gli parve che lei stesse dicendo: “Il corpo non ha importanza. E solo con la mente che si puo sperimentare la liberta”. Tutto in lui sembro confermare.

Fu colpito dall’idea che la sua mente, come il corpo, avesse raggiunto uno stato di passivita totale. Non aveva piu forza di volonta. Esisteva soltanto la volonta della aliena e la sua capacita di plasmarlo. Ne provo un improvviso disagio, una specie di irrigidimento. Subito senti l’irritazione di lei, come un lampo di collera imperiosa. L’atteggiamento della aliena cambio. Invece di offrirglisi, trasformata in un’onda carezzevole, gli ordinava adesso di non ribellarsi. Questo gli fece ricordare un episodio dimenticato ormai da oltre trent’anni: una ragazzetta, sua cugina, che voleva costringerlo a scambiare un cane di stoffa con un orsacchiotto. Lui si era rifiutato, e lei, arrabbiata, l’aveva afferrato per le braccia, scuotendolo. Adesso, come allora, l’imposizione suscitava in lui un’improvvisa resistenza. E insieme sapeva che se lei fosse tornata ai metodi persuasivi, lui avrebbe ceduto. Era lei che aveva in mano le carte. Tutte meno una. Non riusciva a dominare la collera. Non sopportava che le si ribellassero. Carlsen intui un abisso di frustrazione. Si divincolo per liberarsi, per respingerla. E allora lei si fece violenta. Basta carezze. Lo teneva con forza, la bocca fattasi di colpo vorace. Era come essere avvolto dai tentacoli di un polipo, che gli cercava la gola con la bocca.

Il terrore gli arse i nervi, e lui si dibatte con violenza. Lei lo tenne saldo ancora un momento per dimostrargli la sua forza, ma ormai la collera omicida si era placata.

Per quanto fosse adesso completamente sveglio, era ancora incapace di muoversi. La paura l’aveva svuotato, togliendogli la forza di lottare.

Poteva ancora sentire i pensieri e le sensazioni della aliena, e ora riusciva anche a capire che cosa le aveva impedito di ucciderlo: la paura di lui le aveva suscitato il ricordo di creature in lotta per la sopravvivenza, trascinate in un vortice di avidita. Poi si era ricordata: per il momento, nessuno doveva morire. Uccidendo qualcuno avrebbe rovinato i loro piani. Anche se si fosse impossessata del corpo di quell’uomo, le sarebbe stato impossibile continuare a lungo l’inganno. Fallada si sarebbe accorto della differenza. E se ne sarebbero accorti la moglie e i figli dell’uomo. Bisognava lasciarlo vivere.

Lui si accorse di un nuovo tipo di pressione. Adesso non c’era piu qualcuno a letto con lui. Del resto era sufficientemente sveglio per sapere che non c’era mai stato nessuno. E la aliena non era piu una donna. Era diventata una creatura asessuata, una cosa. E la cosa era al di fuori di lui, e tentava di entrare nel suo corpo.

Le difese mentali di Carlsen erano alzate, come mani levate a proteggere la faccia, ma la cosa stava cercando di scostare quelle mani, di frantumare la sua volonta, e d’introdursi a forza nella sua intima essenza. Era un’azione brutale come uno stupro. Lui avrebbe voluto gridare, ma sapeva che nel farlo avrebbe abbassato la guardia.

Sotto la pressione implacabile senti allentarsi le difese. La cosa stava penetrandole. Si rese conto di colpo delle conseguenze. La creatura voleva introdursi nel suo sistema nervoso per scollarlo dalla sua volonta. L’avrebbe ridotto prigioniero del suo cervello, incapace di muoversi, come una mosca intrappolata in una ragnatela, la cosa doveva mantenere vitale la sua personalita, ma solo per poter sfruttare il suo sapere. Il pensiero di essere costretto a condividere la propria mente con la aliena gli diede una forza insospettata. Serro i denti, e la spinse via da se. Questa volta riusci a rialzare le barriere della volonta, rinchiudendosi in se come se fosse tornato in posizione fetale. La cosa gli resto avvinghiata, senza allentare la stretta, con la speranza di fiaccarlo. Adesso non c’erano piu finzioni. Erano nemici, e niente avrebbe cambiato questa realta.

Passarono dieci minuti o forse piu. Le forze cominciarono a tornargli.

L’arma principale della aliena era la paura. Ma lui si accorse che nel suo intimo non aveva paura, inoltre aveva intuito la debolezza dell’avversario: il collerico desiderio di imporre la propria volonta, che la rendeva imprudente. E adesso era stata messa in posizione da non poter distruggere cio che odiava. Mentre questo pensiero gli attraversava la mente, Carlsen senti che la cosa stava infuriandosi di nuovo. Le sue capacita di percezione erano intollerabili per la aliena. Essa aumento la pressione, accanendosi contro le sue difese. Lui resistette con la forza della disperazione. Pochi minuti, e si accorse che la cosa era di nuovo sconfitta. Una istintiva ripugnanza di natura biologica aveva centuplicato la sua capacita di resistenza. Carlsen si senti inorgoglito. Quella creatura era per molti versi piu forte di lui, il suo potere e la sua conoscenza rendevano lui simile a un bambino, eppure una specie di legge universale la rendeva incapace di invadere la debole personalita contro il suo volere.

Di colpo la pressione diminui. Lui apri gli occhi che aveva tenuto serrati, e noto che il chiarore dell’alba schiariva il cielo. E si ritrovo solo. Mosse le braccia e si accorse di essere in un bagno di sudore, come se avesse avuto la febbre. Il pigiama era madido. Si tiro il lenzuolo fin sotto il mento, volto il cuscino, e chiuse gli occhi. La stanza gli parve stranamente tranquilla e vuota. Un minuto dopo dormiva profondamente.

Venne svegliato dal rumore della chiave che girava nella serratura. Era il capo infermiere, Lamson, con un vassoio.

— Buon giorno — saluto Lamson in tono allegro. — E una bella giornata. Vi ho portato il caffe.

Carlsen si tiro su a sedere. — Siete stato molto gentile. Che ore sono?

— Le otto e un quarto. Il dottor Armstrong vi fa dire che la colazione sara servita fra mezz’ora.

Poso il vassoio sulle ginocchia di Carlsen che, indicando una rivista posata sul vassoio, chiese: — Che cos’e? — La copertina gli sembrava familiare.

— Ecco, se non vi dispiace… — Lamson gli porse una penna. — Mio nipote e un vostro grande ammiratore. Non gli fareste un autografo sulla vostra fotografia? — e apri la rivista.

— Ma certamente.

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