— Tagliamole col laser — propose Murchison, che stava alle sue spalle.
— Bene. Proviamo.
Il raggio rosso cupo guizzo dal laser portatile, ma prima che Murchison potesse dirigerlo verso il letto, le cinghie metalliche scattarono e si ritrassero rientrando in fessure nell’orlo del letto.
— Cos’hai fatto? — chiese Carlsen.
— Niente! Non ho nemmeno avuto il tempo di toccarle.
Carlsen mise una mano guantata sotto le gambe dell’uomo e le sollevo. Restarono cosi, in posizione verticale, ad angolo col corpo, che adesso era sollevato a mezz’aria, la testa un po’ staccata dal rotolo di tela che serviva da cuscino.
Carlsen si volse a Steinberg e Ives che stavano aspettando vicino all’apertura. — Venite a prenderlo.
Misero il corpo in uno di quei grossi astucci di alluminio. Nell’inventario di bordo quei recipienti a forma di sigaro, con due maniglie, simili a una lunga e stretta sacca da viaggio, erano elencati sotto la definizione “contenitori per campioni”. Ma tutti sapevano che servivano da bara per chi moriva nello spazio. Il cadavere di Dixon, il geologo, era stato messo in uno di quei tubi, dopo l’incidente sull’asteroide Hidalgo.
Quando Ives e Steinberg se ne furono andati con il loro carico, Carlsen osservo attentamente tutta la superficie del letto. Era una semplice lastra metallica, senza traccia di pulsanti, leve, o molle. Anche sotto era perfettamente liscia.
Murchison disse: — Forse il meccanismo e azionato dal pensiero.
— Lo scopriremo provando con gli altri — disse Carlsen.
Passarono mezz’ora a osservare e fotografare la tomba ma non scoprirono niente di importante. Tutto sembrava puramente funzionale.
Carlsen osservo con interesse l’operazione del taglio di una parete del secondo cubo. L’analisi spettrografica rivelo che si trattava di una lega sconosciuta, ma il carattere molecolare era tipicamente metallico. Per tutto il resto sembrava vetro. La lastra aveva lo spessore di sette centimetri. Si era chiesto perche Murchison avesse tagliato un’apertura relativamente piccola nel primo cubo. Adesso capi perche. La lega metallica opponeva una notevole resistenza al raggio laser che normalmente poteva tagliare una spessa lastra d’acciaio come se fosse formaggio. Ci vollero piu di venti minuti per tagliare una lastra larga sessanta centimetri e alta un metro e venti.
Quella tomba conteneva la ragazza bruna.
Carlsen fece fare le necessarie analisi per rilevare la presenza di virus spaziali e della radioattivita, poi entro. Si accosto al letto, con il suo tagliente coltello lacero il lenzuolo nel punto in cui si fondeva col metallo del letto, e butto indietro il telo.
La ragazza giaceva allungata come su una lastra d’obitorio, i piedi uniti. I seni, non schiacciati dalla gravita, erano eretti come se fossero sostenuti da un reggiseno.
— Incredibile — disse Murchison. — Sembra viva.
Era vero. Il corpo non aveva affatto le caratteristiche di un cadavere.
— Potrebbe essere effetto della pressione sanguigna. Se l’hanno messa qui subito dopo la morte, la pressione puo essere stata sufficiente a gonfiare un po’ il corpo immerso nel vuoto.
— Comincio col laser o proviamo il comando mentale? — chiese Murchison. L’impazienza evidente nel suo tono fece sorridere Carlsen.
— Proviamo — disse senza staccare gli occhi dalla ragazza. E mentre parlava, le cinghie metalliche si ritrassero di scatto, lasciando lievi impronte sulla pelle nuda del ventre e delle cosce.
— Deve trattarsi di una forma di controllo mentale. Vediamo se e possibile farle richiudere.
Carlsen fisso il letto, concentrandosi, ma le cinghie non riscattarono fuori. Si volto allora, e fece cenno a Steinberg e a Ives che erano tornati e aspettavano con un altro contenitore.
— Bene. Ora potete portarla in cella frigorifera.
Steinberg disse: — Se non c’e piu posto puo dormire nel mio letto finche non saremo sulla Terra.
Carlsen sorrise: — Temo che la troverai un po’ frigida — disse. Poi si rivolse a Murchison. — Rientriamo, adesso.
— Non prendiamo un altro corpo? Solo quei due? — chiese Murchison deluso.
— Due bastano, non ti sembra?
— Ma c’e ancora tanto posto nella cella frigorifera!
Carlsen rise. — Va bene. Ancora uno allora.
Murchison si diresse subito verso la tomba della ragazza bionda, come Carlsen si era aspettato. Il Comandante rimase a guardare il raggio del laser che incideva la spessa parete spargendo intorno scintille rossastre.
Tagliato l’ultimo angolo, la lastra oscillo, Murchison barcollo in avanti, e il laser, diretto contro il pavimento, vi scavo un buco.
— Ehi, attento! Ti sei fatto male? — disse Carlsen.
— No. Scusami capo. — Aveva la voce incerta. — Di colpo mi e piombata addosso la stanchezza.
Carlsen lo osservo attentamente attraverso il casco. Murchison aveva la faccia stanca e tirata.
— Torna sulla “Hermes” Bill, e manda qui Dave e Lloyds con un altro contenitore.
Si avvicino al capezzale. Questa volta, invece di servirsi del coltello, volle tentare un esperimento. Concentro lo sguardo sul lenzuolo e gli ordino di ritirarsi. Per un attimo non accadde niente, poi le cinghie metalliche sotto il telo si ritrassero col solito scatto. Subito dopo il lenzuolo scivolo di lato e spari in un’invisibile fessura dell’orlo.
Carlsen disse: — Certo e cosi.
— Cosa? — chiese Craigie che da bordo della “Hermes” aveva sentito.
— Ho fatto scattare le cinghie solo ordinando loro di farlo. Ti rendi conto di cosa significa?
— Tecnologia ad alto livello, eh?
— Non solo. Significa soprattutto che queste creature probabilmente sono ancora vive. Le cinghie sono state concepite in modo da rispondere al comando mentale nel momento in cui le creature si sveglieranno. Chissa se… — Fisso la lastra metallica ordinando mentalmente alle cinghie di riallacciarsi, ma non accadde niente. — Gia, e logico — disse. — Dopo essersi svegliati non avrebbero piu bisogno delle cinghie. Ma come potrebbero uscire, una volta liberi?
— Dall’astronave?
— No. Da questi cubi sigillati.
Appena espresso il pensiero fisso una parete ordinandole l’apertura di una porta. Fu tutta la parete a scorrere di lato.
Proprio in quel momento arrivarono, fluttuando nel vuoto, Ives e Steinberg, con un altro contenitore. — Non state a fare acrobazie per entrare dall’apertura — disse Carlsen. — Passate dalla parete.
— Come diavolo hai fatto?
— Cosi. — Fisso la parete ordinandole di richiudersi. La parete si chiuse.
— Guardate, adesso. — Dall’interno del cubo, ordino nuovamente alla parete di aprirsi. La parete ubbidi e Carlsen usci dal cubo.
— Visto? — disse. — Ubbidisce al pensiero. Ma solo dall’interno. — Riprovo a dare un ordine mentale dall’esterno, ma le pareti non si mossero d’un millimetro. — Ecco. I meccanismi funzionano solo se comandati dall’interno.
Gli uomini stavano gia guardando la ragazza. Era piu snella dell’altra e aveva qualche anno di piu, ma la carne era solida e liscia.
— Andiamo. Torniamo sulla “Hermes”.
Mentre si toglievano le tute spaziali nella camera stagna, Carlsen noto che sia Ives Lloyd sia Dave Steinberg sembravano stravolti. Ives si passava le mani sugli occhi.
— Ho bisogno di un buon sonno — disse.
— Anch’io — disse Steinberg.
— Andate a riposarvi. Ve lo meritate. Lasciate la ragazza, pero… — disse Carlsen.
In tono serio Steinberg rispose: — Credimi, sono cosi esausto che se anche fosse viva non saprei proprio cosa farne.
Mentre si avviavano verso la cabina di comando, Craigie disse: — Abbiamo ricevuto un nuovo ordine dalla base lunare. Bisogna filmare tutto l’interno dell’astronave, lavoro di un giorno, e poi partire subito per la
