immersa nei propri pensieri e infine in un vicolo fra una panetteria e la bottega di un ciabattino la sua caccia le porto la selvaggina sperata. Tre giovani le passarono accanto e uno di essi la urto malamente. Con qualche gentile parola di scusa, il giovane accenno poi ad allontanarsi in fretta, ma Jill si volto di scatto e gli afferro il polso, poi lo sbatte contro il muro della bottega del ciabattino prima che avesse il tempo di liberarsi, assestandogli un colpo tanto violento da togliergli il fiato. I suoi due amici si diedero subito alla fuga, come il codice dei ladri permetteva loro di fare, e la preda di Jill, un individuo magro con i capelli chiari e un naso coperto di verruche, sollevo lo sguardo su di lei con il respiro affannoso.

— Chiedo scusa, daga d’argento. Non intendevo insultarti.

— Insultarmi? Il Signore dell’Inferno si puo tenere gli insulti. Ridammi la mia sacca.

Il ladro scalcio e cerco di sgattaiolare da un lato, ma Jill torno ad afferrarlo e lo spinse a faccia in avanti contro la parete; poi, mentre l’uomo si dibatteva e protestava, gli infilo una mano nella camicia e recupero la sacca con le monete di rame, sfilando per buona misura dal fodero la piccola e affilata daga che il ladro portava alla cultura. Quando infine costrinse la sua preda a girarsi per fronteggiarla, l’uomo si accascio con un gemito fra le sue mani.

— Dunque — scandi Jill, — di certo sai che se ti consegnassi agli uomini del gwerbret ti verrebbero tagliate le mani sulla piazza del mercato.

Il volto del ladro si tinse di un pallore mortale.

— Se pero mi dirai chi comanda in questa citta ti lascero andare.

— Non posso! Questo mi costerebbe la vita, non soltanto le mani!

— Oh, per gli inferni, cosa credi che voglia fare? Correre a dirlo al gwerbret? Ascolta, ho del denaro da dare al vostro capo, e se non avessi stupidamente tentato di derubarmi ti avrei posto la mia domanda in maniera piu cortese. — Nel parlare, gli restitui la daga con l’elsa in avanti. — Avanti, riprendila.

Il ladro indugio a riflettere, mentre il colore cominciava a riaffiorargli sul volto e alla fine accetto la daga offertagli.

— Si chiama Ogwern — disse. — Lo puoi trovare alla Locanda del Drago Rosso, sul lato orientale del fiume vicino al pascolo comune. E accanto alla bottega del fabbricante di candele… non puoi evitare di vederla.

Poi si giro e si mise a correre come un daino spaventato che fuggisse nella foresta. Dal canto suo, Jill gli ando dietro a passo lento, in modo da lasciargli il tempo di arrivare da Ogwern con la notizia prima di presentarsi a sua volta. Ben presto scopri che l’uomo aveva avuto ragione a proposito della bottega del fabbricante di candele: in effetti era impossibile evitare di vederla, con i mucchi di sego puzzolente accumulati nel soleggiato cortile. Dalla parte opposta dello stretto vicolo c’era una piccola locanda di legno con il tetto di paglia che si andava assottigliando e le finestre chiuse da imposte scolorite e distorte. Quando Jill busso, la porta si apri appena di una fessura e rivelo un occhio sospettoso che la fissava dall’apertura.

— Chi sei? — chiese una profonda voce maschile.

— La daga d’argento che ha chiesto di Ogwern. Se non parlera con me ci rimettera dei profitti.

Con una risata il suo interlocutore spalanco la porta: si trattava di un uomo di una grassezza spropositata, con il ventre che sporgeva voluminoso dalla camicia e le guance che pendevano flosce intorno al collo da toro.

— Mi piace il tuo coraggio. Io sono Ogwern. Vieni dentro.

La sala semicircolare della taverna puzzava di paglia vecchia e di fumo, ed era arredata con quattro tavoli malconci e traballanti. Dietro insistenza di Jill, i due sedettero in un punto dove lei poteva avere le spalle a ridosso della parete e il locandiere, un uomo pallido e ossuto quanto Ogwern era grasso, si affretto a portare loro due boccali di birra sorprendentemente buona, che Jill ebbe cura di pagare.

— Allora, bella signora — esordi quindi Ogwern, — e bella lo sei, anche se non puoi essere una signora, considerato tutto cio che sai sulla gente come noi… cosa ti porta da me?

— Una cosa semplice. Probabilmente sai che ho portato un messaggio per Sua Grazia dal passo di Cwm Pecl.

— Oh, sento tutto cio che vale la pena di sapere.

— Benissimo. Dunque, io sono giunta in citta in sella ad un cavallo appartenente ad uno dei vassalli del gwerbret, ma la mia cavalcatura mi raggiungera presto insieme alla carovana che ero stata assoldata per proteggere. E un animale di valore, e non voglio che venga rubato, quindi ho pensato che qualche moneta pagata alla persona giusta ne potrebbe garantire la sicurezza.

— Niente di piu semplice, e sei venuta proprio nel posto giusto. Di che tipo di cavallo si tratta?

— Un corsiero occidentale, castrato, dal pelo dorato.

— Addestrato per la guerra?

— Si.

Ogwern riflette, agitando nell’aria una mano grassa.

— Ecco, se si trattasse di uno stallone ti costerebbe una moneta d’oro — affermo infine, — ma per un castrato ne basteranno quindici d’argento.

— Cosa! Oh, dei! Questo e un furto!

— Ti prego di non usare simili termini, che turbano il mio prezioso, grasso cuore. Facciamo tredici, allora.

— Dieci, e non una moneta di rame in piu.

— Undici. Permettimi di ricordarti che un animale cosi pregiato e facile da piazzare sul mercato.

— Affare fatto, allora. Undici… sei adesso e cinque quando lasceremo la citta senza avere avuto problemi.

— Dieci se paghi tutto subito. Ti giuro che i miei uomini obbediscono ai miei ordini. Posso anche essere grasso, ma governo Dun Hiraedd come un gwerbret.

— D’accordo, e in aggiunta ti offriro anche un altro boccale di birra.

Mentre Jill pagava il denaro richiestole per la protezione, Ogwern indugio a studiarla con un’espressione astuta negli occhi castani.

— Lascia che ti dia un avvertimento — disse infine, mettendo via le monete. — Il nostro dannato gwerbret ha organizzato una squadra di guardie cittadine che circolano per le strade in gruppi di sei senza niente di meglio da fare che ficcare il loro lungo naso negli affari altrui.

— Per l’anima nera del Signore dell’Inferno! — esclamo Jill, fingendosi disgustata. — E pattugliano anche di notte?

— Infatti. Io dico che e una cosa disgustosa. Ah, il padre di Blaen era un uomo splendido… tranquillo, molto distratto dalla guerra e piuttosto stupido, ma purtroppo Blaen ha lo stesso carattere astuto di sua madre e la vita e diventata difficile da quando lui ha ereditato il rhan.

— Un vero peccato, anche se ammetto di essere contenta che stia facendo del suo meglio per spazzare via i banditi.

— Lo sono anch’io. Odio quei dannati furfanti! Spero proprio che ne abbiate uccisi un po’, quando hanno attaccato la vostra carovana.

— A sentirti, sembri uno degli uomini del gwerbret.

— Per favore, non essere offensiva — ribatte Ogwern, posando una mano grassoccia sul proprio corpo straripante, piu o meno in corrispondenza del cuore. — I banditi sono idioti assetati di sangue, che rendono pericolose le strade e costringono gli uomini onesti ad assoldare delle guardie. Se non fosse per loro, un vero ladro si potrebbe avvicinare ad una carovana in marcia per divertirsi un poco. Inoltre, i banditi si rifiutano di pagare le tasse alle nostre corporazioni.

— Oho! Allora e questa la vera spina nel tuo fianco, giusto?

Ogwern sbuffo con finta indignazione, poi riprese a scrutarla con attenzione e Jill comincio a rendersi conto che quel grassone voleva qualcosa da lei nella stessa misura in cui lei sperava di cavargli qualcosa.

— C’e una curiosita che vorrei togliermi — osservo infine Ogwern. — Naturalmente, ho saputo che la tua carovana proveniva dall’Yr Auddglyn… non e che per caso sei passata da Marcmwr?

— Ci ho trascorso un paio di giorni. Perche?

Per un momento il grassone fisso il proprio boccale con espressione accigliata.

— Ecco — replico poi, — non credo che una daga d’argento sarebbe interessata a rubare gioielli.

Il cuore di Jill manco un battito per l’eccitazione.

— Per nulla — rispose. — So che siamo tutti cugini dei ladri, ma non e come essere loro fratelli.

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