non avrebbe fatto in tempo a leggere tutto per le cinque, quando avrebbe dovuto prendere sua figlia Soley da scuola, quindi decise di dare soltanto una rapida scorsa ai documenti. Punto dunque la sveglia del suo telefonino alle cinque meno un quarto: di portarsi a casa il fascicolo non ne aveva affatto voglia, benche altre volte le fosse capitato di dover concludere casi oltre l’orario di ufficio nei periodi piu intensi di lavoro. Ma il contenuto di questa cartella rendeva impensabile lasciarla alla portata di due minorenni. Thora sfoglio il primo foglio colorato e comincio a leggere.
Nella parte superiore della prima pagina c’era la fotocopia di un certificato di nascita, dal quale si poteva leggere che la signora Amelia Guntlieb aveva partorito un figlio maschio, sano, a Monaco, il 18 giugno 1978. Il signor Johannes Guntlieb, bancario, era registrato come padre del bambino. Thora non aveva mai sentito il nome della clinica ostetrica dove era nato Harald: non era un ospedale pubblico, per cui Thora dedusse che si trattava di qualche costosissima clinica privata per l’alta borghesia bavarese. Sotto la dicitura «credo religioso» era stato dattilografato «cattolico». Thora ricordava vagamente che piu di un terzo dei tedeschi era cattolico e che la percentuale era assai piu alta nel Sud della Germania. Durante i suoi anni di studi in quel Paese, Thora si era quasi meravigliata della grande quantita di cattolici, dato che aveva sempre collegato i tedeschi con Lutero e la fede protestante. Beata ignoranza!
Le pagine successive, di plastica, erano state suddivise in quattro sezioni, ognuna con fotografie della famiglia Guntlieb in occasioni diverse. Ogni immagine era accompagnata da una etichetta con i nomi delle persone che vi comparivano. A prima vista, Harald era presente in tutte. Oltre alle istantanee di famiglia erano state incluse delle foto di classe di diversi periodi scolastici, nelle quali Harald compariva ben pettinato e vestito di tutto punto, come si usa in tali occasioni. Thora non riusciva a capire perche mai quelle foto fossero state incluse in quell’atipico album di famiglia. L’unica spiegazione plausibile era che avessero la funzione di ricordarle che persino la vittima, un tempo, era stata un bambino, un figlio, un fratello. Il che ebbe l’effetto desiderato.
Nelle prime fotografie, che erano anche le piu vecchie, si ammirava un bel pupo grassoccio con il fratello, che sembrava avere due o tre anni piu di lui, o con la madre. Thora fu colpita dalla raggiante bellezza di Amelia Guntlieb e, nonostante la scarsa qualita delle immagini, era evidente che si trattava di una di quelle donne che rimangono sempre bellissime senza alcuno sforzo. Una foto dei due, in particolare, aveva attratto la sua attenzione: la madre insegnava al figlio a camminare. In giardino, la signora Guntlieb teneva per le mani il bimbo che tentava di muovere i primi, impacciati passi: una gamba col piede per aria e l’altra piegata sul ginocchio.
Nelle istantanee successive Harald aveva due o tre anni e la somiglianza con la madre era ormai diventata marcatissima. Amelia, che compariva in tutte le foto, era prima incinta, poi sorridente con un neonato in braccio, avvolto in un soffice e delicato
A quel punto era come se alcuni capitoli della storia famigliare fossero stati cancellati dall’album, infatti le immagini che ora Thora guardava la proiettavano avanti nel tempo di almeno cinque anni. Il capitolo nuovo cominciava con una foto in cui la famiglia al completo era in posa, ed era la prima in cui compariva anche il signor Guntlieb, uomo dall’aspetto dignitoso e chiaramente piu anziano di sua moglie. Tutte le persone ritratte indossavano i loro abiti piu belli ed eleganti e in piu si era aggiunta una bambina che stava in grembo a sua madre. Si trattava senza dubbio della figlia minore della coppia, l’unica oggi ancora in vita. La piccola malata sedeva, ora, su una sedia a rotelle. Non ci voleva un particolare occhio clinico per rendersi conto della gravita della sua situazione, legata com’era da lacci, con la testa riversa all’indietro e la bocca spalancata. La mandibola, invece di scendere verso il basso, era inclinata su un lato, denotando l’impossibilita da parte della ragazzina di controllare i suoi movimenti. Lo stesso valeva anche per gli arti superiori: un braccio era contorto fino al gomito e la mano piegata in modo abnorme verso il braccio stesso, con le dita a mo’ di artiglio. L’altro braccio giaceva inerte sul suo grembo. Dietro la sedia a rotelle si era sistemato Harald, che ora doveva avere sugli otto anni. L’espressione del suo volto non assomigliava a niente di quanto Thora avesse potuto intravedere nel viso di un bambino di quell’eta: era come se lui avesse cessato di vivere. Benche nessuno dei membri della famiglia, compreso il fratello maggiore, fosse l’espressione della felicita, il piccolo Harald faceva pena, nella sua cupa tristezza. Doveva per forza essere successo qualcosa di grave, qualcosa che forse andava oltre una semplice costernazione per il destino crudele capitato alla sorellina. Che si trattasse di una profonda depressione che, seppur in rari casi, colpiva anche i bambini? Depressione causata dalla mancanza di attenzioni o dalla concorrenza tra i fratellini per l’amore dei genitori, anch’essi depressi? Se era questo il caso, era anche palese, dalle foto che seguivano, che i coniugi non avevano saputo ne affrontare ne risolvere la crisi famigliare. In nessuna delle fotografie offrivano al piccolo Harald la benche minima parvenza di affetto o contatto fisico, e il bambino era sempre un po’ in disparte, distaccato dagli altri tranne che in quelle poche foto dove suo fratello maggiore si trovava dritto, in piedi, al suo fianco. Era come se sua madre l’avesse completamente dimenticato o lo ignorasse volutamente. Thora si riservo di non trarre conclusioni affrettate, basate esclusivamente su vecchie foto che mostravano soltanto attimi infinitesimali della vita di una famiglia a lei sostanzialmente sconosciuta, momenti che magari rendevano solo un’immagine sfocata e irreale di comportamenti e pensieri.
Bussarono alla porta e Bragi fece capolino nell’ufficio: «Hai un paio di minuti?»
Thora annui e lo fece accomodare. Il socio aveva poco meno di sessant’anni, ed era una di quelle persone che spiccano non soltanto per l’altezza, ma anche per la corporatura. Aveva tutto piu grande della media, comprese mani, orecchie e naso. Bragi si fece cadere sulla sedia imbottita davanti alla scrivania e giro verso di se il dossier che Thora stava consultando. «Com’e andata?»
«L’incontro? Benissimo, credo…» rispose Thora e si mise a guardare l’uomo che sfogliava, quasi senza interesse, l’anomalo album di famiglia.
«Che ragazzo triste, che viso sciupato…» disse Bragi indicando con il dito una delle immagini di Harald. «E lui la vittima, per caso?»
«Proprio cosi», rispose Thora. «Certo che sono delle strane fotografie.»
«Non saprei cosa dire. Dovresti vedere com’ero io da piccolo. Da ragazzo ero orribile, anzi, quasi senza speranza, e le foto di quel periodo lo testimoniano.»
Thora non si scompose di fronte a tali confessioni, ormai era abituata a ogni tipo di rivelazioni sconcertanti da parte del suo socio. Era sicuramente un’esagerazione dire che da ragazzo era stato orrendo, cosi come lo era la storia secondo cui era stato costretto, per pagarsi gli studi, a lavorare contemporaneamente come guardiano notturno alla pesa pubblica del porto e come pescatore il fine settimana. Cio nonostante si era affezionata al suo modo di fare. Bragi con lei si era sempre comportato da gentiluomo, e, quando le aveva proposto, tre anni prima, di mettere su quello studio legale insieme, Thora aveva accettato con entusiasmo. A quei tempi era impiegata presso uno studio di noiosi avvocati di discreta fama e non vedeva l’ora di andarsene: non sopportava piu di passare la pausa caffe ad ascoltare storie di pesca al salmone o di cravatte alla moda.
L’uomo spinse di nuovo la cartella verso Thora. «Hai deciso di accettare l’incarico?»
«Penso proprio di si. Fa bene ogni tanto affrontare qualcosa di nuovo, di sconosciuto.»
«Non ci contare tanto, credimi. Non ci fu niente di emozionante quando, l’anno passato, dovetti affrontare l’esperienza nuova e sconosciuta di operarmi al colon!»
Thora non aveva alcuna voglia di addentrarsi in questo genere di conversazione e si affretto a dire: «No, sai bene che intendevo un’altra cosa».
Bragi si alzo. «Certo, certo. Volevo soltanto metterti in guardia sulle possibili conseguenze.» Si avvio verso la porta e sulla soglia aggiunse, voltandosi: «E se chiedessi a Thor di aiutarti?»
Thor era un avvocato fresco di laurea che lavorava da loro da poco piu di sei mesi e che, pur essendo un
