cardiaco aumento mentre lottavo per trovare le parole adatte a introdurre con delicatezza l’argomento che volevo da tanto tempo discutere con mio marito. «Ma temo che costribuisca alle sue condizioni una componente emotiva».

Invece di chiedere, lui fisso i suoi grandi occhi su di me e li tenne li finche continuai, estremamente esitante:

«Io penso… credo che abbia a che fare con tuo zio, Vlad».

«Che significa?», chiese.

Il suo tono sembro abbastanza neutrale per incoraggiarmi a procedere ma, a ripensarci, sento che avrei dovuto cogliere la sua sottile diffidenza.

«E turbata dal pensiero che Vlad vada in Inghilterra», disse e, nonostante la mia risolutezza, arrossii.

La linea tra le sue sopracciglia comparve di nuovo: un avviso di cio che stava per arrivare.

«Ma non ha senso», disse, ancora sottovoce, preoccupandosi dei domestici. «Le ha spiegato molto chiaramente che non partira senza di lei… che aspetteremo tutti finche stara bene. E triste per il fatto che lascia la casa?»

«Non esattamente…».

Esitai, niente affatto sicura che la discussione avrebbe dovuto continuare, ma Arkady era deciso a conoscere il problema. Un accenno di impazienza si insinuo nel suo tono.

«Bene. Allora, di che si tratta?»

«E… penso che abbia ancora paura che lui possa lasciarla qui».

Riuscivo a sentire il calore sulle mie guance e sul collo, ma la sua stessa impazienza mi risveglio, e sentii che avevo tenuto per me la verita abbastanza a lungo, che era meglio dirla e farla finita.

«Lei e… Vlad e… Arkady, si amano».

Lui indietreggio come se lo avessi colpito e si fermo a due gradini dalla fine della scala. Le labbra gli si aprirono e mi guardo fissamente con gli occhi spalancati per lo shock. Quando, finalmente, fu in grado di parlarmi, la sua voce era cosi bassa che potei a malapena udire:

«Co… cosa? Che vuoi dire?»

«L’ho visto nella camera di lei la notte tardi. Due volte. Io penso che il senso di colpa per la loro relazione sia almeno parzialmente responsabile per l’inspiegabile malattia».

Essendomi liberata della verita, mi sentii all’improvviso debole, malata. Le guance mi bruciavano, ma fu sulle sue che vidi improvvise e forti macchie di colore.

Completamente inebetito, si volto verso il muro di pietra e mormoro:

«E impossibile. Impossibile».

Scesi goffamente gli ultimi due gradini e mi voltai a fissarlo.

«Mi si spezza il cuore a dirti questo. Tu sai che non direi tali orribili cose se non fossi convinta che fossero vere. Ma per amore di Zsuzsanna, io…».

Mentre parlavo, sollevo una mano alla tempia in un improvviso spasmo di dolore che mi fece accorrere verso di lui preoccupata. Si riprese bruscamente e si volto verso di me in un repentino accesso di furia, chinandosi in avanti e traballando sull’orlo di un gradino tanto che temetti che avrebbe perso l’equilibrio e sarebbe caduto.

«Come osi?», grido. «Non sei meglio dei contadini, che spargono malvage menzogne sullo zio! Non ti ha fatto nient’altro che bene: ti ha dato questa casa e questa ricchezza… e tu te la sei presa con lui! Sei un’ingrata, e lui e un santo! Un santo!».

«Non alzare la voce con me, signor Tsepesh» dissi, accalorandomi anch’io un po’. «Io non sono un’ingrata, e lui non e un santo».

Le sue parole mi hanno ferito… e lasciata perplessa poiche avrei pensato che fosse piu preoccupato dell’onore di sua sorella che di quello di suo zio.

Mentre parlavo, si precipito giu per le scale, oltrepassandomi, agitando la mano per ottenere silenzio e scuotendo la testa per esprimere la sua rabbia.

«Ho udito abbastanza! Non ascoltero altre bugie!».

E se ne ando di furia. Ascoltai i suoi passi che si allontanavano, attutiti dapprima dal tappeto e poi risuonanti forte contro la fredda e insensibile pietra. Se avesse reagito come l’Arkady che avevo sempre conosciuto, gli sarei andata dietro e sarei stata certa che rapide scuse e riconciliazioni sarebbero seguite, ma quello era qualcuno il cui comportamento non sapevo piu prevedere. Lo lasciai solo fino a che non avesse placato la sua rabbia.

Si rinchiuse in uno dei suoi studi e non ne usci per circa un’ora, quando lascio la casa senza parlare ad alcuno, e prese il calesse molto in anticipo rispetto al solito, suppongo per andare al castello. Non ho idea se pensi di parlare a Vlad di quello che ho detto.

Mi dispiace di aver sollevato la questione; e chiaro che il dolore di Arkady e ancora troppo fresco, troppo vivo. Come potro mai parlargli, allora, di cio che ho visto fuori della mia finestra… della terribile, fantastica visione nella quale ho visto Vlad diventare un lupo? Dei segni sul collo di Zsuzsanna, e del fatto che io sono pressoche convinta che lui e uno strigoi, abbastanza convinta da permettere il crocifisso e l’aglio?

Ho paura. Paura di Vlad, paura per Zsuzsanna. Paura per mio figlio che presto nascera.

Soprattutto ho paura perche, da quando siamo arrivati, mio marito e cambiato lentamente in qualcuno che non conosco. Anch’io sto cambiando, da donna pratica in un’anima tremante, superstiziosa, specialmente quando Dunya parla della lenta metamorfosi di Zsuzsanna in uno strigoi.

Vlad e diventato un lupo. Che ne sara di Arkady e me, quando le nostre trasformazioni saranno terminate?

Il diario di Zsuzsanna Tsepesh

13 aprile. La notte scorsa lui ha bussato ancora alla finestra. Ha bussato e io ero pronta per lui. Mi ero tolta il crocifisso dal collo e avevo rimosso l’aglio, nascondendolo nel ripostiglio come fanno Mary e Dunya ogni mattina: pensano di essere cosi furbe! E ho aperto le imposte e spalancato la finestra… ma non bastava.

Quando e arrivato, Bruto ha cominciato ad abbaiare selvaggiamente, saltando contro la finestra come se intendesse saltarci attraverso. Niente che potessi dire o fare lo avrebbe trattenuto. Ho dovuto chiudere la finestra e le imposte e ritornare a letto, per timore che il suo folle abbaiare svegliasse l’intera casa.

Ho cercato di portare Bruto in cucina e ho scoperto che li c’era Dunya, addormentata sul pavimento. Quando siamo entrati si e mossa, e allora mi sono affrettata a ritornare in camera con il cane.

Sono piu forte, ma ho smesso di cambiare. Questo non mi piace. Non mi piace aspettare. Bisogna fare qualcosa.

Il diario di Arkady Tsepesh

14 aprile. Finalmente sono abbastanza in forze per sedermi e scrivere. Non ricordo nulla di ieri tranne i delicati lineamenti di Mary, circondati da riccioli d’oro che pendono e accarezzano le mie guance quando lei china il suo viso sopra il mio. Il suo viso, il suo delicato e fresco tocco sulla mia fronte e le sue parole sussurrate di conforto: questo e tutto cio che ricordo. E cosi buona verso di me, cosi gentile. Ho cercato diverse volte di chiederle perdono per avere, prima, alzato la voce con lei, ma con la punta delle dita si limita a toccarmi le labbra e sorride.

Mio Dio, vorrei poter dimenticare gli eventi del dodici di aprile, ma essi mi perseguiteranno per il resto della mia vita. Dove portera? Dove portera tutto questo? Ma no, adesso non devo pensare al futuro. Vedete? La mia mano comincia a tremare. No, devo semplicemente metterlo per iscritto, e da questo atto sperare di capire cio che devo fare.

L’altro ieri, il fatale dodici, ho saputo che mia sorella era ammalata di anemia. Questa era una notizia abbastanza penosa ma, dopo che andai a visitare Z., Mary mi rivelo che aveva visto Vlad nella camera da letto di Zsuzsa a tarda notte e che i due si erano abbracciati.

Mi vergogno di scrivere che ho urlato contro la mia povera moglie. Non riuscivo a credere a niente di cosi orribile riguardo a mia sorella e a Vlad, il generoso benefattore di noi tutti. Nello stesso tempo, sapevo che Mary

Вы читаете Il patto con il Vampiro
Добавить отзыв
ВСЕ ОТЗЫВЫ О КНИГЕ В ОБРАНЕ

0

Вы можете отметить интересные вам фрагменты текста, которые будут доступны по уникальной ссылке в адресной строке браузера.

Отметить Добавить цитату