era incapace di mentire, per cui doveva essere vero, ma in quel momento sentii ancora una volta la morsa dell’incombente follia e mi sono lasciato andare a una rabbia insensata. Sono andato nello studio e mi sono chiuso dentro, pensando di mettere tutto per iscritto e alleviare la rabbia, ma ero troppo agitato. Ho lasciato quindi la casa e ho preso il calesse, incerto su quale fosse la mia destinazione.
Era un caldo giorno di primavera. L’alba era stata chiara, ma il primo pomeriggio vide delle nuvole scure riempire il cielo, e nell’aria c’era la sensazione e l’odore di un imminente temporale. Un qualche inspiegabile impulso mi guido verso il bordo della foresta dove avevo visto Stefan l’ultima volta. Mentre spingevo i cavalli tra gli alberi, una pioggia gentile comincio a cadere, ma il folto fogliame mi proteggeva. Anche cosi mi bagnai, poiche i lunghi rami mi spruzzavano di rugiada.
Gli animali scossero le teste e nitrirono la loro disapprovazione alla mia assurda decisione di ripenetrare nella foresta. Mi dissi che non avevo paura, sebbene la mia bocca fosse all’improvviso cosi secca che la lingua era incollata all’interno delle guance, e tenessi le redini tese con le mani leggermente tremanti. Non avevo paura, anche se non potevo fare a meno di guardare, in su verso le cime degli alberi piu alti, per vedere se Jeffries stesse li, oscillando al vento.
Era giorno, e faceva caldo. I lupi non attaccavano durante il giorno con il caldo, ne attaccavano singolarmente, ma in branco, e questo soltanto nelle notti d’inverno. Questa era la comune saggezza popolare, eppure Stefan era morto in un giorno d’estate bello e scintillante, ucciso da un mezzo-lupo solitario. Mi ricordai del revolver di papa, accanto a me sul sedile, dove l’avevo messo proprio per una tale occasione. Me lo misi in grembo.
Non c’era segno di Stefan. Feci procedere ancora un po’ i cavalli lentamente, sforzando gli occhi in cerca, nell’oscurita ombrosa, del piccolo corpo del mio defunto fratello. Ripercorremmo la strada che ricordavo, arrivando infine a fermarci nel punto che credevo quello in cui i lupi avevano attaccato.
I cavalli alzarono gli zoccoli e sbuffarono, impazienti, nervosi.
Io rimasi fermo, guardando lo stesso punto nell’ombra di un ontano dove credevo di aver visto Stefan l’ultima volta. Guardavo e ascoltavo un lontano frusciare negli alberi, molto probabilmente di uccelli e scoiattoli. Un corvo gracchio in segno di rimprovero; un uccello canto.
Rimasi seduto a guardare per parecchi minuti, consapevole di ogni suono attorno a me, del ticchettio attutito della pioggia contro gli alberi, e del mio stesso respiro. Infine, molto lentamente, dal reticolato di luce e di ombra, stagliato contro le foglie tremanti, emerse Stefan.
Con un gesto in direzione dei profondi recessi della foresta, mi indico di proseguire.
Lo seguii, con le ruote che rotolavano sul terreno umido cosparso di aghi, tra lo spezzarsi secco dei ramoscelli.
Ancora una volta, lo spettro di mio fratello svani, soltanto per riapparire una volta che avevo proseguito per una discreta distanza nella direzione indicatami. In questa maniera, continuai per una buona mezz’ora a procedere nella foresta.
Finalmente Stefan riapparve, ma non fece piu gesti; mi fisso soltanto per un po’, intensamente, come potrebbe fare una persona cara che cercasse alla partenza di memorizzare i dettagli del mio viso.
Poi scomparve.
Confuso, mi guardai intorno e non vidi nient’altro se non gli stessi ontani e alberi di pino. Attesi qualche minuto, poi feci scivolare la pistola nella cintura dei pantaloni e scesi dal calesse. Legai i cavalli a un ramo, quindi cominciai a esaminare l’area. Non c’era nulla di particolare, solo lo stesso fitto fogliame di prima e un terreno scuro, quasi interamente ricoperto da un tappeto di foglie morte e di aghi di pino.
Ma, quando mi avvicinai al grande albero dove il fantasma di Stefan si era fermato, il terreno, all’improvviso, cedette, morbido e spugnoso, sotto i miei piedi. Scansai i detriti vegetali bagnati e scoprii della terra appena scavata, piu scura e meno compatta rispetto al suolo circostante.
Il cuore mi comincio a battere piu velocemente. Rapidamente, tolsi altre foglie morte. Cosi facendo, scoprii qualcosa di duro e bianco: il frammento di un osso di un animale, pensai. Ma, prima che potessi esaminarlo, i cavalli emisero degli alti nitriti di terrore.
Alzai lo sguardo e vidi un lupo, che correva veloce e basso tra gli alberi, diretto non verso il calesse e i cavalli legati, ma verso di me.
Mi raddrizzai e nel tempo di mezzo secondo ebbi la spaventosa idea che Stefan mi avesse attirato li per essere vittima dello stesso destino del mio povero fratello; immaginai il mio sangue dal colore brillante che si mescolava con la pioggia gentile e adornava la foresta di rugiada color cremisi.
Il lupo salto. Tirai fuori la pistola da sotto il cappotto e feci fuoco. A meno di quattro piedi di distanza l’animale emise un acuto ululato e cadde a meta balzo, nel punto piu alto del salto, coperto di sangue alla giuntura tra zampa e spalla.
Nonostante cio, si riprese e si alzo, insicuro, zoppicando su tre zampe e mi si avvicino. Fui costretto a sparare ancora; questa volta la sua vicinanza mi permise di mirare per bene e di piazzare una pallottola proprio sopra e nel mezzo degli occhi completamente bianchi. La creatura cadde a terra con un lamento che termino in un rantolo.
Non volevo niente di meglio che lasciarmi cadere privo di forze, appoggiandomi contro il piu vicino tronco d’albero e calmare il mio tremore, ma l’inquietante ricordo dei due lupi morti che giacevano davanti al cancello aperto della nostra tomba di famiglia, mi persuase a rimanere con la pistola a portata di mano.
In quel momento ci fu un rumore di ramoscelli e foglie smosse; il secondo lupo apparve dopo appena qualche secondo. Mi costrinsi ad aspettare finche fu abbastanza vicino perche la mira fosse sicura e quando, infine, fui pronto a fare fuoco, dovetti tenere fermo con la mano sinistra il braccio destro che tremava.
Il lupo carico e io premetti il grilletto, ma la pioggia rada che gocciolava attraverso la volta della foresta aveva ricoperto l’arma di gocce d’acqua; mentre facevo fuoco mi scivolo dalla presa mandando la pallottola fuori bersaglio.
Nella frazione di secondo che mi ci volle a capire che avevo mancato il bersaglio, seppi che tutto era perduto. Il lupo salto verso la mia gola. Il suo corpo si scontro con il mio, facendomi cadere la pistola dalla mano. Delle enormi zampe mi colpirono alle spalle, mandandomi riverso sul terreno bagnato. Mi irrigidii per il dolore di quei crudeli denti sul mio collo, pensando non all’ironia del mio destino, ne al tradimento del fantasma di mio fratello, ma solo a Mary e al bambino.
Il lupo abbasso il muso sul mio e mi osservo con grandi occhi incolori e bestiali; la sua bocca ansimante rivelo una lunga lingua lunga e delle zanne ingiallite luccicanti di saliva. Ringhio e spalanco la bocca, preparandosi ad uccidere. Sentii il suo respiro, caldo sulla tenera pelle scoperta della gola. Ansimando, chiusi forte gli occhi e mi preparai a morire.
E poi accadde l’impossibile.
Sentii un movimento al di la degli occhi chiusi ma non fu accompagnato dal dolore della gola che veniva squarciata. Il calore sul mio collo fu sostituito dalla fresca umidita della foresta; la pressione delle zampe contro le mie spalle scomparve.
Aprii gli occhi e vidi che il lupo si era ritirato. Ora sedeva sulle zampe posteriori ai miei piedi come un cane obbediente e ansimante, con la lingua che pendeva a lato della sua bocca mortale.
Mi tirai su fino a restare mezzo seduto. Il lupo ringhio e fece l’atto di mordere, poi si mosse come per caricare di nuovo, ma con riluttanza all’ultimo istante si trattenne, come se un’invisibile barriera lo trattenesse.
Non persi tempo a chiedermi la ragione di quell’incredibile fenomeno. Trovai il revolver a terra, li vicino, e mi mossi lentamente, con circospezione, verso di esso, mentre il lupo ringhiava la sua disapprovazione ma rimaneva, comunque, immobile. Finalmente, afferrai con rapidita la pistola e feci fuoco a bruciapelo verso la creatura, che rimase ferma, senza difendersi, tanto che provai un moto di pieta. Mori con un debole lamento mentre la testa gli cadeva sulle zampe anteriori.
Dopo, ci fu soltanto silenzio: nemmeno lo zampettio degli scoiattoli o il cantare degli uccelli, ma soltanto il soffice, continuo tamburellare della pioggia sulle foglie. Il terzo lupo non apparve. Quando il mio tremore si affievoli, determinai con i passi i limiti del terreno morbido. Era un’area piu piccola di quella che mi aspettavo, forse soltanto tre piedi quadrati, troppo piccola per un corpo. Con un oscuro divertimento che sconfinava nell’isteria, cominciai a ridere: forse le leggende del
Ossessionato, cominciai a scavare con null’altro che le mie mani.
